Intervista di Paola Marino a Nichi Vendola

C’è una tua frase che circola in rete: "Poco tremontianamente puntiamo su arte e cultura per vincere la sfida al provincialismo e la guerra contro l’ideologia della paura indotta dalla recessione. Noi siamo all’opposizione della cultura come idea marginale e parassitaria". Pensi che la cultura possa essere un’arma strategica della politica?

Ruotiamo attorno a due questioni: il rapporto tra la vita e la cultura, tra la vita privata e la vita pubblica e la cultura. E abbiamo avuto l’impressione che tornasse da destra una sorta di pregiudizio nei confronti della cultura, un retropensiero: la cultura come epifania dell’intimismo, la cultura come fuga dalla muscolosa produttività dell’homo economicus, la cultura come salotto, anime belle, fuga dalla realtà. Siamo cresciuti immaginando la faccia di Goebbels che usava dire «quando sento la parola cultura metto mano al revolver». E abbiamo avuto – a partire dalla rivoluzione reaganiana in poi in tutto l’Occidente – un ritorno di fiamma di questa idea reazionaria della cultura come qualcosa di perverso, qualcosa che impedisce i doveri di una nazione con la N maiuscola. I doveri di una vita attiva che non ha il tempo per ripiegarsi nella contemplazione o nella conoscenza degli aspetti speculativi della vita intellettuale. Abbiamo combattuto contro questi pregiudizi anche per una ragione: la cultura è l’unica possibilità di rimodellare gli apparati produttivi e il modello di sviluppo, facendo i conti con la saturazione di un’economia mercantile segnata dal turbo capitalismo delle finanze. Parliamo di una ricchezza che non è più soltanto prodotto interno lordo, ma è prodotto interno netto, è patto di stabilità sociale, qualità dell’ambiente, delle relazioni. In Italia si è tentato di affrontare la crisi, con effetti catastrofici, tagliando la rete delle protezioni sociali e disinvestendo in cultura a tutti i livelli. Tagliando i trasferimenti alla scuola pubblica, all’università pubblica, allo spettacolo (300.000 addetti, un’industria gigantesca) e tagliando i trasferimenti alla ricerca e all’innovazione. E teorizzando che le risorse alla cultura siano spreco, immaginando la cultura come un’attività parassitaria «sulle spalle» di un mondo economico laborioso fatto dai signor Rossi della Padania. Noi abbiamo pensato che bisognasse fare il contrario, anche perché la lontananza della politica dalla cultura significa lontananza dalla conoscenza della complessità, della propria storia e del proprio destino.

 

Questa «inconsapevolezza» mette in gioco la questione dell’identità territoriale, oggi molto sensibile non solo al Nord, anche nel Sud del paese. È «provinciale» la chiusura al nuovo, all’estraneo, al diverso? O è «provinciale» l’apertura accogliente dei modelli culturali eteroimposti e dominanti? Oppure c’è una terza via?

La povertà culturale della politica è una tragedia e spiega il fatto che torni il provincialismo in termini di mitizzazione del proprio micro territorio, di trasformazione del micro territorio in piccola patria. Un patriottismo ombelicale, regredito, pulviscolare che assomiglia più alla fondazione di una Pro Loco che alla fondazione di una nazione, che assomiglia davvero al rito folkloristico di «strapaese». La storia e le tradizioni della mia terra sono storie e tradizioni di mescolanza di culture, di mescolanza di fedi, di linguaggi, di razze. E allora io credo che noi dobbiamo riacchiappare la nozione di territorio non per renderla un feticcio come fanno i leghisti, ma per renderla pensiero critico, consapevolezza del cammino che si è compiuto. Per vivere il territorio come la propria specialità, la propria peculiarità, un dono da mettere a disposizione del resto del mondo. La differenza tra me e un leghista è che per me vale la culla, valgono le radici, la tradizione, valgono i racconti del passato soprattutto se ci aiutano a imparare non a chiudere la porta del recinto identitario, ma ad aprirla.

 

Nella tua Regione hai introdotto un nuovo modello di politiche culturali basato su «sistemi». Da quale esigenza nasce quest’impostazione?

