Gabriele Pedullà

Machiavelli è stato il pensatore politico europeo più radicale prima che la Rivoluzione francese cambiasse una volta per tutte le regole del gioco. Questa banale constatazione – banale per chiunque si prenda la briga di verificarla direttamente sulle sue opere – è stata in parte oscurata dalla fama sempre un poco sospetta del Principe e dalla passione di Marx per Spinoza, che ha alimentato un vero e proprio culto per il pensatore olandese nella seconda metà del Novecento. Eppure, appunto, si tratta solo di verificare. Nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio Machiavelli ribalta tutti i principali capisaldi del pensiero politico precedente: sostiene la necessità di armare il popolo, contesta l’idea (cara agli aristocratici) che i comportamenti virtuosi siano il frutto dell’educazione, denuncia la religione come instrumentum regni, demistifica il nascente mito della perfetta costituzione di Venezia, elogia il ruolo moralizzatore dei processi popolari, riconnette la grandezza di Roma direttamente alla generosità con cui gli abitanti del Lazio concedevano la cittadinanza ai popoli vinti in guerra e ai nuovi venuti… Esattamente il contrario di quanto i Greci, i Latini e gli umanisti avevano sostenuto sino a quel momento.

Tuttavia Machiavelli non è mai stato altrettanto radicale come sulla scottante questione dei tumulti e dei conflitti intestini. Su questo punto l’unanimità era assoluta: la forza di uno Stato andava cercata nell’unità dei suoi cittadini; l’assenza di conflitti interni era la migliore difesa dalle minacce esterne; come aveva riassunto Sallustio, in una massima costantemente ripetuta fra Tre e Quattrocento, concordia parvae res crescunt, discordia maximae dilabuntur (con la concordia i piccoli Stati crescono, mentre con la discordia anche i più grandi vanno in rovina). Persino Roma, che per tutti gli uomini del Rinascimento costituiva il modello insuperato di organizzazione statale, aveva lungamente patito delle lotte tra patrizi e plebei sino a quando esse non l’avevano fatta sprofondare nelle guerre civili decretando la morte prematura della Repubblica. Ma – ripetevano i contemporanei di Machiavelli – proprio l’esito finale di queste lotte doveva costituire un potente ammonimento per le generazioni future.

Niente di simile in Machiavelli, che nei Discorsi attacca invece il culto della concordia civica così diffuso tra gli uomini del suo tempo. Come anzi recita il IV capitolo del primo libro: «La disunione della plebe e del senato romano fece libera e potente quella Repubblica». Per Machiavelli, i moderni hanno scambiato una delle cause della forza di Roma per un motivo di debolezza. Una città che punta a estendere la propria egemonia o anche solo a non cadere vittima degli Stati vicini, sostiene Machiavelli, ha bisogno innanzitutto di un esercito numeroso, ma questo esercito impone che si chiami a combattere l’intera popolazione e che il diritto di cittadinanza venga concesso con grande flessibilità, in modo da non smettere mai di alimentare la macchina bellica. Nessuno concede niente per niente: e coinvolgere la plebe nella guerra ha significato, nel caso di Roma, mettere i cittadini più poveri nella condizione di far valere con più forza le proprie rivendicazioni. Solo gli Stati disarmati, in altre parole, possono essere davvero concordi, come era avvenuto a due città molto ammirate dai suoi contemporanei come Sparta e Venezia, che però avevano dovuto pagare un prezzo eccessivamente alto per la pace sociale: una persistente debolezza sul campo di battaglia, che prima o poi le aveva condotte tutte e due alla rovina. Il successo di Roma è stato invece il risultato di una serie di fattori diversi ma tutti intrecciati tra loro: esercito numeroso, apertura ai nuovi venuti e alle città soggette, riforma delle istituzioni in senso decisamente popolare (al contrario di Sparta e Venezia, orientate piuttosto verso un modello di costituzione mista a dominante aristocratica).

In questo magnifico meccanismo i tumulti devono essere considerati al massimo «un inconveniente necessario a pervenire a romana grandezza». In fondo, nota Machiavelli, è tutta una questione di «modi» (termine chiave dei Discorsi), ovvero di forme del conflitto. In sé i tumulti non sono pericolosi, né tanto meno nocivi: purché lo scontro non degeneri nel sangue (e qui Machiavelli elenca, tra i «modi» buoni il «gridare» del popolo contro il senato e del senato contro il popolo, «il correre tumultuariamente per le strade», il «serrare le botteghe», il «partirsi tutta la plebe da Roma»). Lungi dall’essere il preambolo della temuta guerra civile (tenuta anche da Machiavelli), le sollevazioni popolari incruente avrebbero avuto insomma il grande merito di impedire che i «grandi» attentassero alla libertà, senza però che la contrapposizione sfociasse un confronto di natura militare (offrendo cioè al popolo altre strade per «sfogare l’ambizione sua»). Esattamente quello che le poleis greche, afflitte dalle lotte all’ultimo sangue tra le diverse fazioni, non erano stata capaci di fare.

Le pagine di Machiavelli sui tumulti suscitarono da subito lo sconcerto e la riprovazione di gran parte dei suoi lettori sino a diventare rapidamente uno dei principali motivi della sua condanna. Solo di recente si è scoperto che in realtà molte di queste idee si trovano già nell’opera di un autore antico che Machiavelli deve sicuramente aver letto: le Antichità romane, in cui Dionigi di Alicarnasso ripercorre per un pubblico greco quelle stesse origini della città che Livio narra in latino. Le coincidenze tra i due testi sono spesso impressionanti, ma questo non vuol dire che i Discorsi si limitino a riprendere le riflessioni dello storico greco. Tutt’altro. Machiavelli sistematizza con grande intelligenza le sue intuizioni ma soprattutto le radicalizza. Così, nella sua reinterpretazione di Dionigi, i tumulti non sono utili soltanto perché hanno condotto al perfezionamento in senso popolare della costituzione di Roma, costringendo i patrizi ad ammettere progressivamente al governo anche i plebei, ma perché essi svolgono una precisa funzione rigenerativa senza la quale la macchina statale non potrebbe funzionare a dovere.

La genialità politica dei Romani si è manifestata soprattutto in due forme. Da un lato i plebei hanno escogitato due «modi» originalissimi per esercitare la propria pressione sui patrizi con la dovuta forza senza trascinare la Repubblica nella guerra civile: ciò che Livio chiama la secessio e la detraxio militiae, vale a dire la secessione oltre i confini della città e il rifiuto di servire come soldati. In tempo di guerra, questi due metodi di resistenza passiva (che non hanno nulla della protesta gandhiana, come qualcuno, un po’ avventatamente, ha scritto) si rivelano efficacissimi perché, nel momento stesso in cui bandiscono risolutamente la violenza, sfruttano la minaccia (violenta) delle armi nemiche come strumento di pressione politica.

L’altro motivo dell’ammirazione di Machiavelli è la creazione di una magistratura particolare, il tribunato della plebe, al quale i romani riservavano il compito di portare la voce dei plebei dentro le istituzioni (i tribuni avevano diritto di veto su qualsiasi legge della repubblica), ma anche la responsabilità di accusare pubblicamente e sottoporre al giudizio popolare chiunque fosse sospettato di tramare contro il «vivere civile». La virtù, per Machiavelli, ha breve durata negli uomini, e proprio la perenne minaccia dell’insurrezione (o della pena) si rivela ai suoi occhi l’unica garanzia che i governanti non trasformino la cosa pubblica in uno strumento di privilegio e di oppressione. Nati dai tumulti, i tribuni sono chiamati così a farsi in qualche modo i garanti che i tumulti continueranno anche dopo che Roma ha trovato la sua stabilità costituzionale. Pena la fine della libertà.

Machiavelli non ha dubbi: solo la paura (non l’educazione) è in grado di trattenere la forza distruttrice del desiderio, promuovendo quei comportamenti virtuosi senza cui l’autogoverno sarebbe impossibile. La Repubblica, in altre parole, funziona bene solo sotto minaccia e la grandezza di Roma è strettamente legata anche alla sua capacità di portare questa minaccia dentro le sue stesse istituzioni, per l’appunto grazie ai tribuni (suscitatori di tumulti incruenti e di processi popolari).

Se «a volere che una setta o una Repubblica viva lungamente, è necessario riportarla spesso verso il suo principio» (come recita il primo capitolo del terzo libro dei Discorsi), il tumulto è precisamente uno dei modi attraverso cui il filo prezioso con l’origine non viene mai a interrompersi del tutto. Machiavelli non crede infatti che ci sia un punto di arresto: persino la tanto decantata costituzione mista non risolve del tutto i problemi, proprio perché gli Stati tendono a dimenticare i loro princìpi virtuosi e a corrompersi sotto la spinta dell’abitudine. Al contrario della tradizione hobbesiana del contratto, qui non c’è insomma un patto che delimiti nettamente la politica regolata dallo spazio ferino della guerra civile; ma questo vuol dire anche che l’interesse di Machiavelli per le istituzioni assume un significato completamente diverso da quello della tradizione liberale: se non altro perché, nelle figure del tribuno della plebe e del dittatore, le magistrature romane non hanno mai interrotto del tutto il rapporto con quella dimensione irregolare (ma anche energizzante) della politica. Un modo di pensare le istituzioni completamente diverso da quello al quale ci ha abituato la filosofia degli ultimi secoli (compreso il marxismo, con il suo persistente sospetto verso qualsiasi forma di «ingegneria costituzionale») e che per questo, nel declino della nozione tradizionale di statualità, si rivela tanto più prezioso per la teoria contemporanea.

Tagged with →  
Share →

Una Risposta a Paura e insurrezione. Machiavelli e la città divisa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi