Omar Calabrese

In questi mesi – a partire dall’inizio dell’intervento armato delle forze della Nato in Libia – abbiamo assistito a una discussione (abbastanza sottotraccia, a dire il vero) sulla legittimità dell’azione bellica in territori sovrani, sia pure in presenza di giustificate ragioni umanitarie. Sarò sincero: ho trovato questo dibattito spesso deviante, a volte strumentale, e persino un po’ ipocrita. Riassumiamo le posizioni fondamentali. Da un lato, come è ovvio, stanno i «giustificazionisti»: Gheddafi sta compiendo un massacro nei confronti di una sacrosanta ribellione popolare, e dunque occorre fermare la strage, sia pure senza l’invio di truppe di terra, in ottemperanza con la risoluzione dell’Onu sulla materia. Dall’altro si trova, invece, un variegato e insolito arcipelago di critici «pacifisti»: numerose personalità della destra, a cominciare dai leghisti, negano l’opportunità di imporre con le armi la No fly zone, e magari domandano sarcasticamente dove siano finite le bandiere arcobaleno che protestavano contro la guerra in Iraq o in Afghanistan; alcuni gruppi tradizionalmente antimilitaristi continuano a ritenere che le bombe siano sempre bombe, che uccidono senza alcuna presunta «intelligenza», e che essere fautori della pace non possa prevedere alcuna mediazione sul principio generale; e infine una sinistra più “«torica» vede in Gheddafi una vittima degli americani, che promuoverebbero la guerra per il controllo delle risorse petrolifere.

Ho collocato le virgolette sulle parole «giustificazionisti» e «pacifisti», perché, per una volta, il loro significato non mi pare univoco e tanto meno universale. Nella circostanza presente, non a caso, la giusta risposta della coscienza civile ai fatti nordafricani dovrebbe essere più articolata e dialettica di quanto non sia dato vedere. Basta tentare di rispondere ad alcune semplici domande per capirlo. La prima: Gheddafi è o non è un dittatore militare che ha instaurato uno dei regimi più autoritari del mondo intero, che si è reso autore di stragi, attentati internazionali (anche quelli di pura azione economica), repressioni durissime sulla popolazione locale? Dinanzi a questi fatti come possiamo – e forse dobbiamo – reagire? È giusto forse astenersi, lasciar fare, nascondersi dietro a qualche generico principio? La seconda: la rivolta iniziata in Cirenaica è o non è una protesta popolare, laica, non ideologica, che il raìs ha cercato di soffocare nel sangue, perfino col ricorso a soldati mercenari? I ribelli devono essere lasciati soli nella tragedia? Può bastare il ricorso a qualche sanzione economica (ma le sanzioni esistono già da tempo, e non hanno prodotto alcun risultato concreto)? Certamente, esiste però anche un terzo interrogativo di segno diverso: è accettabile che la guerra sia iniziata con i bombardamenti delle aviazioni francese e inglese, senza l’ombrello delle di decisioni comunitarie internazionali? Possiamo restare silenti di fronte alla chiara motivazione di politica interna da parte di quei paesi che si sono affrettati all’ingerenza in maniera unilaterale?

Quanto detto finora dimostra con chiarezza che non è possibile immaginare una «coerenza» di atteggiamento valevole per tutte le occasioni. D’altronde, personaggi assai autorevoli hanno da tempo sottolineato il problema. L’Académie Universelle des Cultures è stata forse la prima a domandarsi se l’intervento in paesi sovrani sia in taluni casi legittimo. Per chi non fosse al corrente, ricordo che quella associazione è stata fondata da Elie Wiesel nel 1992, e raccoglie settanta grandi intellettuali di tutto il mondo, fra i quali molti premi Nobel (come lo stesso Wiesel). Si occupa di organizzare attività culturali orientate alla costruzione di uno spirito di tolleranza nel mondo. Recentemente, ha pubblicato un manuale on-line dal titolo Accettare la diversità (lo si può leggere sul sito www.tolerance.kataweb.it), curato da Umberto Eco, Jacques Le Goff e Furio Colombo, e con una redazione coordinata da Valentina Pisanty. Il manuale è in progress, e si arricchisce costantemente di nuovi capitoli. Molto interessante, per esempio, è la lettura del paragrafo 8, che riguarda le reazioni al terrorismo. Vi si legge: «Si può discutere su quali siano le strategie migliori per affrontare e per combattere il terrorismo, ma non si può discutere o negoziare con chi commette un atto di questo genere perché, commettendolo, costui (o costei) automaticamente si esclude dalla società civile». Come si vede, pur essendo certamente necessario definire di volta in volta che cosa sia un atto terroristico, e non confonderlo con casi di lotta armata per la libertà, è anche vero che vi sono momenti in cui «non si può discutere o negoziare». Fra i suoi primi incontri, nel lontano 1994, l’Académie si occupò per l’appunto della nozione di «intervento». E, anche in quell’occasione, le riflessioni furono articolate. Potremmo riassumerle in questa maniera. In generale, l’intervento armato non può mai essere unilaterale, ma solo e soltanto guidato dalle organizzazioni internazionali e multilaterali come l’Onu o altre consimili, come l’Unione Africana e altre ancora, ma non, ad esempio, la Nato, se non su esplicita richiesta delle prime. In secondo luogo, l’intervento deve essere motivato dalla difesa dei diritti umani, violata da qualcuno dei contendenti. E, infine, l’intervento deve essere preceduto da tentativi di composizione delle discordie, ricerca di arbitrato internazionale, applicazione di sanzioni dissuasive.

