Federico Campagna

Noi siamo gli ultimi. Lo siamo sempre stati, e nemmeno lo sapevamo. Eravamo gli ultimi nel ’68, quando ragazzi ci gettavamo all’assalto di tutto, anche solo nei nostri paesini, anche solo nel pensiero. Gli ultimi nel ’77, quando il futuro ci collasso’ addosso. Gli ultimi negli ’80, chiusi dentro, gli ultimi, nei novanta, nei duemila...

Dopo di noi, il lavoro sarà tutta un’altra cosa. Dopo di noi, non ci sarà più pensione. Dopo di noi il nulla. Di tutte le cose che siamo stati, il punk e’ l’unica che ci e’ davvero rimasta addosso, che lo vogliamo o no. Noi siamo i sessantenni, e non siamo ancora finiti.

Ragioniamo. Quando eravamo giovani, i ribelli eravamo noi. Perché? Perché eravamo studenti, c’era il boom e il tempo e i soldi non mancavano. E se mancavano gli ultimi, il primo sopperiva ai bisogni. Divoravamo libri, riviste, discussioni. Anche senza internet, sapevamo tutto. E poi, dopo di noi, il mondo ci è crollato dietro, come nei film i ponti in fiamme dietro i fuggiaschi. E così i giovani, adesso, la ribellione hanno dovuto ingoiarsela. Fanno manifestazioni, scrivono slogan eccetera. Ma non vogliono cambiare la vita. Vogliono salvarsi il culo. I giovani, da sempre la parte ribelle e innovatrice della società, oggi non ne sono che l’ombra cupa e depressa, l’anima ansiosa e in panico. Se contiamo su di loro soltanto, sulla loro energia che ogni giorno sempre più è divorata dalle pressioni del lavoro e dai gorghi del futuro, possiamo stare certi che ogni Cassandra avrà la sua parte di gloria.

E allora chi resta?

Se i giovani sono scimmie al guinzaglio, chi resta?

Restano gli ultimi.

Restiamo noi.

Guardiamoci in faccia. Come allora, più di allora, abbiamo tempo e soldi. Di tempo ce n’è a dismisura. Lo chiamano pensione. Di soldi ce ne sono pochi, ma pur sempre abbastanza. Lo chiamano pensione. Dicono che noi siamo gli ultimi a godercela. Bene, e allora noi questa pensione ce la prendiamo, ma la terremo in mano come un martello. Abbiamo venti, trent’anni di vita davanti. Abbiamo il cervello buono, ricco. Abbiamo ancora le mani per costruire e i pugni per distruggere.

Guardiamoci l’un l’altro. Hai sessant’anni, hai passato la vita a fare l’insegnante, hai pagato un mutuo e hai una casetta di proprietà? Bene, tuo figlio, non avrà niente di tutto questo. Il mutuo gli mangerà i reni. La pensione la passerà in ospizio con cervello bollito. Ma non angosciarti pensando a tuo figlio. Guarda più in là. Pensa a cosa potresti fare con quella tua casetta, coi soldi della liquidazione, con la tua pensione. Ma soprattutto col tuo cervello, ancora agile, con quello che hai imparato, le persone che hai conosciuto, i sogni che hai coltivato. Con il tuo tempo. L’ultimo rimasto. Hai capito bene. Adesso puoi fare tutto quello che quando avevi vent’anni non sei riuscito a fare. A quei tempi ti avevano detto che avevi perso, che avevi messo la testa a posto perché avevi troppo da perdere, perché non avevi i mezzi, perché eri preso per la gola. Ma adesso non è più così. Da perdere hai soltanto la noia, da bruciare hai tutta la vecchiaia. Di paura ne è rimasta poca, e se un tempo dicevamo che era meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine, adesso non ci è rimasta che la fine spaventosa. Tanto vale andare a incontrarla tra le fiamme!

Cosa farai dei tuoi pomeriggi da pensionato? Tu, l’ultimo privilegiato, che ti liberi dal lavoro quando sei ancora abile, che ti ritrovi con la tua vita di nuovo in mano e un assegno mensile che ti copre. Lascerai che la tua seconda vita sia la più insopportabile? Ci sono legioni di morti che non sanno di esserlo. Non diventare uno di loro.

Torna a casa, metti insieme tutte le cose che non ti servono e vendile. Torna a casa, prendi la maniglia della stanza degli ospiti e spaccala. La tua casetta, aprila. Vai a cercare gli altri pensionati. Quelli che un tempo avevano il passamontagna in testa, quelli che un tempo sognavano la California, quelli che un tempo, in fabbrica, spaccavano le macchine. Ma anche quelli che tutta la vita l’hanno ricevuta addosso come una pioggia acida, che si sono bruciati, che hanno dipinto la rabbia col colore della rassegnazione, per non morire. Riunitevi. Riuniamoci. Nel tempo della fine, la classe rivoluzionaria siamo noi!

Entriamo nelle scuole e raccontiamo ai ragazzi la verità sul lavoro, su come non ci ha lasciato niente se non gli occhi stanchi, se non la rabbia di aver bruciato una vita. Entriamo nelle banche e parliamo con i manager, diciamogli in faccia che anche loro un giorno saranno come noi, solo con meno amici, solo con meno dignità. Entriamo nelle fabbriche, dove gli operai non hanno più l’ossigeno per scioperare, e fermiamo le catene di montaggio coi nostri corpi. Andiamo negli aeroporti da cui deportano i migranti e occupiamo le piste. Andiamo in campagna, dove si allevano gli animali come fossero oggetti, e liberiamoli. Andiamo nei supermercati, usciamo con le nostre carrozzelle piene di merce e regaliamole ai passanti! Accendiamo i computer, spolveriamo le macchine da scrivere e mettiamo su carta tutto quello che abbiamo imparato. Lasciamo una mappa delle nostre vite, così che ci segue non debba perdersi negli stessi labirinti!

