Nicola Perugini

A molti palestinesi i conti cominciano a non tornare. “Possibile che tutti intorno a noi si stiano liberando e cercando di liberare con forza da regimi oppressivi e a noi invece non tocchi nemmeno uno spiraglio di sole?”. Formulato in vari e differenti modi, questo sembra essere una sorta di sottofondo – un’anomalia – che accompagna la vita in Palestina negli ultimi mesi. Tutti abbiamo seguito e stiamo seguendo gli avvenimenti tunisini, egiziani, libici, yemeniti, bahreiniani, siriani… Possibile che le catene scricchiolino da tutte le parti intorno a noi e che le nostre catene di fattura israeliana siano più salde che mai? Un amico mi dice: “Noi palestinesi siamo sempre il risultato di qualcosa. Non saremo noi a dare il via a una rivolta, sarà la rivolta che verrà da noi”. Un altro amico, in una conferenza, afferma: “I popoli arabi stanno scoprendo che il nostro modello di Intifada, un’Intifada di decenni, funziona. Hanno imparato tanto da noi”. Ma al di là di quella che sia e sia stata realmente la direzione della rivolta –la rivolta viene da noi, noi siamo andati alla rivolta – esistono dei fatti che mettono in luce come l’impazienza e la rabbia dei palestinesi sotto occupazione coloniale abbiano prodotto e stiano producendo germogli che hanno elementi in comune con il resto delle insurrezioni del mondo arabo, ma che inevitabilmente si trasformeranno in frutti con le loro peculiarità: le peculiarità di questa situazione coloniale di Israele/Palestina.

La situazione palestinese non è una situazione così passiva come quella descritta dal primo dei miei due amici. Al contrario, in Israele/Palestina le pratiche di resistenza al regime oppressivo di più lunga durata dell’ultimo secolo si sono articolate in forme sempre nuove e più/meno efficaci per lunghi decenni: resistenza armata dentro e fuori dalla Palestina storica; resistenza non armata (non per questo non violenta! È stato pur sempre un sentimento di rabbia a generarla!); Intifade che gli storici hanno classificato con la minuscola o la maiuscola (ma pur sempre I/intifade!); costruzione di un movimento internazionale di solidarietà e di attacco alle politiche razziste, colonialiste e di apartheid di Israele. Edward Said scrisse che lo stesso vivere dei palestinesi in Palestina costituisce una forma di rivolta e resistenza, e a ben guardare questo vivere si è declinato in una delle esperienze di resilienza più lunghe degli ultimi secoli, come se quello spiraglio di vita (necessario al riprodursi del potere) che le varie forme assunte dal colonialismo israeliano hanno lasciato aperte abbia costantemente costituito uno spazio minimo per generare tentativi di sovversione di quelle forme e dei loro contenuti.

Dunque la storia palestinese è una sorta di costellazione insurrezionale (con varie fasi termidoriane). Una costellazione che assume ancora più valore alla luce del fatto che essa si è prodotta, politicamente e spazialmente, alla luce dell’esilio –esilio in terra madre ed esilio in quelle parti di globo in cui sono sparsi i palestinesi della shatat (termine che sarebbe riduttivo tradurre con diaspora, proprio alla luce di questa sua valenza politica in cui la dispersione diventa elemento di forza e desiderio). Ovvio che il quadro è più complesso di quanto io lo stia descrivendo. Il cielo su cui si staglia questa costellazione è un cielo di solida oppressione e repressione, fatta di agenti coloniali e di subcontractors internazionali e palestinesi. Ma sarebbe davvero peccato non riuscire a leggere la ricchezza della costellazione e limitarsi a dipingerne la passività in relazione al cielo, soprattutto di questi tempi. Hannah Arendt ha scritto che il termine rivoluzione porta con sé, storicamente, un’accezione pesantemente conservatrice: se l’origine del termine è astronomica, la rivoluzione è in realtà il moto regolare delle stelle. Resta il fatto che sta a noi cogliere i momenti non scritti di irregolarità, ma soprattutto cogliere queste irregolarità nella loro relazionalità, nel loro carattere di anomalia (moto irregolare per l’appunto, in astronomia) diffusa e, se vogliamo, per parafrasare Arendt, di non rivoluzionarità, ma di enorme potenzialità liberatrice.

