Yuma Martellanz

Sede Generale Tupac Amaru. Una sottile pioggia accarezza Jujuy cuore del Norte Argentino sciogliendosi nell’effervescenza delle risa, nello zampillio di un fiume di gente che sorge e affluisce dalla sede in attesa della propria paga. Ritrovo dopo 3 anni Milagros Sala leader del movimento, i capelli le cadono lunghi incorniciando ora un volto più rilassato, sorseggia mate assieme ad un’intera commissione di medici, dentisti ed insegnanti.

Salute ed educazione sono gratuiti ed obbligatori per ogni “companero” dell’organizzazione sociale Tupac Amaru che partecipa con una quota di 4 pesos (70 centesimi) al mese. È una giornata importante perché ci si prende il tempo di guardarsi in faccia, di discutere e trovare soluzioni lavorative, familiari, salutari e comportamentali.

Prima di ricevere il proprio stipendio si viene controllati dal dentista, la Mili tiene molto ai sorrisi dei companeros, mentre un insegnante espone il profilo scolastico.“Amor!! Se ti manca tutta la squadra in bocca e ancora tre esami per finire la scuola secondaria come farai a conquistare una donna?” ride Milagros rivolgendosi ad un vecchio Kolla. La Flaca è madre e la sua totale attenzione abbraccia ogni singolo problema individuale e collettivo, ha la battuta pronta per ognuno e la soluzione è immediata.

Milagros Sala è nativa Kolla (popolazione originaria del nord dell’Argentina) di San Salvador de Jujuy e racchiusa in questa piccola donna è un’energia impetuosa, contagiosa e antica, quel tipo di energia che muove le masse. Fondatrice del più grande movimento popolare argentino con più di 70.000 “companeros” e più di 4.560 abitazioni costruite al giorno d’ oggi (ca.1.000 all’anno solo a Jujuy), inizia la sua lotta nella decade neoliberale del ’90 quando con l’ex presidente Menem e la privatizzazione di quasi tutte le imprese statali, della salute e dell’educazione molti si trovarono senza lavoro, negli ospedali non c’erano medicinali e i bambini morivano di denutrizione. L’organizzazione sociale Tupac Amaru (primo rivoluzionario creolo, diretto discendente degli imperatori Inca che nel 1871 lottò contro i colonizzatori per la liberazione dei popoli originari) ha riscattato questo universo di figli che è rimasto nella strada, rifugiato nelle “villas miseria” dandogli la possibilità di vivere una vita degna in quanto “La povertà è una circostanza che si può cambiare unicamente se il povero non si identifica con essa”. Bisogna saper cambiare il punto di vista della cose e recuperare l’autostima.

La lotta contro la discriminazione, in questo caso, non è argomento elettorale ma esperienza di vita vissuta. Abbandonata alla nascita crebbe sotto le ali di una famiglia agiata che le diede la possibilità di studiare e laurearsi, scelse danze folkloriche. A 14 anni si rese conto che le malelingue dei compagni “parlavano realtà” : lei unica nera in una famiglia di bianchi. La madre adottiva non le aveva mai detto la verità, non potendo perdonarla scappò di casa in cerca delle proprie radici.

Visse assaporando l’amarezza dell’asfalto, lavorò come lustrascarpe alla stazione, si barcamenò tra mille espedienti poi cominciò a vendere cocaina e rubare con una banda di ragazzini del quartiere, il ricavato veniva diviso per comprare medicinali per i poveri di Azopardo. Presa dalla polizia passò 8 mesi in carcere dove si avvicinò all’esperienza dell’autogestione, con le altre donne organizzò una cucina comunitaria per un pasto degno. Uscita dal carcere iniziò a militare in ATE (associazione dei lavoratori dello Stato) e poi CTA (centrale dei lavoratori argentina) per i movimenti sociali favorita dalla conoscenza interna delle favelas inaccessibili agli esterni. Iniziò così con le prime copas de leche, l’azione più urgente era dare da mangiare ai bambini.