Noi abbiamo immaginato di costituire «filiere produttive» della cultura, abbiamo alluso alla possibilità di mettere in piedi un’industria culturale. Il caso del cinema è il più emblematico. All’inizio fu l’Apulia Film Commission che soprattutto andava a scuola dai torinesi, la Film Commission piemontese e il Museo del Cinema di Torino sono stati per noi la cattedra fondamentale da cui poter imparare. Ma Film Commission è stato il veicolo con cui abbiamo allagato i nostri orizzonti. Abbiamo messo in piedi un Festival del cinema e del video che è stata un’occasione molto importante per sprovincializzarci. È il Festival meno mondano che esista, forse il Festival più di successo. Immaginare che alle 9:00 del mattino ci possano essere code chilometriche per vedere Ladri di biciclette di Vittorio De Sica è la rappresentazione di un consenso conquistato sul campo. Ma oltre al Festival abbiamo immaginato di costruire le Fabbriche del cinema, cioè luoghi che abbiamo chiamato Cineporti in cui i transatlantici delle produzioni cinematografiche potessero trovare già pronte sul territorio pugliese tutte le arti e i mestieri indispensabili per la fattura di un film. E poi abbiamo immaginato che tutto questo potesse ruotare attorno anche alla promozione di talenti pugliesi. Non solo nelle arti e mestieri che sono di contorno, ma anche nelle arti e nei mestieri fondamentali quali quelli della scrittura di un film e della interpretazione di un copione. E così nei nostri festival abbiamo fatto anche un lavoro di formazione e selezione di talenti.

 

Questo impegno non si limita al cinema…

Abbiamo immaginato di clonare l’esperienza del cinema nella musica con Puglia Sounds e oggi abbiamo uno strumento che consente alla Puglia di essere ricettiva della migliore scena mondiale, e alla Puglia musicale di mettere il naso fuori dai confini regionali, di farsi conoscere all’estero o nel resto d’Italia. E abbiamo aiutato le piccole autoproduzioni indipendenti a nuotare nel mare magnum dei mercati globali. E così con le altre attività culturali. Vogliamo imparare a fare sempre di più eventi che racchiudano in qualche maniera interi cicli produttivi. L’evento è il punto terminale ma anche il punto di partenza di quella che io chiamo una filiera produttiva. La Notte della Taranta per esempio è un concertone che si fa nell’ultimo sabato di agosto a Melpignano, due settimane intere di animazione del Salento e non solo del Salento, dal punto di vista del pentagramma tipico di quella terra: la taranta, la pizzica e la commistione con altri sound popolari. Ma è anche un’orchestra di quasi cento elementi, una fabbrica che gira il mondo, racconta la Puglia e forma giovani talenti. Com’è accaduto a un ragazzino componente dell’orchestra della Notte della Taranta, di comporre la musica di un film e prendere l’Oscar per quella colonna sonora. Ogni euro investito in cultura deve in qualche maniera diventare un seme che produce un germoglio qui, in questa terra. Accanto a questo, il lavoro che abbiamo fatto di ristrutturazione dei teatri, i centosessantanove laboratori urbani che abbiamo realizzato recuperando manufatti anche importanti e in pieno degrado, trasformandoli in luoghi della multimedialità, della connettività sociale, della produzione artistica.

 

Dal cantiere di Principi Attivi e Bollenti spiriti (finanziamenti regionali destinati a progetti di ragazzi tra i 18 ed i 35 anni) sono emerse anche diverse esperienze collegate all’arte contemporanea, tra riflessione critica, workshop e residenze. Il territorio sembra pronto a un salto di qualità attraverso un Centro per le arti visive di concezione avanzata. Un luogo di scambio internazionale dove convergano e si possano formare anche le giovani generazioni locali. Uno spazio permanente aperto a vari linguaggi che superi le barriere rigide del Museo tradizionale. Ci sono le condizioni per realizzarlo?

Intanto voglio dire che anche in questo campo abbiamo fatto operazioni che erano il contrario del provincialismo. Abbiamo usato i nostri castelli medievali come location per installazioni di arte contemporanea, per operazioni culturali di livello sotto la guida di un maestro come Achille Bonito Oliva. Abbiamo fatto vivere di palpiti dell’oggi Castel del Monte ad Andria, il castello svevo a Bari, il castello di Lucera, quello di Barletta. Sono state veramente esperienze straordinarie. Abbiamo recuperato il fossato del castello svevo di Bari, lo abbiamo usato come location per installazioni importanti e l’impatto con il popolo che abita nel quartiere circostante, cioè la città vecchia, è stato straordinario. Perché il fossato era una specie di discarica a cielo aperto e i baresi hanno amato quell’opera di recupero di uno spazio all’aperto che ha dimostrato attenzione per un luogo della loro quotidianità, un luogo bellissimo. Abbiamo investito perché i protagonisti della vita pittorica pugliese potessero avere residenze adeguate con un’opera di valorizzazione a livello scientifico. Abbiamo portato il barlettano De Nittis nel palazzo della Marra, la sua casa per sempre. E a Barletta abbiamo portato i grandi pittori che cantano la civiltà borghese ottocentesca. Abbiamo ripresentato De Nittis a Parigi. Abbiamo portato a Venezia Pino Pascali, uno degli artisti più prodigiosi degli anni Sessanta e uno dei pugliesi più meritevoli di essere conosciuto. E per far questo ci siamo sottratti all’incantamento volgare, commerciale di venditori di tappeti che hanno inquinato la Biennale di Venezia con il loro deposito di improvvisazioni pittoriche. Quindi abbiamo fatto un investimento robusto e pensiamo che la Puglia debba rispondere alla necessità di dotarsi di un polo museale legato all’arte d’avanguardia. Io non ho pregiudizi nei confronti di formule che possano aiutare la Puglia a dotarsi di queste strutture. Penso che la prima parola spetti al pubblico. Il pubblico può anche immaginare formule pubblico/privato, ma naturalmente nel rispetto delle leggi.

 

Cultura e politica sono quindi complementari, nel senso che la prima pone problemi sul mondo mentre la seconda ci aiuta a risolverli?

Ma come si fa a parlare di politica internazionale quando c’è una classe dirigente che non ha confidenza con le capitali del mondo? Quando non si conosce il Nordafrica, quando non si sa che cos’è lo Yemen, quando si ha bisogno di una guerra civile per sapere che cos’è il Barhein? Come si fa ad accettare che nel nostro paese la politica estera abbia un suo momento importante di discussione pubblica e nelle aule parlamentari a proposito di un’isola lontana come Santa Lucia che ospitava i segreti legati ai parenti del Presidente della Camera e quindi era uno snodo fondamentale legato alla bassa cucina italiana? E intanto il Parlamento non ha avuto tempo per affrontare in maniera approfondita le rivoluzioni mediterranee che cambiano la storia e la geografia del pianeta… Come si può immaginare che la politica possa occuparsi di energia se c’è bisogno della catastrofe di Fukushima per scuotere la coscienza del pianeta? Bisognava essere in grado – come diceva sempre un vecchio dirigente comunista come Alessandro Natta innamorato di San’Agostino – «di coniugare agostinianamente i tre tempi del presente: il presente del presente, il presente del passato e il presente del futuro». Oggi siamo schiavi di una dimensione totalitaria del contingente. Quello che conta è la battuta che farai da qui a poche ore e come essa vivrà per qualche attimo nello sfolgorio di un titolo di giornale. La cronaca è gremita di personaggi che cercano di cavalcarla. La storia è un deserto, sono tutti fuggiti sia dal dovere di coniugare la memoria sia dal dovere della futurologia. Sono dei deserti quelli, dei luoghi disabitati. La politica vive allegramente questa consapevolezza di perdita della cultura perché ha accettato da lungo tempo di essere semplicemente il notaio per conto degli interessi delle grandi lobby economiche. È il mercato, un mercato finanziario drogato e fatto di gangster in doppio petto a decidere tutto. La politica non ce la fa, non è in grado perché ha dimenticato di essere nata per governare il mondo e non per farsi governare dagli affaristi. E allora non ci sarà purtroppo rigenerazione della politica, la politica non tornerà a essere la discussione sulla cosa pubblica. La politica non saprà tutelare le prerogative della res pubblica se non sarà in grado di riagganciare la propria consapevolezza culturale, la consapevolezza culturale dei propri doveri etici.

 

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