Federico Campagna

Era ora che tornassero gli scrittori impegnati. Che la parola manifesto smettesse di essere un tabù. Che si parlasse di ‘politica’ senza citare il nome di qualche onorevole buono o cattivo. Che si dichiarasse solidarietà alle occupazioni in corso e sostegno a quelle future. Insomma, era ora che gli scrittori e gli editori italiani si ricordassero che è ancora possibile essere degli intellettuali, senza per forza essere già morti da vent’anni. Il manifesto TQ, uscito qualche settimana e firmato da dozzine di autori e lavoratori dell’editoria, è veramente una ventata di aria fresca. Ma anche nelle brezze più deliziose, si sa, possono annidarsi le piogge.

A guardarlo da fuori, per la precisione dall’Inghilterra, il manifesto TQ sembra incepparsi drammaticamente dopo qualche paragrafo. Nel bel mezzo di una frase potente, arriva lo scalino. ‘Un gruppo di intellettuali e lavoratori della conoscenza che ha l’ambizione di intervenire nel cuore della società italiana...’ Perché italiana? Per quale motivo, nell’epoca delle telecomunicazioni digitali, dei voli low cost, della globalizzazione, eccetera, un’opera di militanza cognitiva dovrebbe fermarsi ai confini nazionali?

Letto a Londra, ma forse anche a Parigi, a Lisbona o a Bucharest, il manifesto TQ sembra uno strumento attualissimo di mobilitazione intellettuale, rilevante oltralpe almeno quanto lo è nella penisola. In particolare qui, nella Albione sonnacchiosa e dai sogni violenti, dove le rivolte e i saccheggi sono immancabilmente seguite da un vuoto intellettuale angosciante. Lo scarto proposto da TQ, ovvero il riunirsi militante di forze cognitive non professionalmente militanti, in Inghilterra è ad oggi una chimera. Ci sono i romanzieri, ci sono i poeti, ci sono gli editori. Magari ci sono i romanzieri di ‘sinistra’, che dopo un paio di bicchieri di vino ti raccontano di quanto ancora odino la Tatcher. Ma, a parte i radicals di mestiere, la sola idea di essere un intellettuale impegnato è quasi vergognosa. Oppure soltanto uncool. E da queste parti, si sa, coolness oblige.

Ah, come sarebbe bello che un manifesto del genere uscisse qui. Ma... non potremmo farlo uscire qui? Non sarebbe possibile tradurre il manifesto TQ in inglese (ma anche francese, spagnolo, tedesco...), togliere i riferimenti all’Italia e farlo girare anche nel resto d’Europa?

Eppure, se così fosse, ci sarebbero un po’ di cose da ripensare. A cominciare dal nome del movimento. A costo di essere banale, non posso fare a meno di notare come lo scontro generazionale tra i ‘giovani’ TQ e la generazione precedente non funzionerebbe altrettanto bene in Inghilterra. Qui, in effetti, i quarantenni sono ‘vecchi’. Forse bisognerebbe rinominarlo Manifesto TT (twenty-thirty)? Oppure addirittura togliere la specificazione generazionale?

E ancora, per restare nel campo fantascientifico di un’edizione inglese del manifesto, sarebbe necessario confrontarsi con il ruolo che hanno le case editrici in realtà diverse da quella italiana. Per esempio, quando si parla di ‘un processo di finta democratizzazione della cultura, in base al quale si considera ormai la pubblicazione come un diritto’. Come affrontiamo il problema della pubblicazione, quando forme di self-publishing, quali quelle offerte dall’imprint Encore di Amazon o più banalmente dai blog, hanno una forza e una distribuzione effettiva superiore a quella delle case editrici tradizionali? Potremmo per esempio trarre ispirazione dall’editore inglese Zero Books, che pubblica brevi testi politici e filosofici di rinomati blogger radicali. L’editore come uno specchio, piuttosto che come un pittore? La questione si fa spinosa, e si avvicina parecchio alle problematiche connesse al concetto di curatela nell’arte contemporanea.

In maniera parallela, la visione ‘leninista’ di un’avanguardia culturale potrebbe risultare difficile in un contesto multiculturale e, per dirla con un termine già un po’ trito, moltitudinario. Negli ultimi mesi, un elemento particolarmente forte è emerso dall’ondata di proteste e di scontri che hanno attraversato l’Inghilterra: mai più di ora, le ‘masse’ non hanno nessuna voglia di essere guidate. Non hanno voglia di avere alla testa avanguardie non elette e non temporanee. E’ un fattore di cui bisogna assolutamente tenere conto. Al leninismo, credo, bisogna sostituire l’anarchismo. Ma come possiamo immaginare un’attività intellettuale impegnata, coordinata, efficace, che riesca a coniugare una struttura a network veramente orizzontale (verrebbe da dire, rizomatica) con la forza progettuale tipica delle esperienze avanguardistiche tradizionali?

E infine, quando parliamo della cultura come di un bene pubblico, a quale pubblico ci riferiamo? Come possiamo immaginare la funzione della cultura all’interno di quella che David Cameron ha definito la Big Society, ovvero la società abbandonata a se stessa? In questo senso, forse, la nozione di cultura dovrebbe allargarsi alle questioni di auto-organizzazione delle comunità, al problema dell’utilità sempre mutevole della cultura, che non bisogna mai dare per scontato, e, soprattutto, al problema di definire strutture direttamente democratiche attraverso le quali una comunità possa stabilire i propri criteri di valutazione dei prodotti culturali.

Lungi dal voler essere esaustive, queste mie brevi notazioni semi-fantascientifiche sono un invito ai partecipanti a TQ a adottare una prospettiva ‘esterna’ sul progetto. E anche, perché no, a immaginare lo sviluppo di una visione davvero internazionalista (piuttosto che meramente internazionale) che non sia per forza uno strascico di vetero marxismo, ma un’opportunità e una necessità storica. In questo senso, i limiti del manifesto TQ, le sue specificità generazionali e territoriali in primis, funzionano meravigliosamente come tratteggio in negativo, da cui risaltano le aree ancora inesplorate in cui sarebbe possibile espandersi, e sull’importanza o meno delle quali credo valga la pena di interrogarsi.

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12 Risposte a Il manifesto TQ: il lontano e il vicino

  1. Articolo con chieri e scuri. La frase migliore che condivido pienamente: Che si parlasse di ‘politica’ senza citare il nome di qualche onorevole buono o cattivo… Basta con lo schierarsi nella squadra dei buoni e in quella dei cattivi visto che tutti purtroppo sono cattivi! In Francia, Italia, Spagna, US… non esiste una barriera linguistica o culturale che puo’ salvare la politica visto che non esiste più un ideale che possa convincere e migliorare il mondo.

  2. Federico Campagna ha detto:

    @Francesco: sai che non avevo letto le traduzioni? grazie!
    comunque la questione della traduzione era piuttosto un metodo per fare un check sulla traducibilita’ socio-culturale (piu’ che linguistica) del manifesto. In questo senso, per esempio, cercavo di trovare gli elementi concettuali che andrebbero ‘tradotti’ (ovveri ripensati, riadattati, o magari addirittura cancellati) per rendere l’iniziativa funzionale in un altro contesto, come ad esempio l’Inghilterra.

  3. Francesco ha detto:

    Sì, sono d’accordo, ma non capisco questa tua frenesia. Prima un manifesto per i sessantenni, dopo un giorno la critica al manifesto TQ (che non hai nemmeno letto sul sito). Cos’è, adesso ogni generazione deve passare sotto le tue forche caudine prima di poter esprimere un pensiero? Da quale pulpito poi? Qual è il senso di invitare all’azione internazionalista, se alle parole devono seguire innanzitutto i fatti? Iniziamo da quelli. Meno manifesti più esempi concreti.

  4. Federico Campagna ha detto:

    Caro Francesco,
    ultimamente passo piu’ tempo a spiegarmi che a scrivere…

    Comunque:
    – il manifesto per i sessantenni l’avevo scritto qualche settimana fa. Non era una forca caudina, era un invito. Ho gia’ dibattuto a lungo sull’argomento, leggiti i commenti sotto al pezzo, se ti va.

    – questa risposta al manifesto TQ non e’ una critica. E’ solo un addendum che – nota bene – non ho scritto di mia iniziativa ma mi e’ stato richiesto da persone che appartengono a alfabeta, nazione indiana e TQ. A gentile richiesta, e’ seguito il mio pezzo.

    Detto questo, io non sono, non voglio essere e non mi presento come un giudice. Ho solo offerto alcune idee per quanto riguarda la condizione dei pensionati e, essendomi stato richiesto, ho fatto lo stesso sul manifesto TQ.

    Per qunto riguarda i fatti concreti, ti invito a rileggere una delle mie risposte ai commenti al manifesto dei sessantenni. Perdona l’arroganza, ma in quanto a fatto concreti mi do piuttosto da fare, coi miei scarsissimi mezzi, sia in Inghilterra che in Italia che a livello Europeo. E poi mi capita anche di scrivere.

    Per concludere, sono piuttosto colpito dalle reazioni che ho ricevuto su questo sito negli ultimi giorni. Possibile che non si riesca a accettare le idee di un altro in maniera non-belligerante? Le idee sono strumenti, non atti di guerra: se ti servono, usale. Se non ti servono, costruiscine delle altre che ti siano utili.

  5. andrea inglese ha detto:

    a Federico, che scrive

    “Possibile che non si riesca a accettare le idee di un altro in maniera non-belligerante? Le idee sono strumenti, non atti di guerra: se ti servono, usale. Se non ti servono, costruiscine delle altre che ti siano utili.”

    Già, questa è una piccola cosa che non ho mai davvero compreso, se penso alla mia esperienza ad esempio in Nazioneindiana. Alcune persone sono incredibilmente portare, almeno per quanto riguarda il dibattito in rete, a seguire per filo e per segno dei blog o siti, i cui contenuti contestano in modo sistematico, puntuale e con notevole foga. Se io mi trovassi in una situazione simile, a dissentire sempre e comunque da un certo blog o giornale, ecc., mi convincerei semplicemente che sto dedicando tempo a qualcosa che non ne merita. E sposterei la mia attenzione altrove, là dove troverei, ogni tanto almeno, qualche motivo di soddisfazione. Ma questo è un discorso generale, che c’entra poco con il tuo pezzo. Io penso che le tue osservazioni sull’apertura internazionali di TQ siano giuste e utili, Si tratta poi di capire in che forme concrete cominciare a realizzarle. In ottobre, ad esempio, molto probabilmente avvieremo un confronto tra TQ (ci sarà Giorgio Vasta e Francesco Forlani) e alcune realtà francesi, che hanno riflettuto in anni recenti su temi analoghi. Inoltre, su alfabeta2 daremo spazio ad esperienze non solo italiane. Ho intervistato Maurizio Lazzarato, filosofo e militante, che ha seguito in Francia la lunga lotta degli “intermittenti dello spettacolo”.
    Un primo passo mi sembra quello di sapere che cosa fanno i TQ negli altri paesi. Si sono definiti in termini generazionali, professionali, più generalmente politici? Di che vocabolari e forme di dissenso e di produzione culturale dispongono?
    Certo, tutto ciò implica un lavoro, come dici bene nel commento, di “traduzione” non semplicemente linguistica, ma più generalmente storico-culturale.

  6. sally brown ha detto:

    prima di andare avani nella lettura già mi chiedo: che fine hanno fatto l’internazionale, internazionalità, l’internazionalismo, l’internazionalizzazione, l’idea insomma di interpretare una realtà che non sia soltanto quella dell’orto di casa mia?
    ole/.)