L’istanza di liberazione e il carattere diffuso di questa storia irregolare hanno dato e stanno dando vita a fenomeni di rigenerazione. La trasmissione  di un sapere e di pratiche di liberazione hanno una forza enorme di produzione di situazioni di insurrezione e di attacco alla macchina coloniale. Ciò avviene  nonostante questa trasmissione di saperi e pratiche sia stata spesso falcidiata, sia all’interno del campo palestinese che ovviamente al suo esterno, da tentativi di dirottamento della narrazione rivoltosa. Proprio in questi ultimi mesi, i palestinesi (i giovani palestinesi in particolare), hanno mostrato le potenzialità rigenerative e generative della costellazione di cui parliamo. In un certo senso, al ramificarsi storico sempre più complesso del sistema coloniale è corrisposta una ramificazione sempre più complessa delle istanze e delle pratiche di resistenza, e viceversa. Così i giovani palestinesi oggi, in occasione di momenti di commemorazione universalmente condivisi dentro e fuori dalla Palestina storica (i più recenti sono stati la “Nakba” –la catastrofe, la pulizia etnica della Palestina nel 1948 – e la “Naksa”, l’occupazione della Cisgiordania), mettono in atto una serie di pratiche che riconciliano i vari elementi della costellazione del colonizzato di Israele/Palestina. I giovani rifugiati palestinesi, i discendenti dei profughi  espulsi dalle milizie sioniste durante la pulizia etnica della Palestina del 1948, che hanno premuto sul confine settentrionale di Israele e sulle linee di armistizio con la Siria[1]; i palestinesi che dalla Cisgiordania hanno cercato di varcare e fare pressione sui checkpoint di accesso a Gerusalemme; quelli di Gaza che hanno spinto ai valichi della loro prigione; i palestinesi di Israele che hanno cercato di premere su queste linee di separazione “dall’interno”; quelli che hanno proseguito le loro azioni di resistenza popolare contro la costruzione del Muro di apartheid in vari villaggi della Cisgiordania; quelli che in esilio hanno protestato di fronte alle ambasciate israeliane o hanno organizzato iniziative nelle loro sedi decentralizzate nel mondo; tutte queste componenti eccentriche della costellazione insurrezionale palestinese stanno cercando di saldare le loro forze, i loro percorsi anomali.

Il dibattito sulle pratiche da adottare è costantemente aperto. Al checkpoint di Qalandia, poco fuori da Ramallah, i giovani che dal 15 Marzo hanno occupato la Piazza Al Manara, hanno organizzato una “Marcia su Gerusalemme”, un tentativo di entrare nella “capitale” a loro vietata facendo forza sul checkpoint. Alcuni hanno marciato fino al contatto con i soldati israeliani, che poi hanno risposto con lacrimogeni particolarmente tossici (e alla cui produzione non è possibile risalire, data l’assenza di qualsiasi tipo di etichettatura nelle capsule sparate), con potenti ordigni che una volta scoppiati sprigionano un enorme frastuono e con proiettili di gomma e proiettili veri sparati in aria. Dopo l’inizio della contro-sassaiola palestinese, si sono formati due fronti tra i manifestanti, due pratiche a cui gli israeliani hanno risposto alla stessa maniera: al checkpoint, una parte dei manifestanti ha cercato di opporre resistenza con il proprio corpo, a mani alzate, subendo una pesante repressione; sul retro altri manifestanti hanno risposto all’avanzare di piccoli gruppi di soldati con fitti lanci di pietre a cui ha fatto seguito un contrattacco israeliano che ha fatto oltre 100 feriti. Alcuni potrebbero e vorrebbero leggerci una spaccatura tra un fronte non violento e uno violento, una sorta di vicolo cieco del processo di liberazione. Sicuramente in alcuni dei manifestanti c’è stato un sentirsi distanti: “lanciano pietre e rovinano tutto” e dall’altro lato “cosa pensano di fare di fronte ai soldati armati senza neanche lanciare una pietra”. Ma non è qui il punto. Con o senza pietre quella manifestazione era parte di una costellazione di moti di pressione sull’occupazione coloniale. Da tempo questi moti non si sviluppavano in maniera così sincronica e diffusa.

Il problema non è tanto quello di pietre/non pietre, violenza/non violenza. Certo esiste una spaccatura sulla questione della violenza e della non violenza tra i palestinesi. Una questione enorme e sempre aperta. Il disastro e la sproporzionatezza della Seconda Intifada hanno segnato una lacerazione nell’esperienza della resistenza armata e della lotta di liberazione, e allo stesso tempo spalancato le porte alla costituzione di un nuovo regime di sicurezza che Israele ha subappaltato all’Autorità Nazionale Palestinese. Tutto questo ha generato pratiche che sono sempre meno armate –soprattutto in Cisgiordania, dove la penetrazione dell’esercito israeliano e delle forze di sicurezza palestinesi sono ormai capillari. Ma sembra anche che i movimenti e le forze che costituiscono questa nuova costellazione rivoltosa siano in grado di superare le dicotomie di cui parliamo. Il fatto che né le forze palestinesi che ancora rivendicano il pieno diritto alle resistenza armata, né il “campo interno della pace” (i più convinti sostenitori della soluzione negoziata) siano riusciti o abbiano espresso il desiderio di cooptare le forze sincroniche in campo è abbastanza indicativo a questo proposito. Sia nello scenario “apocalittico” (per molti israeliani) dei rifugiati che hanno premuto alle frontiere, sia negli altri epicentri di pressione sul regime coloniale, sono i corpi “nudi” a confrontarsi con uno degli eserciti più potenti del mondo. Corpi nudi che al massimo hanno risposto con le pietre al fuoco dei cecchini, alle pallottole rivestite di gomma o ai gas soffocanti. Non è forse un caso che le manifestazioni egiziane e tunisine siano prese a modello –molto più della Libia– dai manifestanti.

Il problema nodale resta ancora (per tornare alla domanda di apertura che i palestinesi si pongono) quello della partecipazione, di chi non ha preso e non prende parte a questi moti anomali sincronizzati, continuando a considerare inutile ogni forma di attacco al regime di Israele/Palestina. La “questione numerica” qui – come altrove – ha un peso. A determinarla è proprio quel complesso spazio tra le stelle e il cielo. Sul versante della vita palestinese all’ombra dei subcontratti con il regime coloniale, la domanda di fondo resta: “come mangeremo, come prenderemo i nostri stipendi, come continueremo a vivere se ci rivoltiamo e se proviamo a spezzare le catene”? No pacification, no bread. Qualcuno, inebriato dal sogno di uno Stato a settembre (quando l’Autorità Nazionale Palestinese chiederà il riconoscimento dello Stato di Palestina all’ONU) e dal modello Palestina-Banca Mondiale di Salam Fayad sarà sempre pronto a rispondere: “ci si può liberare anche restando sotto occupazione, basta continuare a costruire strade, ospedali e infrastrutture per il mercato”. Qualcun altro, anche senza magari saperlo, citerà una frase di Fanon: “meglio la fame con dignità che il pane in schiavitù” (il premier di Hamas, dopo che la comunità internazionale ha boicottato le elezioni palestinesi del 2005, aveva citato solo la prima parte di questo aforisma: “possiamo sopravvivere a pane, olio e timo”, dimenticandosi forse della schiavitù e delle vie d’uscita ad essa). Ma una strada è già stata imboccata e potrà solo essere ulteriormente sviluppata alla luce degli accadimenti dei prossimi mesi: “meglio la liberazione, tutti insieme”. La rivolta ha molteplici direzioni e potrebbe anche abbassare il prezzo del pane. Se invece la strada del tutti insieme fallisce, assisteremo all’ennesima riforma coloniale in Palestina (con tanto di primo Stato di bantustan della storia legalmente riconosciuto dall’ONU).


[1] Parte della stampa e i media italiani e internazionali hanno spesso e volentieri “erroneamente” descritto i rifugiati palestinesi che hanno cercato di ritornare nella Palestina storica come burattini del regime di Assad mandati al confine per creare un diversivo dalla repressione interna messa in atto dalle forze governative siriane e dagli apparati di sicurezza.  Questa lettura non prende in considerazione il fatto che quei palestinesi sono stati tra coloro che più hanno pagato e resistito alla repressione di Assad padre (negli anni Ottanta, durante gli attacchi alla struttura organizzativa dell’OLP) e che ora si confrontano con quella di Assad figlio insieme al resto del popolo siriano.

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Una Risposta a Anomalie palestinesi

  1. francesco ha detto:

    Leggendo alcuni spunti apparsi negli ultimi giorni a proposito delle #revolution, mediterranee e non, mi è capitato più volte di pensare a quale fosse oggi il posto della Palestina. Il tuo pezzo centra l’argomento e lo sviluppa a partire da una possibile dialettica.
    Per riprendere le diverse impressioni dei due amici che citi nel pezzo, la Palestina è (storicamente) un modello per gli avvenimenti internazionali oppure è un rimorchio?

    Di sicuro rileggendo le parole di Edward Said del 1992 si è portati a pensare alla Prima Intifada come un modello (sebbene di portata differente) per le rivolte tunisine, egiziane, libiche, yemenite, bahreiniane, siriane…
    “L’Intifada – scriveva Said – ha fornito un modello per la vita politica e sociale del nostro popolo che durerà nel tempo e che si caratterizza per essere relativamente non violento, creativo, coraggioso e sorprendentemente intelligente. Basata su norme di comportamento non coercitive, in netto contrasto con le pratiche usate dagli israeliani contro i palestinesi nei Territori occupati, l’Intifada è ben presto diventata un modello per i movimenti di protesta democratica, non solo in paesi come l’Algeria, la Tunisia e la Giordania, ma anche nell’Europa dell’Est e in parti dell’Asia e dell’Africa. Laddove le truppe israeliane sparavano, picchiavano e maltrattavano i civili, i palestinesi hanno cercato il modo di aggirare gli ostacoli e superare ogni barriera; laddove le autorità civili e militari impedivano il funzionamento delle scuole e delle università, lo svolgersi dei lavori agricoli, i palestinesi hanno improvvisato dei modi alternativi per fare quello che era necessario; laddove le imposizioni di una società ancora patriarcale tenevano le donne in schiavitù, l’Intifada ha dato a queste nuova voce, autorità e potere”.

    E’ come se la lettura del tuo pezzo mettesse in risalto e attualizzasse, a distanza di venti anni, alcuni passaggi, alcune espressioni del testo di Said. In particolare la tua idea di superare la retorica della nonviolenza senza confluire nella lotta armata mi pare riprendere l’idea espressa da Said di un modello “relativamente non violento” poiché “creativo” e allo stesso tempo “coraggioso”, “sorprendentemente intelligente”.
    Mi pare che si possa individuare ben più di un legame tra le forme di lotta “a mani nude” degli ultimi mesi e quanto avvenne in Palestina a partire dalla fine degli anni Ottanta. Ciò che in seguito prese il nome di “Prima Intifada”. Tanto oggi quanto nelle parole di Said, mi pare che la lotta assuma tratti di “relativa non violenza” poiché è innanzitutto una rivendicazione orizzontale di diritti e non una contrapposizione tra stati, fazioni o interessi. Non si contrappone un fronte all’altro, poiché i fronti (ammesso che ne esistano due) sono gia compenetrati. Si afferma piuttosto, “creativamente”, la necessità di un nuovo sistema di diritti e forme di vita.
    E tuttavia restano alcuni punti oscuri in questo tentativo di leggere il presente attraverso i fatti del passato.
    Come tenere insieme, virtuosamente, “creatività” e “coraggio”? Come valorizzare le differenze – rigenerare modelli e forme di vita – nella necessità di coesione interna richiesta dalla lotta? (Su questo punto mi pare che la tua risposta sia identificabile nel concetto di “costellazione” come modello operativo delle pratiche di resistenza). Come relativizzare, infine, la violenza? Non sarebbe forse manichea una visione che tendesse a identificare nella Prima Intifada “il modello” e nella seconda “l’antimodello” per eccellenza?

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