La copa de leche è alla base del funzionamento di tutto l’ingranaggio. Si tratta dell’impegno e della collaborazione di volontari che per primi non posseggono nulla e che si riuniscono per dare del latte dolce, del mate ed empanadas ai bambini dei quartieri più degradati. È la porta d’entrata da cui tutti i membri della Tupac dai dottori agli insegnanti sono passati e se i primi 5 bambini quella mattina guardavano con diffidenza quel banchetto colorato ora sono in migliaia che ne gioiscono ogni settimana. “È in questi momenti che si riesce a parlare con i bambini” mi racconta Nelida Rojas suo braccio destro mendozino. “Sono loro a farti conoscere i problemi familiari, così sai dove intervenire e creare programmi sociali, 2 anni fa iniziammo in 160 a condividere la nostra desolazione ed ora siamo in 5000 a lottare, solo nella provincia di Mendoza abbiamo in costruzione 7 dipartimenti!Formando questa grande famiglia si può andare a manifestare e chiedere terreni, se non esiste la solidarietà non funziona, soli non si può fare nulla!”.

Nelida si svestì del camicie da infermiera in seguito ad un’ operazione alla colonna vertebrale e per non sentire il freddo della disoccupazione scelse il cappello del rivoluzionario. Suo marito Ramon la seguì e abbandonando le strade che per 20 anni aveva marcato con il suo remis decise di costruirne delle nuove, ora è capo costruttore della Tupac di Mendoza.

Queste non sono storie di pochi ma di molti, si dice da quelle parti che “Quando esiste la volontà esistono mille soluzioni. Quando non esiste la volontà esistono mille scuse”. Si dice anche che Dio è ovunque ma riceve a Buenos Aires. Quando nel 2003 Kirchner stanziò 35.000 pesos per la formazione delle prime cooperativas de viviendas tutta questa gente al margine della società, per la maggioranza discendenti delle popolazioni originarie, rinnegati in terra propria, alzarono finalmente la testa dopo più di 500 anni di persecuzione ed oppressione fisica e mentale. In questo terreno in pendenza che ora si chiama Alto Comedero i tupaqueros costruirono con le proprie mani le prime 200 abitazioni con la metà dei soldi e del tempo previsti per le imprese di costruzione. Ricevettero così l’approvazione per le altre 400 case. Con i soldi risparmiati sono state costruite negli anni le fabbriche tessili, i centri di integrazione comunitari, le scuole, le fabbriche di mattoni, di infissi e metallurgiche, il Cemir per la riabilitazione dei disabili (uno dei più attrezzati del paese), le piscine, i parchi giochi e gli spazi comunitari per cucinare di cui usufruiscono al fine settimana famiglie provenienti dall’intera provincia. Le case sono tutte uguali, 54 mt quadri, 2 stanze, bagno e cucina, sul tetto una cisterna per l’acqua con le facce del Che (che rappresenta la disciplina e la
trasformazione sociale), di Evita (protettrice dei bambini e degli anziani) e di Tupac Amaru. In un ondata di varianti pastello l’uguaglianza delle case si privilegia alla differenza, è la conquista dell’uguaglianza fatta materia in case.

Non esiste alcun tipo di discriminazione razziale o sessuale, si lavora insieme, le donne con i caschi nella fabbrica di mattoni e gli uomini cucendo in quella tessile. Nelle scuole gli alunni vengono chiamati “companeros” ed oltre alle materie classiche studiano Autostima, Storia del Movimento Operaio e Storia dei Popoli Indigeni in quanto un albero senza le proprie radici si secca e muore, inoltre sarebbe giusto sapere che la civilizzazione non cominciò con l’arrivo di Colombo come è stato insegnato sino ad ora in tutte le scuole argentine. Ciò che distingue un tupaquero è l’orgoglio, l’amore indiscusso per colei che li ha riscattati dalla strada, dalla droga e dalla miseria, la disciplina e la fratellanza. Le donne che entrarono ad abitare le case entravano malvestite con i capelli opachi ed ora sono lucenti ed ogni mese aggiungono un soprammobile, un ricordo, un fiore per abbellire le proprie case che non più umili abitazioni sono ora ciò che le rende orgogliose di essere chi sono, felicemente combattive e differenti dai tanti che alla felicità trovano un diversivo. Quando a Maipu una casa finì in fiamme i vicini arrivarono prima dei Vigili del fuoco portando con se materassi, mobili e all’indomani del fuoco la nuova casa era arredata e vivibile.

