Lele Rizzo

Radici. Sono passati ventidue anni da quando per la prima volta, la Valle di Susa si è schierata contro il progetto dell’alta velocità ferroviaria Torino-Lione, e da allora, nulla è più stato come prima. Dopo due decadi abbondanti, il senso della lotta No Tav è un qualcosa che è cresciuto assieme ai bambini della valle, è maturato negli uomini e nelle donne, ha dato respiro agli anziani, anche nell’ultimo passaggio della loro vita. È genetico ci viene da dire molte volte, e probabilmente è proprio così. Per noi in tutti questi anni sono cambiate molte cose, abbiamo capito concretamente, dove sta il potere e come si manifesta. Abbiamo visto la politica istituzionale arricchirsi con il metodo socialista e l’abbiamo vista mutare nei metodi utilizzati per accrescere la sua fame di potere, ma mai l’abbiamo confusa con qualcosa che assomigliasse al progresso o alla modernità alla quale si richiama da sempre.

Abbiamo visto passare partiti, politici, governi, Presidenti del consiglio, Presidenti della Repubblica, eppure nessuno è riuscito nel vero intento di questa immensa truffa finanziaria: sottomettere un territorio intero.

Ci hanno provato in molti, e nessuno c’è mai riuscito perché con il tempo, avanzava anche la consapevolezza delle proprie forze, di quel senso comune che riuscito a fare breccia, nuovamente dopo la Resistenza, in un popolo intero, trasformandolo in una splendida ed efficace comunità in movimento.

Dal 2005, cioè da quando il potere ha tentato concretamente qualche passo in più verso la realizzazione delle basi dell’opera, la Valle di Susa si è trasformata in quello che è oggi, ovvero un movimento di lotta popolare che attraverso il proprio agire ha colto il risultato di evitare che anche solo un chiodo fosse piantato nella propria terra.

Le bandiere con lo scudo crociato, e le migliaia di mani che le sventolano, rappresentano la garanzia per il futuro non solo di una comunità intera, ma oggi, alla luce delle crisi economiche, la garanzia per tutto il paese.

Gemme No Tav. La premessa sulle radici del movimento diventa fondamentale per poter comprendere appieno cosa sta accadendo oggi. Dove in un agosto torrido, ogni giorno, il movimento si è proposto di fronte (e contro) le reti di quello che non è un cantiere, ma uno strumento per appropriarsi di un ingente somma di denaro pubblico, difeso e blindato da un esercito di forze di polizia e militari.

Laddove da maggio a fine giugno si è manifestata la Libera Repubblica della Maddalena, uno spazio pubblico di crescita e condivisione collettiva della lotta, dei suoi saperi, delle sue intelligenze e della sua umanità, oggi sorge un fortino difeso da oltre duemila agenti e da un reparto di Alpini di stanza a Kabul corredato da mezzi anfibi.

Lo chiamano cantiere ma il pezzo di montagna che è stato sottratto altro non è che una caserma a cielo aperto, dove il profumo della lavanda è stato sostituito dal puzzo acre dei lacrimogeni al cs.

Al di fuori della pratica militare in cui vorrebbero rinchiudere un movimento tanto dispiegato, dal primo giorno abbiamo messo in crisi l’apparato militare che ci hanno posto di fronte, non lasciando che un solo giorno fosse sguarnito dall’iniziativa. Persino il 16 di agosto, nel tentativo di allargare di un paio di metri le recinzioni, i No Tav c’erano, rallentando banali operazioni di scavo.

Bisognerebbe vedere per capire appieno, non è facile spiegare quale sentimento si alimenta in una piccola valle alpina capace di divenire il simbolo della speranza di migliaia di persone. Sulla costa di quella montagna, si costruisce veramente il futuro con la lotta, non limitandosi più a resistere solamente, ma a fondare giorno dopo giorno nuovi modi di vivere e di stare insieme, che difficilmente potranno essere sconfitti.

Non è un caso che dopo il 3 luglio, al termine dell’assedio al cantiere, il popolo No Tav rifiutava l’etichetta del Black Block, spauracchio valido per tutte le stagioni, per rivendicare provocatoriamente la giornata affermando: «Siamo tutti Black Block!».

Vedere oggi giovani e anziani munirsi di malox e maschere antigas per difendere il proprio futuro è un qualcosa di sano che dovrebbe far riflettere quanti hanno visto spegnersi, uno dopo l’altro, movimenti dalle grandi potenzialità.

Quello che può sembrare a volte uno stimolo all’autoreferenzialità, cioè il non avere all’interno dei partiti politici o delle istituzioni una sponda, si è rivelato nel tempo uno stimolo maggiore all’autonomia del movimento e all’indipendenza che ha saputo non fare sconti a nessuno. Non la voglia del ghetto e dell’isolamento, ma la pratica convinta di una forma di autorganizzazione sociale capace di avere chiara, giorno dopo giorno, la posta sul tavolo, trovando avversari in ogni direzione.

Il movimento No Tav ha compreso che la durata del conflitto è estesa nel tempo, e da buon popolo montano sa che la vetta si conquista passo dopo passo. Questo vale per qualsiasi vetta, anche quella più impensabile.

 

Su twitter è nato un gioco ironico che ha preso spunto da diverse notizie riportate dai giornali e soprattutto dall’incendio alla stazione Tiburtina di Roma, che in prima battuta, era velatamente attribuito ai No Tav. Da qui ognuno si è divertito a commentare sul social network notizie dandoci sì la colpa, dal terremoto, alla frana e via via tanti altri fatti di cronaca. Ma lasciando da parte gli scherzi i No Tav di colpe ne hanno veramente tante, soprattutto quella di non arrendersi.

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2 Risposte a È colpa dei No Tav!

  1. riccardo humbert ha detto:

    Non so se sono sufficientemente black bloc-bloc notes-noglobal-extra-anarco-antago-estrem-ista per entrare nel merito, però so che il ministro Maroni all’età di 16 anni, cioè nel 1971, militava attivamente in un gruppo marxista-lenista di Varese. Dunque, secondo i suoi parametri attuali (No Tav=tutti comunisti) potrebbe benissimo essere considerato un black bloc, bloc notes, etc. etc. Quando in un impeto di coerenza passò ad altri lidi fu condannato, il 16 settembre 1998, a 8 mesi per oltraggio e resistenza: aveva morsicato un poliziotto. Altro che volontarie del 118 che con l’utilizzo di riti voodoo non autorizzati fanno cadere i gendarmi! In ogni caso questi fatti regalano una grande speranza ai sedicenti extra-anarco-etc. etc. : non è detto che un giorno non possano diventare ministri dell’Interno.

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