E se abbiamo lo spazio, apriamo comuni! Se abbiamo le lettere, scriviamo manifesti! Alle porte dello spavento supremo appenderemo le nostre giacche buone, e della nostra lentezza faremo un ritmo incalzante. Costruiremo con le nostre mani un mondo in cui esiste l’altrove, non il lontano, in cui esiste il tempo, non l’orologio, in cui si mangia, si dorme, si fa l’amore. In cui ci si parla, e non ci si abbaia ordini l’un l’altro. In cui la paura è solo un brivido, che preannuncia il meglio.

E che ognuno segua le linee di fuga che più gli si addicono. Chi ha molto da dire, parli! Gli resta la voce, il tempo, e il megafono. Chi ha dita come pistole, tanto livide da sparare da sole, che le scarichi! Il mondo è pieno di torri di vetro in cui i banchieri implorano turbini di fuoco che li portino via, lontano dai loro inferni di antidepressivi e superlavoro. Chi freme di coraggio, che balli la danza della lotta! Le prigioni sono ispide di cancelli che non aspettano che essere tranciati di netto. Le guardie sono un martirio di fucili pronti a esplodere nei magazzini, a migliaia. Chi ha le braccia del muratore, la fantasia dell’architetto, che costruisca le pareti del mondo nuovo! Compriamo la terra, occupiamola! Costruiamo il nido in cui i nostri sogni più liberi potranno prendere forma. E Chi ancora ha l’appetito del viaggiatore del pensiero, che prenda le provviste e si metta in cammino! Ci sono più aerei psichedelici nei cieli di oggi di quanti non ce ne siano mai stati.

Ma viaggiamo insieme, bruciamo insieme, parliamo insieme, balliamo insieme! A sessant’anni non resta che il futuro! Se vogliamo tutto, lo vogliamo adesso. E di noi stessi faremo splendide rovine, maestose come le foreste che ci copriranno. Sulle nostre torri più alte faranno i nidi i falchi, nelle nostre caverne danzeranno il sabba i pipistrelli. E dalle nostre orbite vuote, come in un’alba, si aprirà il mattino che sempre abbiamo sognato. Il futuro dei giovani, di quelli che restano, sarà il nostro trionfo più grande. Il nostro più grande narcisismo.

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29 Risposte a Manifesto per i sessantenni

  1. Luigi scrive:

    Ah, ecco:adesso facciamo le gare a chi ce l’ha piu grosso, molto bene. Mentre decidiamo chi sono i veri rivoluzionari poi qualcuno mi dice chi resta a cambiare il mondo. Ma Per. Piacere…
    Il caldo agostano fa davvero brutti scherzi

  2. Scimmia a guinzaglio scrive:

    Gentile Orangupunk a piede libero,

    il suo colpo di calore è molto poetico e suggestivo, anche se personalmente sarei stato più parco con i punti esclamativi. E l’ironia del “Ragioniamo” è veramente insuperabile. La generazione nata tra gli anni Quaranta e Sessanta è quella che ha elegantemente mangiato le banane messe da parte dai padri appena usciti dalla guerra e persino, miracolo del Bananocapitalismo, quelle dei figli e dei nipoti. Che ve le pagheranno con anni di lavoro sottopagato probabilmente fino alla morte. Mi pare che vi siate divertiti abbastanza, di cazzate ne abbiate già fatte e che continuiate a farne (Tremonti, classe ’47, Sacconi e Brunetta classe ’50).

    Propongo delle opzioni più modeste alla sua mente “buona e ricca”: scenda in piazza con i suoi compagni rivoluzionari a protestare contro l’INPS che le passa l’assegno mensile di banane calcolato con il vecchio metodo retributivo e chieda di passare immediatamente al contributivo. Oppure chieda che le venga decurtata la pensione e che con quei soldi si paghino i sussidi di disoccupazione ai ventenni e trentenni. Oppure, in alternativa, stia nella sua bella casetta a fare giardinaggio e fare tornei di canasta con gli amici. So che le opzioni che le propongo lascerebbero insoddisfatte la sua voglia di giovinezza e il suo “grande narcisismo”, ma ne guadagneremmo in molti, soprattutto sul piano epatico.

    Poi con la sua “maestria, tempo e calce” può anche arrotondare la pensione decurtata facendo il copywriter. Sottoponga all’Unieuro il suo “L’utopia è il nostro unico futuro perché il nostro futuro finisce dove cominciano i sogni”. Il vecchio “L’ottimismo è il profumo della vita” di Tonino Guerra ha fatto un po’ il suo tempo.

    Quante fasce d’età devono scrivere ancora il loro manifesto?

  3. Luigi scrive:

    Acusare mi e’ 0partito il correctora automático dall iPad spagnolo…
    Volevo dire: qui per eventuali risposte

  4. Mario Gamba scrive:

    “se vogliamo tutto lo vogliamo adesso”. e non fate l’errore di leggere questo manifesto come generazionale. grande Campagna!

  5. Cari commentatori, innanzitutto vi ringrazio di aver letto questo breve manifesto. Ma permettetemi di trovarmi in disaccordo con gran parte delle critiche che avete lanciato nei vostri commenti.

    Per prima, quella di voler fare a gara a ‘chi ce l’ha piu’ lungo’. Non e’ una questione di misure, e’ una questione di utilizzo. Non contesto la maggiore dotazione dei giovani (e sono certo la sua in particolare, caro Luigi), ma avanzo forti dubbi sul fatto che cotanta abbondanza venga utilizzata per qualcosa di piu’ che non il semplice vivacchiare o il ‘salvarsi il culo’, come scrivevo. Cosa fanno I giovani (soprattutto in Italia), a parte azioni dimostrative, sofferenze private e lamentazioni pubbliche? Siamo certi che I giovani de ‘il popolo viola’, gli ‘indignati’ e tante alter versioni totalmente innnocue di una gioventu’ moralista (a voler usare un eufemismo) abbiano davvero una carica utopica tale da essere in grado di cambiare la vita? Con tutto il male che se ne puo’ dire, I sessantenni di oggi, a loro tempo, almeno ci avevano provato. Poi hanno perduto, o si sono perduti. Ma guai ai vinti! Sopratutto se a sputargli addosso, dagli spalti, sono spettatori obesi che nell’arena non sono scesi mai.

    Al mio altro, giovane amico al guinzaglio, invece, vorrei rivolgere prima di tutto un sorriso. Ironia ruvida e tagliente, mi piace. Detto questo, trovo la sua posizione vittimistica del tutto fuori luogo. Anzi, la trovo perfettamente posizionata. Niente di meglio per confermare la validita’ del manifesto che ho scritto. Quello che manca ai giovani (sopratutto in Italia), mi spiace, e’ proprio la capacita’ di guardare oltre al proprio narcisismo, per osservare le dinamiche sociali da un punto di vista storico. Il fatto che la fascia dei pensionati italiani, al momento, abbia caratteristiche tali da renderla potenziale ‘classe rivoluzionaria’ – come a suo tempo fu vero degli studenti – e’ un dato di fatto socio-economico, non un’opinione. Cari giovani, con ego cosi’ grandi da nascondere sguardi cosi’ brevi, guardatevi da fuori, per una volta.

    E per chiudere, infatti, guardiamoci da fuori.
    Io l’ho fatto. E nel farlo ho scritto questo manifesto.
    Io di anni non ne ho sessanta. Ne ho ventisette. Davvero. E non vivo in Italia. Vivo in Inghilterra. E sono un precario. E non avro’ la pensione. E sono un giovane, perdio! Ma a rivolgermi gli occhi addosso, mi sono accorto di tutta una serie di cose. E a rivolgere gli occhi al di la’ di me stesso, mi sono accorto di altre cose ancora. Come il fatto che, oggettivamente, I pensionati oggi abbiano un’enorme possibilita’ e responsabilita’ storica. Sarebbe ora che se ne rendessero conto anche loro!
    Mentre violatri, cari coetanei, continuerete a protestare e a indignarvi. Ad agitarvi nel sonno.

  6. maria rosaria scrive:

    Lettura corroborante,all’improvviso mi sono ricordata delle tante cose
    che ancora posso fare se la salute me lo consentirà.
    Vado a cercare il mio vecchio zaino da montagna chissà…
    Grazie comunque.

  7. Ennio Abate scrive:

    Salomonicamente e più amaramente:
    L’errore di Campagna è stato affrontare come problema generazionale un problema politico. Sono i partiti e la loro politica deleteria che devono essere fatti saltare senza stimolare “i sessantenni” o “i giovani” a litigare fra loro come i polli manzoniani di Renzo.
    L’errore di quanti gli hanno controbattutto è aver risposto alla “provocazione” con altra “provocazione”. Come di moda nello”stile blog”.
    Non ho sottomano la citazione, ma ricordo che Fortini scriveva che qualcosa ( non diciamo una rivoluzione) si combina quando giovani e vecchi si trovano a combattere insieme sulle barricate.
    Pare che nel mondo arabo ( al di là che lì sia in atto una primavera rivoluzionaria o meno, su cui discuterei) giovani e vecchi scendano ancora insieme in piazza.

  8. […] Un manifesto per i sessantenni (scritto da Federico Campagna, che dichiara di essere un ventisettenne). Mi pare un’operazione inutile e velleitaria. Fosse almeno divertente! Io sono un sessantenne, pienamente convinto che le categorie trentenni, quarantenni, novantenni, centenari, ecc., abbiano un valore sogiologico scarso, e politico nullo. Anche a causa di un problema filosofico. Un 59enne, qual ero io lo scorso anno, è più affine ad  un 58enne o ad un 61enne? Ovvero: da quando uno è pienamente sessantenne, e fino a quando? Il quando trapassa nel modo. Un medico diventa davvero sessantenne nello stesso momento di un minatore o di un contadino o di un sottoproletario? E un manager, e un giudice? E un uomo ed una donna compiono 60 anni, ma sono sessantenni allo stesso modo? In realtà, è chiaro che il discorso di Campagna è rivolto ai suoi coetanei, nello stesso momento in cui i sessantenni presi di mira sono quelli che furono sessantottini (o meglio che erano adolescenti nel 1968, cioè una particolare generazione). Ma, ahimè, nemmeno questi coetanei sono una classe, e non hanno tutti lo stesso interesse economico, politico e culturale. Il sostanziale fallimento dei moti del Sessantotto e del Settantasette richiederebbe forse un umile studio da parte dei giovani intellettuali bramosi di occupare la scena, ma essi stessi troppo narcisisti, anche quando accusano di narcisismo gli altri. Share this:FacebookStampaLike this:LikeBe the first to like this post. […]

  9. Valter Binaghi scrive:

    Se non avessi figli di quell’età, questi venti-trentenni li manderei proprio a fare in culo. Il manifesto trasuda tutta la stupidità del secolo, a partire dal fatto di ragionare per generazioni, che il capitalismo ha ridotto praticamente a fasce di consumo differenziato. Per finire con l’accogliere pedestremente – dopo la globalizzazione delle illusioni – la globalizzazione del disagio. Se non avessero gli occhi foderati d’ideologia, capirebbero che i loro padri la casa l’hanno già aperta, per loro, e che per ricomporre una frattura generazionale c’è una parola sola e semplice: famiglia.
    Tutto il resto sono elucubrazioni deliranti dei cattivi maestri di allora e di oggi, tipo Toni Negri con la sua fregola delle moltitudini.

  10. Al di la’ del titolo del pezzo, il mio focus non era tanto sulle qualita’ o meno della generazione dei sessantenni, quanto piuttosto sulle oggettive potenzialita’ della fascia degli attuali pensionati.

    I pensionati, oggi, hanno tempo libero in quantita’, un minimo di base economica, conoscenze accumulate e (si spera) salute. Questo li mette in condizione di impiegare le proprie risorse con gran liberta’ e, di conseguenza, in maniera potenzialmente rivoluzionaria. Un tempo, questa condizione era tipica delle fasce studentesche e dei giovani, che al momento invece si trovano in una condizione di enorme fragilita’ e sottomissione.

    C’e’ da notare che una condizione tale non sara’ mai piu’ goduta da altre fasce di pensionati in futuro, che finiranno di lavorare molto piu’ tardi, con meno soldi di pensione e, temo, salute (soprattutto mentale, a cause del nuovo tipo di lavoro) piu’ cagionevole. In questo senso definivo urgente un intervento da parte dei pensionati di oggi.

    La mia proposta di un manifesto per i pensionati (sessantenne=pensionato) non nasce da desideri di provocazione ma da un’analisi politica e socio-economica. La questione generazionale, di per se’, non c’entra niente. Non sto dicendo che i sessantenni sono naturalmente, essenzialmente superiori ai giovani. Non sto proponendo uno scontro tra eta’. Sto indicando soltanto quale segmento della popolazione abbia al momento a disposizione la possibilita’ di giocare un ruolo cruciale in un tentativo di politica radicale su vasta scala.

    Detto questo, sorvolo sul commento a proposito della famiglia, dei cattivi maestri e del ‘mandarsi a fare in culo’.

    Se qualcuno avesse dei commenti o delle critiche a un livello di analisi politica e sociale, sarei molto curioso di ascoltarli. Chi invece avesse solo voglia di alzare la voce e di lasciarsi andare a conclusioni piccolo borghesi – come si dice negli annunci – ‘prego astenersi’. Non siamo mica in TV.

  11. Valter Binaghi scrive:

    Ma guardati, anzi rileggiti.
    Cosa c’è di più piccolo-borghese del birignao con cui sorvoli sulla famiglia e sui cattivi maestri, ostinandoti a usare categorie che la storia e la realtà hanno mandato – quelle si – in pensione tranne che sulle rivistine alla moda di una sinistra che è diventata la caricatura di se stessa?
    Nella tua smania di svolgere un bravo compitino categoriale e chiamare all’adunata (la parola manifesto dovrebbe essere espunta dai vocabolari) non ti accorgi nemmeno che la prima vittima del finanzcapitalismo (economia a debito reclamata dal mito delle aspettative crescenti) è proprio il tempo.
    Siamo tutti al grado zero della sussistenza, caro mio, l’eterno presente che è la scimmia di Dio

  12. Caro Valter, ho seguito il link che compare sulla tua firma e ho letto un po’ di quello che scrivi sul tuo blog. Forse ho capito un po’ meglio la posizione da cui scrivi.

    Partiamo da due punti piuttosto distanti. Tu, se non mi sbaglio, da una posizione eminentemente religiosa (cattolica). Io da una atea, materialista e anarchica (anche se non anti-religiosa, come puoi leggere da un mio recente intervento qui: https://www.alfabeta2.it/2011/08/02/passi-per-una-mistica-delleconomia/)

    Come mai questo conta? Conta perche’ il tuo rigetto del vocabolario ‘di sinistra’ (manifesto, classe, etc) e di quella che definisci ‘fregola’ negriana e’ in realta’ parte di una piu’ generale attitudine nei confronti del cambiamento sociale e dell’idea stessa di comunita’. Da qui, per esempio, il tuo riferimento al ruolo della famiglia.

    La tua prospettiva non mi appartiene. E non per questioni di attinenza al ‘compitino’ – come tu paternalisticamente dicevi – ma perche’ l’universo dei bisogni, degli affetti e dei desideri in cui vivo non hanno niente a che fare con quelle che io ritengo siano essenzialmente scorciatoie metafisiche.

    Attenzione: non voglio ridurre tutto a un materialismo becero, all’interno del quale i richiami rivoluzionari davvero funzionano solo come litanie disperate, a meta’ fra moda e banalita’. Piuttosto, voglio ribadire che l’insieme delle potenzialita’ di cui dispongo (la mia vita) ha possibilita’ di dispiegarsi soltanto nel raggio di esistenza che le e’ dato sulla terra. Di qui l’urgenza. Ma di qui anche il desiderio di vedere questo ventaglio di possibilita’ fiorire completamente. All’interno dei propri limiti, certo, ma fino a toccarli.