  7. Larry Massino ha detto:

    @Andrea Inglese (cu cu)

    ” Alcune persone sono incredibilmente portare, almeno per quanto riguarda il dibattito in rete, a seguire per filo e per segno dei blog o siti, i cui contenuti contestano in modo sistematico, puntuale e con notevole foga. Se io mi trovassi in una situazione simile, a dissentire sempre e comunque da un certo blog o giornale, ecc., mi convincerei semplicemente che sto dedicando tempo a qualcosa che non ne merita. E sposterei la mia attenzione altrove, là dove troverei, ogni tanto almeno, qualche motivo di soddisfazione. ”

    Potevi limitarti a scrivere NON DISTURBATE IL MANOVRATORE…

    Comunque… Io, prima di dimettermi spintaneamente da commentatore in NI, per protesta contro pratiche censorie, sono stato un assiduo osservatore e commentatore critico, ma ciò non vuol dire che non ho goduto di alcuni contenuti pubblicati, a partire dal tuo articolo sul fascismo estetico, e aggiungo almeno gli scritti di Massimo Rizzante, di Flavio Santi o di Tommaso Pincio, i primi che mi vengono in mente, senza contare l’incontro per me importante con alcuni commentatori abituali (per te evidentemente da ricovero, come Sergio Maria Cerruti, Anna Maria Papi, Massimo, Maria, Rita, GS, Ama, La Funambola, Lucia Cossu, Ennio Abate, Francesco Marotta, Nevio Gambula o Davide Ruffini, lo stesso critici o addirittura caustici nei confronti della linea editoriale del blog, che sembra comprendere la richiesta di applausi alla Veronique a qualunque intervento). Questo per dire che è abbastanza ridicolo voler stare in rete isolandosi dalle voci critiche nei nostri confronti (da quelle offensive naturalmente sì). Stare in rete significa essere disponibili al dialogo, almeno questo dovrebbe significare… Fare rete dovrebbe forse significare proprio questo: imparare a essere dialogici, del resto definendo sempre meglio lo stesso concetto di dialogicità che ci motiva a esprimersi pubblicamente. Direi che questo atteggiamento aumenterebbe di molto la stessa scientificità dei contenuti pubblicati (e anche la socialità a voi tanto cara…), sottoposti uno per uno, spererei anche enunciato per enunciato (come feci io spulciando il lavoro critico di Roberto Saviano, in qualche maniera elogiato anche dalla sua editor…) a severe e non pregiudizievoli analisi. Come sai mi sono in un certo senso accanito in NI dopo che mi fu censurato un commento (penso non da te) che era quasi un articolo contro certe tue legittime teorie engagiste, ma che erano altrettanto legittimamente criticabili e discutibili; il mio post censurato non era né offensivo né fuori tema, aveva solo il difetto di cercare di smontare le tue posizioni prendendo spunto da posizioni difficilmente liquidabili con un vaffa, come quelle di Simone Weil e Samuel Beckett.

    Comunque, intervengo qui assolutamente fuori luogo soltanto per dire che ancora una volta si dimostra che l’idea di democrazia che emerge da certi modi di praticare gli spazi della critica rischiamo di apparire assolutamente peggiori di ciò che si vuol sostituire. TQ compreso, mi sa… La forma organizzativa che vi state dando, come generazione di scrittori e intellettuali, rischia di essere interpretabile come forma autoritaria, a partire dal metodo della cooptazione con il quale affiliate i nuovi membri, dando loro più o meno spazio come articolisti dei vostri blog (è stato offerto anche a me, se è per questo… e non solo…). Siete sicuri che non ci siano forme organizzative migliori per fare selezione? Per esempio una se possibile neutrale analisi degli strumenti intellettuali, dei linguaggi, delle idee di chi casualmente o meno incontrate? Rifletteteci.

    Mi scuso per aver rubato prezioso spazio alla vostra importante discussione.

  8. Luigi B. ha detto:

    Davvero “commento” molto raramente. Ancor più raramente vado in OT. Però lo sento come necessario (visto che per megalomania mi sento potenzialmente chiamato in causa per la discussione sui “pensionati col tempo libero che dovrebbero fare la rivoluzione” secondo Federico): sì, c’è chi si dedica a commentare solo per rompere le uova nel paniere altrui. C’è anche il caso che uno animi la discussione e dibatta anche “ferocemente” perché il tema scotta. Altre volte, come quando si scrive un articolo “provocatorio”, non ci si può aspettare un commento “certo, capisco perfettamente, ma…”. Altre volte ancora, poi, prima di chiedersi perché il mondo belligeri contro le idee di uno, questo uno dovrebbe chiedersi se magari non le ha espresse come pensa o se magari ha usato un tono forse troppo provocatorio (e provocativo). Non mi pare comunque che nessuno abbia minacciato di morte nessuno, qui.