Mi pare che a questo punto, ci siamo. In Libia si doveva intervenire. Non lo si doveva fare nella maniera con cui, inizialmente ma forse anche adesso, le azioni si sono svolte. Quanto ai commenti collaterali, chi ironizza sui «pacifisti a orologeria» pensi un po’ di più alla salvaguardia dei diritti umani. E chi pretende l’intransigenza pacifica legga meglio il dizionario. Alla voce «pace» corrispondono molte definizioni. Quelle che ci interessano: «Condizione di un popolo o di uno Stato che non sia in guerra con altri o non abbia conflitti, lotte armate in corso al suo interno; concordia, armonia nella vita sociale o nei rapporti interpersonali; condizione di quiete e tranquillità». Come si vede, la nostra pace è sempre anche pace degli altri. Se agli altri manca, occorre favorirla per averla anche noi.

Share →

6 Risposte a La Libia e il pacifismo a orologeria

  1. Ennio Abate ha detto:

    “Mi pare che a questo punto, ci siamo. In Libia si doveva intervenire. Non lo si doveva fare nella maniera con cui, inizialmente ma forse anche adesso, le azioni si sono svolte”

    Ma che coerenza di ragionamento per giustificare l’intervento (la guerra!) in Libia!
    Dimostrasse il prof. Calabrese in quale occasione una guerra sia stata fatta come “si doveva fare”. I macelli delle “guerre lampo” o delle “bombe intelligenti” dovrebbero tappargli la bocca!

  2. Karim B. ha detto:

    In qualità di cittadino libico, in questo periodo, mi sono trovato sovente a combattere i movimenti pacifisti e sopratutto il termine “”pacifismo””. Ma come si fa ad essere così ingenui: La tv di stato libica (quella di Gheddafi) mostra scene di danni di bombardamenti su civili da parte della NATO. La tv di stato libica non e una fonte attendibile ed il regime ha tutto l’interese di dire che la NATO uccide civili. Però noi ci si crede senza un minima ombra di dubbio.
    Come si fa a chiedere di fermare l’offensiva al dittatore.
    Come si fa a stare a pensare alla tecnicita’ del termine “stato sovrano” quando un dittatore massacra il suo popolo. Bombe a grappolo, mine anti uomo, stupri, bombardamenti aerei, scudi umani.
    IL 19 marzo e iniziato l’attacco al dittatore, da parte della coalizione dei volenterosi (USA, Francia, GB …) . SE avessero apsettato un solo giorno in piu’, ci sarebbero stati migliaia di morti in più.

  3. Ennio Abate ha detto:

    @ Karim B
    “SE avessero aspettato un solo giorno in piu’, ci sarebbero stati migliaia di morti in più.”

    Per vedere le migiaia di morti fatti dagli Usa e i loro alleati in Afhanistan e in Irak non c’è da aspettare neppure un giorno.
    E come mai fino a pochi mesi fa non solo i vari governi occidentali non solo “aspettavano” ma facevano affari e ricevevano con tutti gli onori proprio il dittatore che adesso bombardano?
    Siamo onesti e ragioniamo. I morti nelle guerre si fanno da entrambe le parti e le scuse per scatenarle si trovano sempre!

    • Karim B. ha detto:

      Purtroppo non stò teorizzando. Se non era per i francesi, molte persone avrebbero pagato con la vita. Alle porte di Benghazi (citta di 700’000 abitanti), i francesi hanno bombardato una colonna di mezzi militari lunga kilometri. Se poi il tuo salvatore ti fa firmare delle cambiali in bianco per il resto della tua esistenza, questo e un altro discorso.
      Ricordo che il popolo libico ha iniziato tutto con una protesta pacifica davanti ad un tribunale. Le forze dell’ordine hanno tentato di fermare le proteste, non con gas lacrimogeni, non con proiettili di gomma ma con proiettili di artiglieria pesante. I cellulari della polizia venivano utilizzati per schiacciare le persone. Come reazione la gente ha assalito i posti di polizia, hanno rubato le armi etc.. e si sono ribellati a 42 anni di dittatura sanguinaria. Civili contro l’esercito del dittatore.
      La Libia non è l’Afghanistan e nemmeno la Somalia. E il popolo libico che ha chiesto la No fly zone nonche l’intervento aereo delle forze occidentali.
      Mettetevi nei panni dei civili libici.

