[questo articolo è apparso originariamente il 13.06.2009 sul sito goodwin box]

Massimo Amato

Il professor Alesina ha scritto, il 20 maggio sul Sole 24 Ore, un articolo che condanna l’intervento della politica in economia basando tale condanna su una rilettura fortemente critica del New Deal, del dirigismo che quest’ultimo implicherebbe, e sopratutto sulla equiparazione fra dirigismo e politica tout court.   Su queste basi la sua conclusione non può francamente stupire: «Il capitalismo anglosassone, fondato sul mercato, continuerà a essere quello che produce piu crescita. Teniamocelo.»

Prima di decidere se tenercelo o meno, è tuttavia opportuno provare a riflettere sull’aut aut implicato da tale rilettura.  La critica del New Deal a cui Alesina si appoggia è stata elaborata da tempo, da Friedman e, più radicalmente, da Rothbard. Ma è a sua volta da lungo tempo ampiamente criticabile. La crisi del ’29 sarebbe stata causata da un eccesso di dirigismo economico, e aggravata dallo stesso male. Resta però da chiedersi se le “libere forze del mercato” avrebbero potuto fare meglio. In quegli anni l’alternativa erano i piani quinquennali sovietici, il piano quadriennale hitleriano, il corporativismo fascista, o la gestione imperiale delle colonie. E forse vale la pena ricordare che la politica rooseveltiana è riuscita a limitare il rischio di un conflitto sociale potenzialmente esplosivo.

In ogni caso, il New Deal contiene elementi di dirigismo che è difficile accettare se, come chi scrive, si pensa che la libertà economica sia fondamentale in un’effettiva economia di mercato. Ma non si è per questo autorizzati a ridurre “la politica” al “dirigismo”. Se i prezzi amministrati dei beni sono inefficienti e insensati, c’è un mercato che non potrebbe nemmeno esistere senza un’indicazione di questo tipo: e sono proprio i mercati finanziari. La loro merce, la moneta, è prodotta in regime di monopolio dalla banca centrale. E la banca centrale americana ha prodotto per decenni tutta la liquidità internazionale senza la quale i mercati globali non avrebbero potuto prosperare. Del resto non è così solo da ora. La belle époque, l’epoca del gold standard, che Alesina evoca come una sorta di contraltare ideale del New deal, si è basata, oltre che sulla conculcazione coloniale delle libertà altrui,  sulla capacità della banca d’Inghilterra di indirizzare i mercati finanziari mediante la manovra politica del suo tasso di sconto. Non c’era proprio nulla di autoregolato nel sistema del gold standard, che, in effetti, era un sistema retto dall’egemonia politica, militare, imperiale ed economica della Gran Bretagna. Marcello De Cecco ha fatto notare che l’analogia più pertinente non è con quella del 1929, ma con quella del 1907, ossia con la prima grande crisi del gold standard.

Da quella crisi si uscì dichiarando che il gold standard era più sano che mai, e che “bisognava tenerselo”. Ora noi sappiamo che quella crisi fu l’inizio della fine. E sappiamo anche, da storici, che la belle èpoque non ha proprio nulla di bello, ma è, anche per via dei suoi nodi finanziari irrisolti, la causa della prima guerra mondiale.

La storia non si ripete. Ma dovremmo nondimeno cercare di essere un po’ meno trionfalistici. Non è che il capitalismo rimarrà inalterato a furia di scriverlo sui giornali.

E poi, quale capitalismo ci dovremmo tenere? Se Alesina seguisse, se non il senso della storia, almeno la cronologia, si renderebbe conto che tanto la II guerra mondiale quanto la ricostruzione postbellica vanno, nei loro esiti, ascritte proprio alla capacità di mobilitazione politica, economica, sociale, ideologica e militare dell’America del New deal. E soprattutto: perché molti economisti non riescono a rendersi conto che i mercati finanziari deregolamentati post 1971 non sono affatto un ritorno alle “vive forze di mercato”, ma si sono costruiti grazie a un commercio sottobanco fra stato e mercati finanziari che continua ancora oggi con i piani di salvataggio?

Che idea dobbiamo avere del “capitalismo anglosassone”? Perché dovremmo “tenercelo”, come il miglior modo possibile di avere la crescita, se è lo stesso capitalismo che ha potuto prima sostenersi solo grazie alle politiche espansive di Greenspan, e che ora può forse salvarsi solo grazie alle politiche di Bernanke, Paulson, Geithner?

Insomma, che idea di economia, e di mercato, ha il professor Alesina? Hoover, ci ricorda Alesina, era un ingegnere che non sapeva di economia. Anche Pareto era un ingegnere, e aveva la stessa idea meccanica dell’economia. Ma allora, che cosa va bene ad Alesina? Non le politiche restrittive di Hoover e Strong; non le politiche espansive di Greenspan; non la regolamentazione. Che cosa, allora?

Il rischio che vedo emergere è che oggi di mercato non si parli né da storici, né da politologi, e nemmeno da economisti. Il rischio, ancora più grave di quello evocato da Croce citato da Mazzocchi su questo blog, è che se ne parli solo da ideologi. Poco importa che sia per osannarlo o discreditarlo in blocco.

La storia del novecento insegna come ragionano gli ideologi. Il loro motto è: o con noi o contro di noi. Se il socialismo non funziona, è colpa del fatto che esso ha ancora troppi nemici, che non aspettano altro che le sue crisi, passeggere e risolvibili, per affermare proditoriamente che il sistema non va. Così ancora si ragionava in epoca brezneviana.  Ma tutto sommato così si ragiona anche oggi, se l’evocazione dello spettro del “dirigismo” dispensa dal ragionamento sulla crisi.

Bisogna saper uscire dagli aut aut. La crisi ha indotto molti ad auspicare una regolamentazione dei mercati finanziari, ma non anche degli altri mercati. In ogni caso, sarebbe opportuno distinguere. Può darsi, infatti, che proprio per avere mercati liberi dei beni, moneta e credito debbano essere soggetti a regolazione. Anzi, a riforma.

Questa non è la crisi dell’economia di mercato, ma di un’economia in cui i mercati dei beni tendono sempre di più a diventare le appendici di un mercato finanziario che ha sempre meno bisogno di servire l’economia reale, per produrre una rendita da distribuire sempre più a pioggia, in modo da tacitare ogni mugugno, ma al prezzo di una crescente instabilità. Così l’Economist del 16 maggio: “il prezzo pagato per salvare la finanza è stato quello di creare un sistema ancora più vulnerabile e instabile di prima”.

Prima di affermare che il capitalismo non cambierà, bisognerebbe chiedersi se l’uscita da questa crisi non costituisca, come alcuni affermano, la preparazione di una crisi ancora più ampia. Bisognerebbe imparare ad ascoltare anche queste voci, ed eventualmente a confutarle con argomenti scientifici. E lasciare l’ideologia al passato. Sperando che non torni.

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