    Per fare questo, un intervento sulle strutture sociali e di produzione e’ necessario. Il modo migliore per concepirlo, credo, va verso la dissoluzione delle strutture di dominio, la loro sostituzione con piattaforme di organizzazione orizzontale e la creazione di spazio/tempo di vita empatica. Non riesco a trovare un altra parola per descrivere questo processo se non ‘rivoluzionario’. Non perche’ questo processo sia rivoluzionario in se’ (nulla e’ in se’ rivoluzionario, perche’ la rivoluzione non e’ un’estasi), ma perche’ lo e’ in quanto rottura radicale con il paradigma esistente.

    Per raggiungere una trasformazione di questo livello (tale da consentire alla mia vita e a quella dei miei fratelli/sorelle di dispiegarsi in tutte le sue possibilita’ e libera dal dominio) e’ necessario un pensiero, una tattica e una strategia di tipo politico. Senza voler suonare leninista, credo che un’azione politica di questa portata necessiti di una spinta porpulsiva iniziale, che giunge da un settore specifico della societa’ (questo non e’ leninismo, ma semplicemente il rifiuto di credere a miti da ‘giorno del giudizio’ in cui tutta l’umanita’ si solleva in un battito di ali). In questo senso, identifico la fascia dei pensionati attuali come una di quelle che, potenzialmente, potrebbe svolgere questo compito.

    Oltre a questo, ovviamente, abbiamo bisogno anche di riflessioni sul tempo e sulle profondita’ della dimensione spirituale e psicologica. Ma non possiamo ignorare il fatto che, senza un mutamento effettivo e radicale delle strutture di dominio attuali (al lavoro, nelle carceri, nelle case, etc), tali riflessioni finirebbero per ridursi a poco piu’ di un fenomeno di rimozione.

  13. Valter Binaghi scrive:

    @Federico
    Sei fin troppo buono. Sopporti gli schizzi di fango di un vecchio bilioso, vuoi capire, spiegare. Non somigli ai militonti che siamo (eh si) stati alla tua età. In una cosa però ti sbagli. La discriminante religiosa qui non c’entra, o non è determinante. Quello che è determinante è il senso del reale, che io vedo ancorato a categorie comunitariste (e ti cito autori laici come Lasch, Illich, Latouche, se vuoi) e il fallimento del globalismo e dell’internazionalismo ideologici, di un marxismo che – visto alla giusta distanza – si è rivelato solo come la (buona o cattiva?) coscienza del globalismo liberale.
    Sempre per puro senso della realtà, ti ricordo che i sessantenni di oggi (ma io ho 54 anni e lavorerò fino a 65 minimo) stanno già profondendo tutte le loro risorse per aiutare i figli.
    Infine, se vogliamo attaccare qualcuno al palo, attacchiamoci quelli che se non al consumismo becero hanno inneggiato alla società del desiderio che ne è l’esatta traduzione sinistrese, con il supporto di filosofastri come Lacan, Deleuze, Foucault ecc.
    Qui, caro Federico, l’essere cristiani o meno conta poco: conta riconoscere che il primo segno della tossicodipendenza e del delirio è la mancanza di senso della sazietà.
    Un saluto.

    • Luigi B. scrive:

      Valter… dov’è che Lacan inneggia alla società del desiderio esattamente?

    • “il primo segno della tossicodipendenza e del delirio è la mancanza di senso della sazietà.”
      Interessante… Ci pensero’ su. Mi sa che in quest’ultima frase ci sia piu’ di quanto non si legga – qualcosa di utile, credo, ma che richiede tempo per essere sbrogliato. Ci provo e ti rispondo magari tra un po’. Grazie, F

  14. augusto illuminati scrive:

    Però trovo leggermente imbarazzante fare da badante alla generazione V-T. Non è così che si trasmette l’esperienza

  15. Michele scrive:

    mah, per quel poco che ne so, Deleuze, Foucault e Lacan non si auguravano l’inveramento di una società consumistica: studiare i meccanismi che sottendono al desiderio significa, anche e piuttosto, cercare di capire in che maniera il potere (questo sì consumistico) sfrutti e adoperi a proprio vantaggio le “macchine desideranti”.
    Anzi, partendo proprio da Deleuze, si potrebbe tentare di trovare una via d’uscita molto simile a quelle proposta da Campagna: una sorta di unione delle forze tra minoranze. Intendiamoci: le minoranze sono quelle fasce di società che vengono dette tali da chi si autodefinisce maggioritario e che impone il proprio modello (un modello fatto a propria immagine) come dominante: maschio bianco adulto scolarizzato lavoratore benestante. Tutto ciò che esula da questo modello è posto ai margini o al di fuori della società: donne&omosex-trans immigrati giovani&vecchi analfabeti (funzionali informatici e di ritorno) precari&disoccupati&pensionatiminimi indigenti&nullatenenti affamatissimi.
    A me sembra che la provocazione-proposta di Campagna (che di primo acchito m’era sembrata più che altro un’ironica risposta ai manifesti lobbisti dei TQ) possa avere un senso se intesa come una sorta di chiamata alle armi delle forze minoritarie (minoritarie non per scelta loro – quindi nessun vittimismo autocompiaciuto) affinché rovescino le gerarchie imposte dal modello dominante e creino un tipo di comunità orizzontale.

  16. Valter Binaghi scrive:

    @Michele
    “maschio bianco ecc.” è uno stereotipo da sinistra arcobaleno che fa morire dal ridere la Marcegaglia e pure la Minetti. Ecco, questa mitologia dei marginali è veramente cosa che, strasentita dal ’77, è servita solo a sedimentare elucubrazioni ideologiche.
    Quanto alla “comunità orizzontale”, per caso siamo sempre al minimo comun denominatore degli esclusi, cioè alle “moltitudini” che procurano erezioni spirituali a chi un tempo si accontentava di calare il passamontagna?
    Non conosco comunità che non abbiano un radicamento nella natura (territorio, successione generazionale, dinamiche riproduttive e perpetuative, condivisione simbolica) e perciò stesso implicano una gerarchia (di priorità e di esperienza), ma già, per i redenti della dialettica negativa “natura” è una parolaccia, turpiloquio protofascista, più o meno.
    Comunque, se l’occidente ti pare troppo compromesso e vuoi controllare altrove il senso del termine “comunità”, guarda cosa fa un’immigrato il primo giorno che sbarca da noi. Cerca parenti, stabilisce relazioni, progetta il trasferimento del coniuge e immagina una prole. Questa è la comunità di base, il resto cattiva (e obsoleta) letteratura.

  17. mimmo scrive:

    C’è un’evidente contraddizione interna al bellissimo manifesto di Campagna: la vera età del suo estensore.
    L’analisi socio-economica della generazione dei sessantenni è coerente e convincente, così come invece è astratta la “chiamata alle armi”, semplicemente perché non è una “chiamata”, ma “un’invio alle armi” di qualcun altro. L’astrattezza nulla toglie all’interesse per l’analisi, ma siccome Campagna voleva scrivere un manifesto, un bando, un’invito alla mobilitazione (il testo sarebbe perfetto anche da distribuire in volantinaggio, non so immaginare dove e a chi…), allora anche l’interessante analisi rischia di tradursi in provocazione o, peggio ancora, in ironica impotenza di chi, “per natura”, dovrebbe essere proiettato alla lotta per un futuro migliore.
    D’altra parte, alla prima lettura del manifesto mi ero infervorato per il contenuto, ma forse ancor di più per lo stile che mi faceva ritrovare vecchi furori, raramente rintracciabili da un po’ di tempo a questa parte. Perciò, al di là delle contraddizioni, mi piace ritrovarlo quello stile (ma anche le intenzioni bellicose) in un ventisettenne: era più banale (e nostalgico) riferirlo a un sessantenne.

  18. Paolo Mossetti scrive:

    Anche io avevo frettolosamente definito la seconda parte del pezzo ‘chiamata alle armi’ quella che e’ invece un ‘invio’ di armi, come giustamente fa notare mimmo. e la definizione mi pare bellissima.
    dovremmo davvero ‘inviare’ piu’ ‘armi’ ai nostri fratelli minori – quindicenni, sedicenni – ma allo stesso tempo mi sopraggiunge il dubbio che a stilare manifesti siano ormai davvero in troppi – specie a ‘sinistra’ – mentre a leggere quelli altrui, a confrontarsi, a collegarsi, siano rimasti davvero in pochi. volenterosi e piu’ ‘lenti’.

  19. Caro Federico,

    come dicevo travestito da scimmia al guinzaglio la tua analisi non mi convince dal punto di vista di quella che tu chiami “analisi politica e socio-economica”. Pur convincendomi dal punto di vista stilistico.

    Prima di tutto rispondo a chi dice, irenicamente, che “la questione non è generazionale” rilanciando con il luogo comune contrario che “la questione è politica”. La questione è generazionale e politica a un tempo, semplicemente perché quella si chiamava “reditribuzione delle risorse” ha seguito un criterio anagrafico. Di fatto la divisione in classi sociali ha seguito le linee generazionali e la classe precaria è di fatto accomunata dal tratto generazionale.

    Il secondo punto direi che è un problema linguistico che, se non avessi in puzza gli ontologi, chiamerei ontologico. Oggi l’opzione riformista più avanzata si è ridotta a “conservare lo stato sociale” cioè tutelare quello che c’è. Non si tratta più di “allargare i diritti”. E quello che c’è sono soprattutto le pensioni per chi oggi le ha. In pratica il riformismo più avanzato si è ridotto alla conservazione dello status quo, perpetuando lo squilibrio economico-generazionale. In questo quadro ciò che non c’è – cioè i diritti della classe precaria giovanile – semplicemente non rientra nell’agenda della conservazione perché ciò che non c’è non si può certo difendere. Da ciò deriva anche lo spazio di rappresentanza sia politica che sindacale che per i giovani è praticamente inesistente, riducendo al minimo lo spazio di “enunciazione” e rivendicazione. I sindacati, giustamente, difendono e tutelano i diritti dei lavoratori e quelli dei pensionati (che sono la componente più larga della loro base) ma non possono difendere e tutelare ciò che non c’è, aderendo all’opzione riformista-conservatrice.
    La mancanza di uno spazio di enunciazione ha provocato per esempio il 14 dicembre: quell’esplosione di violenza per molti incomprensibile ma che deriva proprio da uno stato di frustrazione. Questo ovviamente non escluda una soluzione alla cilena che evidentemente i giovani italiani non sanno costruire.

    Poi un’analisi di psicologia spiccia: qualcuno mi spieghi perché un sessantenne che riceve la sua pensione e ha un reddito garantito dovrebbe andare in piazza. Le rivolte arrivano spesso quando la sottrazione dei diritti mette in discussione la sopravvivenza stessa. Gli anziani delle rivoluzioni arabe (ammesso che il concetto di “terza età” occidentale sia traducibile nel concetto di “terza età” dall’altro parte del Mediterraneo, cosa che dubito fortemente) hanno lo stesso problema dei giovani: la sussistenza (concetto che è oggi più largo dei vecchi bisogni primari). Persino in un paese come Israele le proteste sono cominciate per l’aumento del prezzo del formaggio e degli affitti, che riguardava tutti, non solo i giovani. In Italia la situazione è in parte diversa. Esistono in Italia tanti sessantenni con pensione sociale e difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Ma in genere in Italia la propensione al risparmio è stata in passato molto alta (con forme di risparmio obbligatorio come il TFR – la cosiddetta liquidazione – che all’epoca del lavoro a vita raggiungeva al momento della pensione cifre ragguardevoli) e come ricorda Federico molti sessantenni vivono in case di loro proprietà. Oggi quei risparmi, che certo non sono illimitati, e quel patrimonio sono usati per attutire il colpo della crisi (sia per i sessantenni che per i loro nipoti e figli). Per questo credo che, finché questi risparmi ci saranno, ci accontenteremo, e i sessantenni si accontenteranno, di vivacchiare. Altro che rivoluzione.

    Quindi caro Federico, il passaggio che vuoi far fare ai sessantenni dalla demografia (i sessantenni sono più dei ventenni) alla democrazia è molto più arduo di quello che pensi e non mi pare regga. In più, se posso permettermi di spingere oltre il commento di Illuminati, credo che sia un po’ troppo paternalista. Insomma da un “salviamoci il culo” a un “salvateci il culo”.

  20. Luigi B. scrive:

    Avevo scritto un commento ma mi si è cancellato (credo)…

    riassumo solo:

    più grosso (l’ego) e non più lungo (l’uccello), Campagna.

    Mentre noi “ci agitiamo nel sonno”, perché non ci dici tu che fai? Da che parte guardi?

    Forse ti sei distratto un attimo, e magari proprio mentre eri impegnato nelle tue ricerche socio-storico-economiche e nello scrivere questo pezzo ti sei perso quello che molta gente fa tutti i giorni: del suo meglio. Se questo per te non ha senso, facci sapere cosa lo ha.

    Chiami in causa i 60 (e parli proprio come loro): quelli che detengono il potere e la rivoluzione non la faranno mai; quelli che hanno perso il lavoro e non lo recupereranno mai; quelli che mantengono i figli 30enni; quelli che comunque a 30 anni non hanno gattopardianamente cambiato un cazzo con le rivoluzioni contro i poliziotti. A quali 60enni ti stai rivolgendo?

    E certo, perché la rivoluzione è una questione di tempo, anzi: di tempo libero! Perché un precario magari studente non gli si può chiedere pure di fare la rivoluzione…
    Caro Campagna: sei proprio figlio del tuo tempo. Come me d’altronde. Ma almeno io non vado su Alfabeta2 a fare la paternale a nessuno.

    Io di anni ne ho 29. ho vissuto a NY. poi a Boston. Poi a Londra. Ora a Madrid. Non credere di essere l’unico emancipato. Ce ne sono a centinaia come me e te. E quelli che restano non è detto che non capiscano un cazzo. Sicuramente non era questo quel che volevi dire, ma il tuo tono si. Non sono precario ma non navigo nell’oro. non avrò la pensione etc. Però faccio del mio meglio per quel che posso. e se ciò non ti dovesse risultare abbastanza, me ne dispiaccio però dimmi cosè che fai tu. A parte chiamare alle armi i 60enni e scrivere su Alfabeta2 pensando che ciò ti dia diritto a dare agli altri degli imbecilli.

  21. Ciao Luigi,
    ti rispondo con alcune brevi note:

    – ‘lungo’ vs ‘grosso’. Era ironico. E’ che il ‘fare a gara a chi ce l’ha piu’ grosso’ – come dicevi – mi ricordava un po’ certe gare da spogliatoio…

    – parlo come un sessantenne. Per l’appunto! Il pezzo era pensato come una finzione narrativa, in cui l’autore fosse un sessantenne che si rivolgeva a altri sessantenni.

    – che faccio nella vita? Prima di tutto, cerco di vivere, che non e’ poco. Per il resto lavoro in una cooperativa editoriale radicale (pagato), in una piattaforma online e multilingue di critica politica che ho fondato (gratis), in un bookshop radicale che ho fondato (gratis), come scrittore (gratis), come autore di un programma di critica politica su una radio d’arte inglese (gratis), come organizzatore di eventi pubblici gratuiti con pensatori come John Holloway, Franco Berardi Bifo, David Graeber, Nina Power, Mark Fisher etc (gratis), come attivista politico in diversi gruppi tra cui la Solidarity Federation (federazione anarchica inglese) e varie campagne anti-austerity. Non sono un martire della rivoluzione, ma nemmeno un pantofolaio.

    – paternali e imbecilli. Non faccio proprio la paternale a nessuno. E non do o ho mai dato dell’imbecille ad alcuno. Non e’ nel mio modo di pensare ne’ nel mio stile (altrimenti non starei nemmeno qui a rispondere a tutte le critiche).

    – a chi mi rivolgo. Il mio testo era idealmente rivolto ai pensionati, che invitavo a sfruttare le potenzialita’ della propria situazione fortunata. Non era un rimprovero, ma un invito, alleggerito dalla finzione narrativa Come si dice in inglese, mi auspicavo che potesse funzionare come ‘food for thoughts’.

    Spero di aver risposto,
    un caro slauto,
    F

  22. Luigi B. scrive:

    Ciao Federico,
    la verità? no, non hai risposto ma tergiversato. Come hai tergiversato sui temi di fondamentale importanza che poneva Binaghi (ma questo forse non vale, perché ho un debole per Binaghi) che meriterebbero una riflessione molto più seria e approfondita, soprattutto se si ha la pretesa di fare una analisi socio-storica della comunità a cui si appartiene.

    Sul fatto che parli come un sessantenne, mi riferivo ai tuoi commenti dove credo la finzione narrativa non ci sia quando affermi “Mentre violatri, cari coetanei, continuerete a protestare e a indignarvi. Ad agitarvi nel sonno.”. Oppure c’è perché sei talmente entrato nella parte che non ne sei più venuto fuori, tipo tunnel.

    sul che fai, non intendevo “che fai nella vita” (che può interessarmi da un punto di vista personale e seduti davanti una birra, ma in questo contesto è assolutamente irrilevante). Ciò che volevo dire è: ma tu, che dici ai tuoi coetanei che si agitano nel sonno, che fai per “salvare il mondo”? quale soluzione proponi? ammesso e non concesso che tu abbia ragione, una volta che mi hai detto che mi agito nel sonno, perché non mi illumini di immenso e mi dici cos’altro di meglio dovrei fare?
    L’elenco delle tue attività sopra non vale, a meno che tu non mi spieghi come salvano il mondo. Nel caso in cui valessero, allora valgono anche le mie di attività (che non elenco per non tornare alle gare di chi ce l’ha più grosso) e quelle di centinaia di migliaia di persone il cui peccato originale è quello di non conoscerti personalmente o non comparire in TV o sui Giornali e quindi restare invisibili.

    Per la questione paternali/imbecilli: lo avevo previsto. Infatti ho scritto che tu sicuramente non avevi alcuna intenzione di, ma il tuo tono e la forma non hanno voluto sentire ragioni mi pare.

    continui ad affermare di rivolgerti ai pensionati, mentre invece penso che ti sei travestito da pensionato per dare ai tuoi coetanei degli agitatori sonnabuli nascondendoti dietro a un dito. è che non hai potuto resistere, ma va bene, lo capisco.
    Parli poi di una fantomatica situazione fortunata dei pensionati. Scusa ma tu che pensionati conosci? perchè quelli che conosco io o lavorano a nero per arrotondare i 500 euro di merda che gli passano oppure con la pensione che hanno crescono i nipoti (quando non i figli) e tirano a campare. Per tutti gli altri c’è mastercard – nel senso che quei pensionati che potrebbero non fanno perché preferiscono la gita sullo yatch e il week end nella casa di campagna.

    ma di che stiamo parlando?

  23. Ciao Luigi,
    ti rispondo ancora per note.

    – che fare per ‘salvare il mondo’.
    Prima di tutto un disclaimer: la mia politica non si occupa di salvare il mondo. Cosi’ come non si occupa di giustizia, di diritti, etc… Ti riporto le parole (in inglese) di Wolfi Landstreicher un compagno tedesco che lo ha spiegato molto bene: “Even if at times, in our struggles, a few use the rethoric of ‘justice’ and ‘rights’, our revolutionary battle has nothing to do with justice or rights or any other value external to us. We want to overturn this reality not because it is unjust or evil or even ‘unfree’, but because we want our lives back!’ Secondo, non mi e’ mai sltato in mente di pormi come una ‘guida’ per l’insurrezione. Altrimenti non avrei scritto tramite finzione. Il concetto stesso di guida mi lascia davvero perplesso. Preferisco i cartografi. Per il resto, la mia proposta e’ di intervenire individualmente e -soprattutto- collettivamente al livello della vita quotidiana (leggi i vari paragrafi in cui elenco cosa si potrebbe fare) e al contempo di evitare le attese palingenetiche di enormi rivoluzioni discese dal cielo. Da un lato, la lotta – intesa come momento di gioia! – dall’altro la costruzione di spazi collettivi e empatici.

    – poveri pensionati.
    Ok, lo so che ci sono pensionati senza un soldo etc. So anche che ci sono quelli che mantengono i figli. Se vuoi posso dispiacermi all’infinito. Ma cosa cambia? Credi che l’essere vittime abbia una qualche conseguenza in termini di emancipazione? Pensi che la vita di questi pensionati e dei loro figli un giorno, autamaticamente, per incanto, migliorera’ solo perche’ ‘poverini hanno soferto tanto’? Io non credo proprio. Cosi’ come non credo ci sia un Dio in cielo a guardare e riequilibrare. Ricordi cosa scrivevo a un certo punto: meglio una fine spaventosa, o uno spavento senza fine?

  24. Erminia scrive:

    Italiani! Mi sembrate tutti un pó naive anche da sessantenni. Agli hippies gli é andata meglio….guardate uno come Richard Branson. Forse qualcosa ci é sfuggito. Da Federico Campagna mi aspettavo meno entusiasmo, piú sarcasmo adulto e scetticismo. Lacan, visto che qualcuno ne parla, potrebbe insegnarci a vivere meglio i nostri desideri piú fecondi e in modo sostenibile… forse un po meno anti-capitalisti e un po piú naturisti! I catto-comunisti dovrebbero smetterla: vietato imbrattare questo blog!!!

  25. Silvano Alisi scrive:

    Ragazzi, c’è anche la gente normale, quella alla quale basta il buon governo!

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