Gianfranco Marrone

I mattoncini Lego non sono più come una volta. Prima erano, per principio, tutti uguali – al massimo due o tre misure e altrettanti colori – di modo che l’inventiva consisteva nel costruire a partire da essi quante più forme del mondo si riusciva a immaginare. I risultati erano approssimativi, grezzi, spartani, ma straordinariamente creativi. Oggi nelle scatole Lego ci sono pezzi di innumerevoli forme, dimensioni, misure e colori, che a vederli così ci si confonde. Ma mettendoli in ordine e seguendo con paziente attenzione le istruzioni accluse nella confezione è possibile realizzare aggeggi di una straordinaria precisione: sofisticati macchinari edili, navi da crociera, interi edifici con annessi omini, animali e oggetti – tutte robe bell’e fatte, la cui perfezione materiale è funzione di una rigorosa progettualità a monte da cui non ci si può minimamente distaccare. Dai Lego per bricoleur, avrebbe detto il buon Lévi-Strauss, siamo insomma passati a quelli per ingegneri.

È il segno dei tempi bui in cui vivono i nostri figli, della loro felicità triste, rassegnata all’onanistica tecnocrazia che tutti ci opprime in nome di un chimerico Sviluppo dell’Umanità. Lo so. Ma è anche, in fondo, una buona allegoria delle attuali sorti degli studi linguistici, comunicativi e semiotici. Nonché dell’oscuro cul de sac in cui attualmente ristagnano. Nei primi decenni del Novecento un drappello di acuti linguisti (Saussure, Hjelsmlev, Jakobson, Benveniste, Greimas…) aveva perentoriamente dimostrato come le lingue non siano entità sostanziali ma costruzioni formali, sistemi di differenze pure, le cui dipendenze interne producono, a posteriori, quei suoni e quei concetti che i parlanti, ingenuamente, credono di adoperare al momento della comunicazione1. Ciò significava non solo abbandonare il mito della parola come entità linguistica prima (ricalcato sull’ideologica supremazia della scrittura rispetto all’oralità) ma soprattutto ogni distinzione aprioristica, cioè sostanziale, tra verbale e non verbale (anch’essa fondata sulla supposta superiorità del logos rispetto ad altre forme di significazione). Si apriva un mondo nuovo, affascinante per certi aspetti ma fortemente demolitore per altri, dove picconando credenze millenarie si edificavano nuovi modelli di pensiero e originali metodologie d’analisi, non solo del linguaggio ma, più in generale, dell’esperienza umana e sociale. Si trattava di abbandonare, senza possibilità d’appello, l’idea che la lingua è un pacchetto di mattoncini assemblati fra loro grazie a un qualche sistema di regole combinatorie (com’erano i Lego di prima generazione), per approdare alla conclusione – paradossalmente materialistica – che per parlare non c’è bisogno di alcun mattoncino, di nessuna entità data, ma soltanto di sistemi differenziali, di strutture relazionali, di processi connettivi. Altro che Lego di seconda generazione: occorreva dimenticare i Lego tout court: e si guadagnava capacità analitica, lucidità critica, efficacia demolitrice e demistificatoria.

Esattamente la strada che non si è perseguita. La smania naturalistica che pervade da qualche tempo le discipline umane e sociali, compresa la linguistica, ha abbandonato il progetto strutturalista e i suoi esiti semiotici, barattando ogni possibilità di comprensione (e di critica) del mondo sociale in cambio di un pedigree tanto vecchio quanto imbarazzante: quello che permette loro di pavoneggiarsi fra le cosiddette scienze della natura. Chomsky e i suoi innumerevoli apostoli, protetti da posizioni politiche del tutto sganciate – se non opposte – alle loro stesse teorie filosofico-linguistiche, vanno alla ricerca di grammatiche universali la cui residenza, appunto, naturale sarebbe una mente (o se del caso un cervello) che nulla ci dice delle culture umane, dei sistemi di significazione su cui si basano, e dunque delle varie e complesse forme di dominio dell’uomo sull’uomo. Modi di organizzazione sociale, e dunque anche di potere, che passano dalle forme e non dalle sostanze, da differenze e relazioni del tutto immateriali e proprio per questo molto più pervasive che non le ingombranti infrastrutture di un vetero-marxismo che oggi, pericolosamente, sta tornando in auge. Invece di abbandonare euforicamente i Lego di prima generazione, si è passati a giocare ciecamente con quelli di seconda.