    Per quanto riguarda il tema dell’intervento: è sicuramente importante confrontarsi con i “vicini di casa” per vedere, sentire, prendere spunto, unirsi, organizzarsi, dibattere, e soprattutto emanciparsi verso altre forme di pensiero. è anche vero, però, che la storia del nostro paese e dei nostri TQ è necessariamente molto diversa rispetto ad altri TQ di altri paesi, i quali potrebbero muovere da altri “principi” o “temi”. Oltre a ciò, va detto pure che già sarebbe un miracolo se ci si riuscisse ad organizzare per bene e sistematicamente parlando la stessa lingua (e mi pare che i lavori stiano andando avanti abbastanza bene). Con questo non voglio dire che il suggerimento che Federico pone sia stupido, tutto il contrario. Ma il fare “comunità” non è cosa da poco e quanto più grosso è il gruppo e più ampie le distanze (non solo geografiche) tanto più si fa fatica ad esercitare un’azione concreta sul territorio.

  9. andrea inglese ha detto:

    Caro Larry,

    chi non muore…

    tu scrivi: “Come sai mi sono in un certo senso accanito in NI dopo che mi fu censurato un commento (penso non da te)…”
    vedi, il caso di cui parli è abbastanza sintomatico: non è la prima volta che a una persona capita, per un commento messo in moderazione, o una risposta altrettanto polemica ricevuta, che passi dal dialogo aperto e critico – le due cose possono salutarmente convivere – all’accanimento. Ma “accanimento” perchè? E contro chi? E a quale fine? L’accanimento non mi sembra consono all’elogio che tu fai del dialogo e della dialogicità. L’accanimento è un partito preso. Magari avevi tutte le ragioni per incazzarti a causa di 1 commento messo in moderazione. Ma questa piccola frustrazione giustifica una reazione sistenaticamente aggressiva?

    Comunque, detto amichevolmente, io ho trovato sempre qualche sarcasmo ben calibrato nei tuoi interventi, ma a partire da un partito preso generale e da un compiacimento di bastian contrario. Credo che una tale posizione procuri indubbi piaceri narcisisti. Ma nel paese in cui viviamo, penso che i bastian contrari alla fine siano legione. Ognuno lo è di tre che si sono messi assieme per combinare qualcosa. Mettersi assieme, come fa NI o TQ o tante altri progetti, in rete o altrove, non dico che sia faccenda che solleciti meno i narcisisimi individuali. Ma i risultati, se non altro, sono molto spesso imprevedibili e interessanti.

  10. Larry Massino ha detto:

    Caro Andrea, si potrebbe anche dire chi non nuore si ravvede… invece…

    Il ragionamento al quale mi riferivo non fu messo in moderazione, ma cassato, nel senso che prima apparve e poi sparì. Ci ho il file…

    Comunque non mi va di approfittare della gentile ospitalità di questo problematico articolo. Un giorno di questi forse ti rispondo dal mio blog.

  11. Ennio Abate ha detto:

    @ Federico Campagna che scrive: «Era ora che tornassero gli scrittori impegnati. Che la parola manifesto smettesse di essere un tabù. Che si parlasse di ‘politica’ senza citare il nome di qualche onorevole buono o cattivo» dico:

