Diego Guzzi

«Non sono rassegnato a morire, né angustiato dalla morte. Sono furioso, straordinariamente irritato dall’idea che presto non sarò più qui, in mezzo alla bellezza del mondo o, al contrario, nel suo scialbo grigiore». Così Jorge Semprun su «Le Monde», pochi mesi prima di andarsene. Nato a Madrid nel 1923, esiliato in Francia all’arrivo del franchismo, decise di militare nella resistenza comunista. Arrestato dalla Gestapo, venne torturato e deportato a Buchenwald. Uno dei momenti più drammatici dei sedici mesi nel Lager fu l’incontro con un ebreo polacco, reduce di un Sonderkommando di Auschwitz: una riunione clandestina nell’infermeria del campo e il racconto dell’annientamento sistematico nelle camere a gas; una violenza che, per la prima volta nella storia, non lasciava sopravvissuti. Al ritorno nelle baracche infuriava una burrasca di gelo. Da quel momento, per Semprun la neve divenne il simbolo, fortuito quanto indelebile, di una vicenda di morte. E, al contempo, un’esortazione a testimoniare.

Alla ricostruzione del percorso attraverso cui il coraggio della narrazione ha gradualmente prevalso sulla paura della neve, Semprun ha dedicato il suo libro più bello. La scrittura o la vita contiene, anzitutto, la confessione di un silenzio. È risaputo che, al rientro dai Lager, tanti sopravvissuti palesarono un’incontenibile urgenza di comunicare. Primo Levi ha precisato di aver iniziato a parlare prima ancora che a mangiare, Robert Antelme di esser stato afflitto da una vera e propria «emorragia verbale». E fu semmai in un secondo tempo, a causa del pubblico disinteresse per la loro sorte, che molti testimoni si rassegnarono a tacere. Per Semprun la reazione fu opposta: la propensione al racconto si scontrò con il bisogno di godere appieno del presente, di ridere e amare, come in una rivincita del corpo sulla memoria.

Nulla a che vedere con l’indicibilità dell’esperienza concentrazionaria: «si può sempre dire tutto […] si può nominare il male, il suo gusto soporifero, i suoi piaceri deleteri. Si può dire Dio, e non è poco». Nessuna ineffabilità, quindi. Il problema si poneva piuttosto sul piano morale. Poiché quel passato, prima ancora di evocare lo spettro della morte, istillava il dubbio che la vita non fosse altro che illusione. «Breve vacanza, o inganno dei sensi», come paventava Levi nella chiusa de La Tregua. Un timore, questo, da cui discendeva un’incertezza profonda, un’esiziale lacerazione dell’animo. Al punto che, nonostante la resa all’imperativo del silenzio apparisse irresponsabile, addirittura indecente, l’oblio poteva sembrare l’unica reazione congrua alla morsa della memoria.

Un’amnesia deliberata e volontaria, dunque. Una cura di afasia, un riposo spirituale. Durò sedici anni, ma non fu senza coraggio: Semprun si arruolò nel partito comunista spagnolo clandestino, trovando nella militanza un’istanza rivitalizzatrice. Ma in una notte del 1961 una burrasca di neve gli riapparve inaspettatamente in sogno, come un avvertimento spettrale: il momento era giunto di affrontare la paura, impegnarsi a sconfiggerla mediante la scrittura. Occorreva riprendere il lavoro del lutto, disseppellire i ricordi, elaborare il male. Pubblicò allora Il grande viaggio, in cui narra la deportazione e la prigionia a Buchenwald del giovane maquisard spagnolo Manuel. L’artificio letterario, l’espediente del romanzo, la scelta di un alter ego dipesero certo da una residua resistenza a riportare pienamente alla luce il passato, che nulla però toglie alla volontà di sostituire il racconto all’oblio.

L’ultima tappa di questo percorso risale all’aprile 1987. Precisamente al giorno in cui Primo Levi si lanciò nella gabbia delle scale della sua casa di Torino. Per Semprun la notizia corrispose a un richiamo alla finitudine. L’essere sopravvissuto al campo gli aveva infatti ispirato un sentimento di immortalità, la presunzione di un’immunità eterna. Ma «d’improvviso, l’annuncio della morte di Levi capovolse radicalmente la prospettiva». Doveva raccontare senza mediazioni se stesso, il coraggio e la paura. Dopo una breve esperienza come ministro della cultura in Spagna nel governo Gonzales, nel 1994 pubblicò L’écriture ou la vie, la sua autobiografia, in cui lo slittamento dalla terza alla prima persona sancisce il passaggio dalla verosimiglianza alla verità, dall’affabulazione alla testimonianza.

In occasione di uno dei suoi ultimi interventi pubblici, lo scorso dicembre, mentre una neve sottile riempiva il cielo di Parigi, Semprun ha parlato a lungo dell’importanza della verità, della corrispondenza tra memoria individuale e storia, della necessità di un vaglio scrupoloso dei ricordi. Precisando di non aver scritto su Buchenwald alcunché di cui non fosse assolutamente certo. Lo sguardo rivelava che, pur a decenni di distanza, il racconto richiede una buona dose di coraggio. Sul volto gli si disegnava però un sorriso, quasi un tratto di allegria per essere riuscito, una volta di più, a portare la parola dei sommersi. Vincendo, anche quel giorno, la paura della neve.

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2 Risposte a La scrittura, il coraggio e la paura della neve

  1. paola ha detto:

    Contenuto interessante, linguaggio essenziale seppur poetico. Ti fa venir voglia di conoscere meglio la vita e l’opera di J. Semprun, un messaggio alla generazione del pres.ente e a quella del prossimo futuro

  2. Carlo Greppi ha detto:

    Grazie Diego,
    ci mancherà Jorge e il suo sguardo sul mondo, sempre lucido.
    Ricorderò sempre il mio incontro con lui, le sue parole e quello sguardo. Ci vediamo presto,

    Carlo

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