Teatro Valle Occupato

Occupare il Teatro Valle è per noi un atto desiderante e un gesto di riappropriazione: occupiamo per occuparci di ciò che è nostro, perché solo chi ama un luogo può prendersene cura. Un gesto che istituisce uno spazio pubblico, una presa di parola. Questo tentativo avviene nella messa in gioco dei corpi e delle fisicità, convocando un elemento che appartiene all’ordine delle passioni: nell’arte come nella lotta sperimentiamo zone di esperienza di maggiore intensità, maggiore qualità – creativa, politica, umana. È un processo di liberazione dalle retoriche insopportabili del potere e del neoliberismo che ci hanno fatto immaginare come individui soli, coltivando l’illusione che essere soli equivalga a essere liberi.

Per tutti coloro che in modi diversi stanno attraversando l’occupazione è molto forte la sensazione di creare qualcosa che prima non c’era, di vivere un momento costituente. E la percezione di questa potenza trasformativa ci dà la misura del deserto che abbiamo attraversato negli ultimi quindici anni, segnato da una progressiva erosione dei diritti e una conseguente precarizzazione del nostro vivere.

Queste sono le nostre macerie. Ma l’autunno ci ha mostrato un altro spettacolo: solitudini atomizzate hanno iniziato a riconnettersi dando vita a un’ipotesi di opposizione sociale dal basso. La capacità del movimento studentesco di comporre un quadro eterogeneo delle lotte ha accelerato un processo di riconoscimento reciproco tra noi lavoratrici e lavoratori dello spettacolo: attori, danzatori, tecnici del teatro e dell’audiovisivo, musicisti, operatori, registi, autori, montatori, scenografi, direttori della fotografia, costumisti con percorsi professionali che attraversano teatri stabili e privati, enti lirici, produzioni cinematografiche, televisive e radiofoniche, festival e compagnie sovvenzionate o indipendenti, spazi autonomi di produzione culturale. Una soggettività politica ancora embrionale e intensamente esposta alla frammentazione.

A dicembre di fronte ai tagli violentissimi a tutto il settore dello spettacolo e della cultura le reazioni di sindacati e associazioni di categoria sono state deboli, complici. La testimonianza di precarietà esistenziale o la generica difesa della cultura in senso astratto non basta più. Si pone la necessità di una reazione che sia all’altezza della violenza di questo attacco. Per questo il 14 dicembre è stato per noi un momento di svolta: scendere in piazza con studenti e ricercatori come lavoratori dello spettacolo non in semplice solidarietà ma piuttosto con la profonda complicità di chi condivide le stesse condizioni di vita e un gioioso desiderio di rivolta.

Per età, per formazione, percorsi e scelte professionali nessuno ci rappresenta. Attraverso forme dirette e orizzontali di autorganizzazione, questo deficit può essere trasformato in una forza. Viviamo un’epoca in cui la centralità dell’industria, per come l’abbiamo conosciuta per oltre un secolo, cede il passo a un flusso di produzione culturale diffusa e lo sfruttamento del sapere vivo assume forme violente assimilabili a quelle di un bracciantato creativo. È necessario generare forme di conflitto che mettano in luce il carattere fisico del lavoro immateriale per porre la questione del reddito, dei profitti, della produzione, del rapporto tra privato e sfera pubblica, della riappropriazione di spazi e risorse in una logica di equità.

In questo l’occupazione del Teatro Valle sta funzionando come dispositivo per una soggettivazione del lavoro cognitivo. L’occupazione di uno spazio pubblico equivale all’apertura di un’agorà, di uno spazio pubblico del discorso. Lo facciamo attraverso assemblee aperte, autoformazione, incontri con docenti di economia e di filosofia – per riprenderci la politica attraverso la pratica e l’immaginazione. E qui sì, la politica non è più amministrazione dell’esistente, grigio affare da tecnocrati, ma una forma di vita potenziata perché condivisa e cooperante.

Di fronte alla voragine dell’autunno, tentiamo di mettere a fuoco prospettive politiche che aprano interrogativi su cui costruire e allargare un dibattito. Partiamo dalla lotta specifica sul Teatro Valle: il teatro deve rimanere pubblico ed essere riconosciuto e tutelato come bene comune. Stiamo ideando, insieme a Ugo Mattei e Stefano Rodotà, una forma giuridica avanzata per una fondazione pubblica, che funzioni da modello riproducile, da grimaldello con cui decostruire dalle fondamenta il sistema della cultura. Che scardini il meccanismo di ingerenza partitica e sia principio ispiratore di nuove politiche culturali pensate dal basso e da chi la cultura ama e produce.

Pensiamo a una gestione partecipata ispirata ai princìpi del bene comune. Alla logica proprietaria delle direzioni vogliamo contrapporre un modello di cooperazione e decisionalità diffuse, dirette e orizzontali. Ipotizziamo una direzione artistica plurale con garanzia di turn over, sostituendo alla filosofia dell’io quella del noi. Equità nelle paghe, una politica dei prezzi che garantisca a tutti l’accesso alla cultura, una gestione economica e artistica trasparente e leggibile, princìpi ecologici di distribuzione delle risorse e delle opportunità. Individuiamo come vocazione del Valle il sostegno alla drammaturgia italiana e ai nuovi linguaggi del contemporaneo, produzione, ospitalità e formazione, tutela del patrimonio vivo delle maestranze e formazione permanente della cittadinanza.

Il valore politico di questo esperimento è altissimo. Intanto, è una forma concreta di autogoverno – tutto ciò che viene formulato a livello teorico e giuridico è sperimentato e verificato nella pratica dell’occupazione: dalla gestione alla programmazione artistica, dalla formazione alla simulazione di bilanci alternativi. Inoltre declina la nozione di bene comune su un oggetto che ha specificità proprie rispetto ai beni materiali della natura, come l’acqua o il territorio della Val di Susa. È dalle specificità di questo particolare oggetto culturale, dalle sue resistenze a farsi accomodare in una categoria preordinata, che dobbiamo sollecitare l’immaginazione politica, affinché il concetto di bene comune non venga depotenziato in senso astratto o universale. Bene comune non è bene pubblico. Al contrario, è proprio ciò che ci permette di uscire dalla dicotomia tra pubblico e privato, tra carattere burocratico, assistenziale e governativo del primo e logica mercantile e del profitto del secondo. Il bene comune non ha alcun elemento di trascendenza, ma emerge nel momento in cui una collettività, a cui era stato sottratto, lotta per riaffermarlo. Dunque ha carattere eminentemente performativo e conflittuale.

La conoscenza, il sapere, gli affetti e i prodotti dell’espressione umana sono un bene comune in senso stretto, e non merci. Quanto più si «consuma» sapere, tanto più questo si moltiplica e si diffonde. È un bene generativo ed epidemico. Per questo il Teatro Valle, se sottratto alla violenza delle logiche proprietarie (sia pubbliche che private), può divenire una istituzione del Comune. E forse proprio qua sta il nodo: per dare respiro e efficacia alle nostre lotte, attraversare la radura con la stessa mobilità dei nomadi ma dietro di sé lasciare avamposti capaci di trasformare il paesaggio sociale, di permanere, moltiplicando e rigenerando l’esistente – buone istituzioni che riproducano il comune e lo potenzino. Che affermino un’idea viva del diritto.

A questo si legano strettamente gli altri piani di lotta che l’occupazione chiama in causa: sistema produttivo e politiche della cultura, nuovo welfare e formazione.

La tendenza comune delle politiche neoliberiste negli ultimi decenni è stata la privatizzazione selvaggia dei beni comuni materiali e immateriali. Resistere alle privatizzazioni e ai tagli non significa difendere l’esistente: l’accesso ai saperi, la libera circolazione di idee e individui, il potenziamento del pensiero critico sono condizioni irrinunciabili per l’esercizio di una cittadinanza attiva desiderosa di autodeterminarsi.

Riconoscere la matrice sociale e diffusa della produzione culturale e le sue specifiche forme di sfruttamento e di declassamento fornisce l’orizzonte comune di diverse mobilitazioni: a essere messi a profitto sono i nostri tempi di vita oltre che di lavoro. Salta ogni misura possibile tra orario di lavoro e salario. La precarietà esprime non una patologia bensì la forma dello sfruttamento della forza-lavoro in un sistema produttivo che si fa più immateriale ma non per questo meno violento e pervasivo.

È necessario rivendicare un nuovo welfare che garantisca il diritto al reddito per i tempi di non lavoro e per un’esistenza sostenibile, il riconoscimento dell’intermittenza e dei tempi della creazione. Il tempo della formazione continua, della ricerca. Il tempo della lentezza e dell’errore. La continuità di reddito è tutt’altro che assistenzialismo. È l’affermazione del principio di autonomia artistica e intellettuale.

Qui si innesta la questione della formazione nel nostro settore, articolata su tre livelli: prima formazione, formazione permanente dei professionisti, formazione del pubblico. Come è accaduto nelle scuole e nelle università, anche noi in questi giorni d’occupazione ci stiamo interrogando: è possibile descrivere le nostre attività, la nostra passione professionale fuori dalle retoriche mercantili del merito, dell’efficienza, della produttività? Si può ripensare l’atto creativo superando l’immagine del genio solitario, del talento divinamente infuso, dell’eccezione? Nel moltiplicarsi di corsi di formazione, scuole d’eccellenza, classi a pagamento o a numero chiuso si attua un processo di dequalificazione dei saperi e di sfruttamento sia economico che creativo.

Eppure, noi sappiamo che l’atto creativo convoca piuttosto un sapere incarnato, in cui l’errore e l’imprevisto sono forze generative. Un sapere non neutro, capace di rendere conto della propria singolarità. Proprio a partire dal lavoro artistico pensiamo i saperi interconnessi tra loro, le competenze tecnico-artigianali incorporate nell’invenzione. È forse questa la direzione per dare valore alle nostre professionalità e reagire allo sfruttamento. Per riconoscere la ricchezza sociale prodotta dalla nostra attività creativa.

Questi alcuni dei nodi che stiamo dipanando e su cui da settembre intessere connessioni con altri soggetti, in uno scenario politico che si profila mobile e di difficile lettura. Spetterà anche a noi prendere posizione sulla manovra finanziaria e sulle conseguenze che avrà nel nostro settore. E iniziare a scalfire la retorica opaca delle politiche di austerità, che pretendono di amministrare la crisi riproducendo soltanto scarsità: di reddito, di cittadinanza, di risorse. Contrapporre all’egemonia della finanza, del mercato, del profitto, delle rendite la potenza generativa della polis e del sapere sociale, capace di creare nuove forme di vita e di ricchezza condivisa.

Crediamo che in questo il protagonismo e l’autonomia dei lavoratori della conoscenza possa costituire un laboratorio politico avanzato. L’anomalia italiana degli ultimi vent’anni si incardina esattamente sulla strettissima connessione fra la formazione del consenso e la narrazione, la comunicazione, la fiction. Interrompendo questa narrazione, si ferma la macchina del consenso. Il berlusconismo è stato anche una grande operazione di mitopoiesi, uno smagliante meccanismo di narrazione. Che ha vinto. Con i nostri strumenti, con i nostri linguaggi.

Abbiamo lasciato che le retoriche del potere e del dominio colonizzassero la narrazione del presente, trasformandola nell’amministrazione pubblica delle immagini. Questo il senso, estetico e politico, del nostro insistere sulle scritture, sulle narrazioni, sulla drammaturgia: perché in questa inesauribile produzione di povertà narrativa leggiamo un depotenziamento della nostra capacità linguistica di trasformare e sovvertire l’esistente.

Partiamo da qui per invitare tutte e tutti ad attraversare l’esperienza del Teatro Valle, a intrecciare percorsi – da subito, per convocare il 30 settembre una prima assemblea d’autunno delle soggettività attive nel mondo dello spettacolo, della scuola e dell’università, dell’editoria, dell’arte, della comunicazione e della produzione culturale. Per nutrire un processo costituente. E seminare la rivolta del sapere.

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