    Io lo faccio da una vita ( senza però fare manifesti dei pensionati). Eppure sulla rete lo posso fare solo sul sito di Poliscritture (http://www.fracarma.altervista.org/) e in blog personali. E perché mai non lo dovrei fare anche su siti e blog più seguiti e meglio organizzati del mio?
    Ora succede che su siti e blog più organizzati del miei, esiste solo una relativa apertura democratica. I contributi, che non sono considerati accettabili dai gestori di quel sito e di quel blog, non vengono pubblicati. Ovvio, sotto certi aspetti. Non vuoi mica venire a comandare in casa mia. Pretendi forse che io pubblichi un tuo pezzo, anche se non lo condividessi? Ogni sito e blog decide in base a criteri più o meno esplicitati cosa pubblicare e cosa no. Non contesto. La favola di una totale trasparenza e democraticità del Web rispetto alle precedenti forme di comunicazione “autoritarie”, “corporative”, etc. fa ridere anche me.
    Esiste, però, specie in questo periodo di grande confusione di idee, un conflitto delle interpretazioni. Converrebbe sentire più campane ( specie quelle più silenziate o, a voler essere generosi, non ascoltate per varie buone ragioni). Insomma, non sempre ciò che un sito maggiore rifiuta di pubblicare è sicuramente degno del cestino (o del silenzio o di rimanere nei circuiti amicali o clandestini).
    Chi crede, a torto o a ragione, che quel che pensa o scrive non abbia minore qualità o verità o importanza di quanto scrivono i redattori o i collaboratori di un sito o di un blog maggiori, insiste giustamente a proporlo e a riproporlo, anche in forme OT.
    E qui passo a presentare brevemente il mio caso, che non è tanto personale, ma illustra bene un problema che a me pare politico ed è vissuto da vari miei amici, tutti “intellettuali periferici” o “in ombra”: quanta democrazia c’è in un sito o blog di rilievo e quanta invece ce ne potrebbe essere IN PIU’ per scelta intelligente dei gestori di quel sito e di quel blog?
    Tempo fa mi sono affacciato come commentatore nel sito di Nazione Indiana. L’ho fatto dopo aver tentato invano di proporre per posta elettronica miei articoli alla redazione. sono stati sistematicamente ignorati (e la cosa è capitata anche ad altri). Ripeto: non credo solo per cattiva qualità dei testi proposti.
    Solo nello spazio commento di Nazione Indiana sono riuscito a svolgere la mia funzione di intellettuale che ritiene di dover dialogare, polemizzare, criticare con POSIZIONI CHE NON CONDIVIDE E CHE OCCUPANO PERO’ SPAZI DI RILIEVO SUL WEB.
    A seconda del contenuto del post sul quale intervenivo e del tipo di reazione del suo autore o di altri commentatori ho insistio più sul dialogo o di più sulla polemica o di più sulla critica più meditata.
    Ultimamente, avendo cercato di “dare la sveglia” alla redazione di Nazione Indiana sulla guerra in Libia, reclamando un bilancio della discussione avvenuta sul blog sotto i due post apparsi all’inizio delle “operazioni”, ne è nata una polemica credo molto significativa. Che sono stato costretto però ancora a sostenere ESCLUSIVAMENTE “invadendo” post NON DEDICATI A QUEL TEMA. Una cosa antipaticissima e sanzionata da fastidio e ludribio dei benpensanti di NI (Cfr. http://www.nazioneindiana.com/2011/09/08/le-parole-e-le-cose-2/ )
    L’ho fatto per puro desiderio di provocare? Perché non ho di meglio da fare e mi accanisco contro Tizio o Caio? No, l’ho fatto e lo farò ancora, rifiutando inviti educati o maleducati a smetterla, a non disturbare “la quiete pubblica”, perché Nazione Indiana, alfabeta 2 e altri siti che seguo sono SPAZI PUBBLICI. L’ho fatto e lo farò ancora anche in questa forma antipatica, OT ecc., perché convinto – fino a prova contraria – che quanto io scrivo abbia lo stesso valore di verità e di qualità di tanti contributi pubblicati senza problemi e senza censura.

    P.s.
    Chiedo anche ad alfabeta 2 di ospitare il mio scritto (http://www.megachip.info./tematiche/guerra-e-verita/6743-il-tarlo-della-libia-riflessioni-e-domande-di-un-esodante.html) sul sito perché possa essere sottoposto al vaglio critico dei suoi lettori.

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