Ogni primo d’Agosto si festeggia la Madre Terra, la Pachamama, nel 2010 la Tupac Amaru ha organizzato la “Marcia dei popoli originari”, la più grande nella storia dell’ Argentina con piu’ di 30.000 persone arrivate a Buenos Aires dal Nord, dal Sud, dall’Est e dall’ Ovest. Per la prima volta si sono incontrati tutti, i Toba, i Guaranie, i Wichi, i Mapuche, gli Huarpes, i Diaguitas, gli Aymara, i Quichua, i Kolla.. indossando le vesti della tradizione, cantando la musica degli antenati ed incontrando la Presidentessa Cristina Kirchner. “È piu’ facile tappare il sole con un dito che scoprire tutta l’ombra di questo paese” disse Leon Jieco cantando e cosi’ mi sembra di capire che in Argentina esista un ventaglio di realtà in trasformazione tanto vasto quanto inclassificabile. Esiste una parte di popolazione originaria che anche se contaminata dai mezzi di comunicazione vive la vita della Terra come i Diaguita Calchaquies che nel Gennaio del 2011 hanno manifestato per la prima volta a Cachi dopo esser e stati espropriati per l’ennesima volta dei propri terreni, come pochi mesi prima era accaduto ai Toba di Formosa dove vari manifestanti hanno perso oltre alla propria casa anche la vita per mano della Giustizia e del Denaro. I Caciques (rappresentanti delle comunità) manifestano ora un cambiamento di coscienza e la volontà di molti giovani è quella di studiare, di essere maestri, avvocati, medici, non per fini privati ma per il proprio popolo. Esiste poi una realtà che vive il cambio culturale dell’ emarginazione urbanizzata come i Toba di Rosario rimasti senza memoria in una situazione statica carente di salute ed educazione, in attesa. Mi spiega la direttice del Centro di Salute Toba di Rosario, Olga Lifschitz, che l’accettazione delle disgrazie è parte della loro percezione della vita, per ovviare al dolore ne hanno fatto un abitudine. “Lo stesso accade con la salute” aggiunge “La settimana scorsa abbiamo avuto un caso di una bambina Toba in coma accudita in casa. Viveva in un labirinto di casette e io son dovuta passare diverse volte, i più piccoli giocavano a calcio li in mezzo e gli adulti non dicevano nulla, mentre lei stava quasi morendo la mamma le pettinava i capelli.Questa è una situazione di accettazione delle cose”.

Parlandone con Raoul Noro, compagno di vita di Milagros e uomo di grande cultura, lo vedo sobbalzare “È questo il tema!!” sottolinea citando la teoria del filosofo argentino Rodolfo Pusch studioso della cultura andina. “Diceva che l’ uomo Kolla è in attesa, non è nell’Essere ma nello Stare. Stare è una cosa, Essere un’altra. Stare è aspettare che qualcosa succeda. Essere è la piena manifestazione dello spirito umano in azione. La cultura andina stà nello Stare aspettando qualcosa, aspetta la manifestazione dell’ Essere per iniziare a manifestare tutta la propria potenzialità.

Quando arrivammo a Rosario con la “Marcia dei popoli originari” si avvicinò a Milagros un Toba della villa miseria di Rosario, la abbracciò e pianse. Piangeva come per dire: “Finalmente!!”. La voce di Raoul si spezza ed una lacrima scivola sul suo sorriso bianco mentre ripete: “Finalmente qualche cosa è successo!!”.

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