Giuseppe Caliceti

La scuola pubblica italiana, dopo tre anni di cura Gelmini-Tremonti, è più morta che viva. Ma ancora non basta. Dopo averla orribilmente sfigurata e assassinata, dopo averla rasa al suolo raggiungendo quel fondo che neppure il peggior ministro all’Istruzione democristiano aveva mai toccato, la nuova finanziaria si ripromette di iniziare addirittura a scavare tra le macerie per vedere se c’è ancora qualcosa da vendere – leggi: privatizzare, o da risparmiare – per esempio: si parla con sempre più insistenza di cacciare i bambini disabili, che sono «economicamente insostenibili» e perciò cacciati da ogni scuola privata, anche dalla scuola pubblica; o, in alternativa, di far pagare i docenti di sostegno che spettano loro per legge a sponsor (?) o, più semplicemente, ai loro genitori, almeno per quelli che possono, gli altri si arrangino. Si avverano così, tristemente, le parole pronunciate da due grandi e inascoltati pedagogisti italiani, Andrea Canevaro e Dario Ianes, pronunciate nell’ottobre del 2008, quando si dimisero per protesta con una lettera dall’Osservatorio sull’integrazione del nuovo ministero della pubblica istruzione. Mariastella Gelmini. «Questa nuova politica scolastica fatta di tagli, economie presunte, annunci e smentite, rigore, disciplina, ordine, divise, autorità, voto in condotta, bocciature, selezione, produce in tutti ulteriore insicurezza, diffidenza e conflitti.
Queste politiche scolastiche sono evidentemente gestite da finalità economicistiche, per risparmiare: ma questo avverrà sulle spalle delle famiglie, sulla pelle degli alunni e sulla credibilità della scuola pubblica, come la vuole la nostra Costituzione». E subito vengono in mente le parole di Derek Bok, presidente dell’Università di Harvard, che anni addietro affermò: «Se È ciò che da alcuni decenni stiamo provando in Italia: un costante scadimento della qualità dell’offerta formativa. pensate che l’istruzione sia costosa provate l’ignoranza». È ciò che da alcuni decenni stiamo provando in Italia: un costante scadimento della qualità dell’offerta formativa. Uno dei lasciti migliori degli anni Settanta era stato il rinnovamento della scuola pubblica con la nascita dal basso di esperienze innovative come il tempo pieno e l’integrazione nelle classi di bambini diversamente abili aiutati da docenti di sostegno. Forse non era la perfezione, ma eravamo la quinta scuola primaria del mondo. Poi è iniziata un’inversione di tendenza di cui non si intravede ancora la fine. Governi di centro-destra e di centro-¬sinistra hanno cercato di offrire agli alunni un modello di scuola di tipo anglosassone che prevede due strade: da una parte una scuola di base – pubblica e gratuita – di scarsa qualità e con funzioni prettamente di contenimento sociale; dall’altra scuole private a pagamento, di qualità superiore, per chi se la può permettere. È un’idea di scuola che stride con il nostro dettato costituzionale.
Il primo in Italia a parlare apertamente di modello anglosassone e di parificazione del sistema educativo pubblico privato è stato il ministro all’Istruzione di un governo di centro-sinistra: Luigi Berlinguer. Col termine «autonomia», ha dato il via al disegno privatistico della scuola pubblica, «ribadito poi da numerose leggi e modifiche costituzionali». Da allora in tanti hanno provato a mettere in atto questo disegno. Moratti, Fioroni. Poi, appoggiata da un sistema informativo a senso unico, Mariastella Gelmini, che, nonostante parli a vanvera di merito, in tre anni ha portato la scuola primaria italiana dal quinto posto al mondo e primo in Europa, al tredicesimo posto in Europa. Di che merito stiamo parlando?
Nessuno. E nessuno sa cosa accadrà quando ci si accorgerà che provare con l’ignoranza invece che con l’istruzione e l’educazione non è neppure più economico. I genitori italiani hanno barattato una Ferrari con una vecchia auto scassata di seconda mano: la scuola primaria italiana, che proponeva una pedagogia e una didattica tra le più avanzate al mondo, riprendendo e rinnovando quella straordinaria esperienza di quella pedagogia popolare italiana, non togata, non accademica, che nel Novecento ha avuto tra i suoi maestri don Lorenzo Milani, Gianni Rodari, Loris Malaguzzi, Mario Lodi. Educatori che teorizzavano, in una società sempre più complessa, la necessità della centralità dell’educazione, non la sua subordinazione a un potere o a un mercato. Attraverso un modello didattico legato alle conoscenze, ma anche alle relazioni tra individui, compresa quella tra adulti e bambini. Con una conseguente apertura della scuola stessa al contesto sociale in cui è inserita. Quella che descrive uno dei suoi più appassionati sostenitori, il pedagogista Franco Frabboni:«L’apertura all’ambiente (l’istruzione si nutre delle opportunità formative della città intese come aule didattiche decentrate), inclusione-integrazione delle “diversità” (disabili, altre-etnie), l’alternanza classe-interclasse (dando palcoscenico ai laboratori: centri di interesse, angoli didattici, atelier musicali-teatrali-pittorici eccetera), la pratica della ricerca e del lavoro di gruppo (possibile in una scuola officina di metodo, bottega in cui si impara a imparare), l’identità di comunità educante (quando la scuola si fa vivaio di relazioni e di valori)».
Insomma, l’opposto della scuola-caserma che propone Gelmini: anacronistica, punitiva, classista, razzista. C’è chi racconta che il taglio epocale alla scuola era necessario, legato alla crisi economica. Balle. Perché la riduzione dei fondi alla formazione è parte di un trend che nel nostro paese va avanti da vent’anni, promosso da governi di centro-destra e centro-sinistra. Perché i tagli sono sempre un problema di scelte: i fondi alla Difesa sono aumentati. Perché ci sono paesi che, in risposta alla crisi economica, invece di tagliare hanno deciso di investire strategicamente sulla ricerca e sulla formazione.
Scolarizzare vuol dire aumentare le opportunità, rendere più mobile la società, dare valore concreto ai princìpi della democrazia. Obama, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del gennaio 2011, ha ricordato come i contenimenti di spesa previsti non toccheranno formazione e ricerca, considerati motori dello sviluppo di fronte alla crisi economica e strategici per il futuro. Esattamente il contrario di ciò che è accaduto in Italia dove, in tre anni, si è selvaggiamente contratta la spesa sulla formazione. Nonostante i nostri numeri sulla dispersione scolastica siano allarmanti. Nel 2009 i giovani che hanno interrotto precocemente gli studi sono stati il 19,2%. Con punte drammatiche in Campania, Puglia, Sicilia, Sardegna, dove quasi un giovane su quattro non arriva alla licenza media.
Siamo tra i peggiori in Europa. E un quindicenne su cinque risulti semianalfabeta, come certificano i test Ocse-Pisa 2010. Cioè privo «delle capacità fondamentali di lettura e di scrittura», rendendo così «più ardua la ricerca di un lavoro» e ponendoli «a rischio di esclusione sociale». In India, per fare un esempio di un paese in forte crescita,
la dispersione nel periodo della scuola dell’obbligo riguarda solo il 4,5% e ogni anno continua a scendere. È difficile spiegare ai genitori degli alunni e degli studenti italiani, bombardati dalla narrazione mediatica sulla scuola di un sistema informativo malato, il disastro che sta ricadendo in forma sempre più grave sulla pelle dei loro figli. Immaginate un padre e una madre di famiglia. Immaginate i loro figli. Uno, due. Anzi, due milioni di figli. Maschi, femmine. Bambini, ragazzi. Figli di ogni età. Gli alunni e gli studenti della scuola primaria italiana.
Una sera, a cena, il padre dice: «La nostra famiglia è come una piccola azienda. Non ce la facciamo più a tirare avanti così». Le figlie e i figli lo guardano. «Abbiamo deciso di razionalizzare le spese. Non preoccupatevi. Taglieremo solo il superfluo. Risparmieremo sulla vostra istruzione». La madre aggiunge: «Faremo così: alcuni di voi, i più bravi, continueranno a studiare perché si trovino un buon posto di lavoro. Gli altri andranno a lavorare. Insomma, studieranno solo i più meritevoli». Un figlio: «Ma siamo altri tutti figli vostri!». La madre: «Sì, ma non siete tutti uguali!». Il bambino: «Sì, certo. Ma all’articolo tre della Costituzione italiana si dice che occorre rimuovere gli ostacoli di chi ha più difficoltà nello studio, no?». Il padre: «Una volta era così. Adesso quel tempo è finito. Occorre risparmiare. Occorre più selezione. Inutile investire sui più ignoranti!». Figli e i figli fissano ammutoliti i genitori. Hanno uno sguardo simile a quello di Pollicino e dei suoi fratelli prima di essere abbandonati nel bosco. Quello che è accaduto in questi anni nella scuola italiana, assomiglia proprio alla fiaba di Pollicino. Una fiaba crudele, di miseria. Perché i problemi economici alterano i rapporti affettivi e familiari. Fanno perdere di vista i ruoli e i valori che dovrebbero tenere legati tra loro giovani e adulti, genitori e figli. La scuola non dovrebbe essere una culla per gli italiani di domani? Invece, per colpa di una classe politica vecchia, avida, egoista, disinteressata al futuro dei suoi stessi figli, oggi si è trasformata in una matrigna cattiva. Conoscete la fiaba. La matrigna, una sera, informa il marito che non c’è più pane per tutti. E pone il dilemma. «O sopravviviamo noi genitori, o i nostri figli». La soluzione? Abbandonare i figli nel bosco.
Siamo a un drammatico conflitto generazionale: genitori contro figli. La prima volta, dopo aver ritrovato la strada grazie ai sassolini nascosti nelle tasche, Pollicino e fratelli torneranno a casa. La seconda volta i sassolini sono sostituiti da briciole di pane gli uccelli mangeranno. Nella fiaba, dopo una serie di vicissitudini, Pollicino e fratelli riusciranno ugualmente a tornare a casa e la storia, grazie all’intelligenza e al coraggio dei più piccoli, troverà un insperato lieto fine. Ciò che colpisce, cari genitori italiani, è che nessun adulto aiuti i minori. Anzi, sono gli stessi genitori a tradire la fiducia dei figli, a venir meno ai loro ruoli di padre e di madre. E questi fratelli, o si cavano di impaccio da soli o faranno una brutta fine. È questo l’amaro destino dei nostri figli? O noi genitori sapremo dargli concretamente una mano?

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2 Risposte a Morte annunciata della scuola pubblica italiana

  1. Beatrice Rizzolatti ha detto:

    Sono madre di tre figli, tutti in età scolare, e tutti frequentanti la scuola pubblica.
    Ho letto con interesse il suo articolo sulla scuola. Sono d’accordo sulla situazione difficile cui siamo giunti in Italia, anche se, forse per la mia esperienza personale, non condivido alcuni punti della sua analisi.

    Tentativo da parte dell’attuale governo di creare una scuola di élite privata a discapito di quella pubblica: non penso che ci sia alcun obiettivo in questo senso (ci sarebbe almeno una possibilità di salvezza classista).
    Una scuola seppur a pagamento efficace costituirebbe una pericolosa falla nel sistema di trasformazione delle persone in massa decerebrata . Nella mia città, Parma, per quanto ho potuto constare, la scuola pubblica è di gran lunga migliore rispetto alla scuola privata. Del resto non mi stupisce minimamente che il nostro Paese non si curi dell’educazione dei giovani: se si vuol creare degli schiavi e lasciare la ricchezza in mano a pochissimi gruppi di potere, meno le persone sanno e meno consapevoli sono, meglio è.

    La scuola primaria di Rodari e Lodi è stata una “ straordinaria esperienza”: io ho fatto le elementari in quegli anni e francamente non credo che quelle idee abbiano portato vantaggi al nostro sistema educativo. Anzi.
    Le loro teorie sono state il cavallo di Troia per la distruzione totale della scuola del passato che prima, seppur con alcune storture, insegnava a pensare e dava ai più meritevoli, appartenenti a tutti gli strati sociali, la grande possibilità di diventare parte della classe dirigente.
    La scuola di quei maestri era un’ utopia, soprattutto perché escludeva il principio base per raggiungere qualunque risultato: il sacrificio.
    Del resto, a mio avviso, il motivo per cui si è permesso a quegli uomini sicuramente in buona fede di introdurre certe idee, è stata la loro inconsapevole compatibilità con il fantastico mondo supermercato. Non disturbavano affatto, anzi con apparente lungimiranza hanno fatto sparire la serietà e l’impegno dal nostro sistema scolastico.

    La favola dei genitori contrapposti ai figli. Ma quale contrapposizione? Non si è accorto che siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda, eternamente adolescenti e con un’unica preoccupazione: comprare e consumare.
    D’altra parte io, genitore di 40 anni, sono cresciuta con i libri di Rodari, ma nessuno, in diciassette anni di istruzione, mi ha mai detto senza giri di parole che l’unico vero motivo per studiare era conquistare la libertà di pensiero e la consapevolezza di quali siano le cose per cui vale veramente la pena di vivere.

  2. curino ha detto:

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