Il risultato è che, quando oggi si vuol fare critica del sociale, non solo non si può dir nulla delle lingue e dei linguaggi (su cui poco si sa), ma ci si trova privi di modelli per l’analisi o di metodologie per l’interpretazione del sociale medesimo. Modelli e metodologie, difatti, su cui da tempo s’è abbattuto il fuoco incrociato del naturalismo scientista (che va in cerca di basi materiali e fisiche dell’essere umano tanto improbabili quanto mute) e del vetero-post-modernismo (che pur di rivendicare libertà d’azione e di parola, finisce per praticare sedicenti eutanasie). Così quando, come è accaduto negli ultimi mesi, la lingua torna a essere oggetto d’interesse oltre il ristretto campo degli accademici, e spesso per ragioni d’ordine politico (penso, fra i tanti, ai recenti, fortunati volumi di Carofiglio e Zagrebelsky), ecco che si ricade in quella concezione ingenua del linguaggio, in quella «linguistica dei parlanti» da cui, cent’anni fa, s’era riusciti egregiamente ad allontanarsi. E tornano, d’un candore tanto disarmante quanto provocatorio, le famigerate parole, i mattoncini Lego. Si discetta delle relazioni fra lingua e potere? Si indaga sulle degenerazioni della cultura attuale usando come spia gli usi linguistici del nostro presente? Ed ecco che le parole tornano in gioco e in causa, presunto inizio e supposta fine d’ogni affaccendarsi linguistico. Si badi: meno male che, nonostante tutto, qualcuno si prende la briga di gettare un occhio sulla lingua e sulle sue responsabilità sociali e politiche. Bisogna esser grati a scrittori e giuristi, politologi e opinionisti vari d’essersi interessati ad argomenti che gli specialisti, dal canto loro, per troppo tempo stanno considerando non pertinenti alle loro discipline. Non avendo tuttavia, come è ovvio che sia, gli strumenti tecnici per farlo in modo pertinente ed efficace.

Da qui il focus che proponiamo in questo numero di «alfabeta2», il cui titolo programmatico In altre parole intende ribaltare una tale tendenza, riportando all’attenzione di un pubblico sempre più interessato ai problemi linguistici, e ai loro nessi con le strategie del potere e del dominio, il fatto che, appunto, le lingue sono forme e non sostanze, che le parole sono punte di iceberg che nascondono sistemi e processi di significazione ben più profondi. In altre parole, insomma, va in cerca d’altro che non le parole, girando loro intorno, accerchiandole e decostruendole. E lavora, come fanno gli autori che Paolo Fabbri e io abbiamo reso complici del nostro progetto, di forme testuali, generi discorsivi, dispositivi mediatici, problemi di traduzione e, soprattutto, delle loro continue, incessanti sovrapposizioni e incroci, prestiti, ruberie, ibridazioni. Stupirà solo gli immancabili, strenui difensori del senso comune – dislocati per ogni dove nella geografia intellettuale d’oggi – che in un dossier che s’incarica di affrontare il problema al tempo stesso teorico e politico del linguaggio si trovino articoli su dialetti e lingue nazionali accanto ad altri su rivoluzioni maghrebine e social network, blog e pettegolezzi, istruzioni per l’uso e musei in rete. A noi questi accostamenti mettono buon umore, ci ridanno la speranza in una critica dei linguaggi che sappia adoperare al meglio i linguaggi della critica.

Diversamente da altri focus su cui s’è impegnata «alfabeta2» nei precedenti numeri, quello che qui si presenta, in altre parole, non è tematico ma metodologico, o meglio pone come tema il problema del metodo, collocandosi in modo trasversale ai problemi e alle questioni su cui oggi è bene discutere in termini di «intervento culturale» (programma esplicito di questa rivista). In modo trasversale e perciò fondativo di quel pensiero critico – dentro e fuori le accademie, l’editoria, la stampa, la rete – il cui esercizio diventa col passare del tempo sempre più urgente. Porre la questione del metodo in termini linguistici e discorsivi, formali e sistematici, significa peraltro aver chiaro, e ribadire con forza, che metodo non vuol dire canone, scolastica inaridita di regole e d’applicazioni, ma organon, interdefinizione di modelli e di categorie d’analisi il cui scopo è l’intreccio di spiegazione e comprensione, osservazione e interpretazione. Spiegare di più per comprendere meglio, è il monito da rispettare, oltre le sempreverdi stereotipie che troppo attanagliano i sedicenti saperi contemporanei. Leggendo gli articoli di questo focus, ci si accorgerà che la prospettiva semio-linguistica comune orientata su contenuti diversi finisce spesso – e non ci s’era messi d’accordo – col ribaltare triti luoghi comuni, irridendoli e decostruendoli: riguardino essi il modo di intendere i dialetti e le lingue, le opere d’arte o i blog, i manuali di tecnologia o le rivolte islamiche. Demitificazione e demistificazione restano i nostri orizzonti: ma con un metodo in cui, ci auguriamo, c’è della lucidità.

  1. Si veda il recente libro di N. La Fauci, Relazioni e differenze, Palermo, Sellerio 2011.
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Una Risposta a Critica dei linguaggi / linguaggi della critica

  1. […] ad esempio la critica che porta alle operazioni di Zagrebelsky e Carofiglio (all’interno di un articolo più vasto che trovate online e di cui ho parlato qui): Si discetta delle relazioni fra lingua e potere? Si indaga sulle […]

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