  4. Ennio Abate ha detto:

    “E’ il popolo libico che ha chiesto la No fly zone nonche l’intervento aereo delle forze occidentali”.
    Sì, hanno fatto un referendum e hanno vinto quelli che volevano l’intervento degli occidentali!
    Il popolo libico è diviso. Nei panni di quali civili ci dovremmo mettere, ammesso che sia questa la cosa più importante…?
    Dagli interventi militari (stranieri per giunta) i popoli non hanno mai tratto alcun vantaggio…

  5. danilo ha detto:

    1. se non si rispetta il principio internazionale sancito dalla Carta Onu della non ingerenza negli affari interni di uno stato, si intraprende una strada dagli sbocchi imprevedibili e inarrestabili.
    2.chi stabilisce dove intervenire e quando ? il mondo è costellato di proteste e rivolte. finora in Somalia, Iugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia sono stati gli Usa che hanno dettato l’agenda degli interventi. mi si consenta di dubitare sul carattere altruistico dell’intervento. L’Italia ha sempre seguito giustificandsi che eravamo alleati o meglio succubi.
    3.l’intervento è iniziato in Libia dopo che Stati Uniti, Francia e Inghilterra da mesi stavano reparando la rivolta. quindi la rivolta della Cirenaica è avvenuta dietro manovre e ingerenze di potenze straniere nei confronti diuno Stato, una nazione, una comunità del Terzo mondo, che ha dovuto sopportare colonialismo e neocolonialismo, e con Gheddafi aveva alzato la testa, creando un’entità e uno spirito nazionale e laico.
    3.se il criterio dell’intervento è esportare la democrazia, – ma dopo quello che si è assistito in Iraq e Afghanistan dubito molto che ci sia qualcuno che ancora la pensi in questo modo – prima di tutto dovremmo chiarire qual’è il sistema che dobbiamo esportare: quello americano che porta alla partecipazione politica il 40% degli aventi diritto quando è un successo escludendo tutti gli strati poveri ed emarginati? quel sistema che consente la partecipazione alla competizione elettorale solo ai più ricchi o a chi è appoggiato da potentati economici? o quello del nostro paese che da diverse parti si paventa il pericolo di regime? è dovremmo esportarlo nei 4/5 del mondo, visto che tutto il Terzo Mondo non si allinea a questi criteri.
    3.ci si appella all’Onu, ma le potenze che stanno bombardando la Libia sono state le prime a violare ler isoluzione, inviando aiuti militari ed economici ai cosiddetti ribelli, bombardando Tripoli e altre città dove non erano in corso combattimenti, colpendo obiettivi civili come ospedali, scuole, quartieri abitati, partecipando con istruttori, consiglieri e commandos militari. tutte misure non contemplate nelle risoluzioni e in aprta violazione di esse.
    4. una vasta comunità di paesi ha preso le distanze e ha condannato i bombardamenti: Russia, Cina, India, Sud Africa, Brasile, Germania e da ultima la Norvegia, partner nato, ha deciso di ritirare la sua partecipazione.
    5. si accusa Gheddafi di essere un dittatore e un sanguinario: ma a iniziare la rivolta sono stati due suoi ministri, degli interni e della giustizia, ciè dicasteri che in caso di repressione, ne sono i principali respnsabili.
    6.nei confronti del governo Gheddafi è stata montata una campagna di notizie false, tanto gigantesca, quanto grossolana: vi ricordate delle fosse comuni di Tripoli, rivelatosi un cimitero civile e foto scattata quasi un anno prima, i bombardamenti aerei sulla popolazione a Tripoli, smentita dal nostro ambasciatore, gli stupi di massa, smentiti da Amnesty.
    7.le inerenze delle grandi potenze nei contronti di paesi piccoli, deboli e in difficoltà è sempre stata la carettiristica delle potenze imperiali. anche l’Italia, nel passato ha conosciuto queste vivende: ricordiamo l’autonomismo siciliano nel dopoguerra, il separatismo sudtirolese, il terrorismo e lo stragismo. Pagne oscure che ancora chiedono di essere chiarite, ma dietro cui si parlò a ragion veduta di ingerenze straniere.
    dobbiamo respingere la politica di intromettersi negli affari interni di altri stati, ma ivece favorire una poliica di dialogo, collaborazione economica e culturale, rispettando la sovranità, la legittimità e l’autonomia di ciascun Stato e nazione a ricercare gli strumenti suoi propri per favorire uno sviluppointerno basato sulla convivenza interna tra le proprie componenti ed esterna con i paesi vicini e della comunità internazionale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi