L’idea di comunismo

Enrico Donaggio

Tutto è / tremendo ma non ancora irrimediabile

Franco Fortini

Democratici sinceri o perplessi, guardiani della rivoluzione di destra e sinistra, grandi e piccoli inquisitori paiono avere tutti in tasca la medesima foto di famiglia della tribù occidentale: la perturbante stilizzazione del nostro gusto di vivere profetizzata da Tocqueville quasi due secoli orsono. L’homo democraticus come «ultimo uomo», la meschinità piccolo-borghese come tratto antropologico globale. Nulla di grande per cui lottare e morire, piaceri volgari da consumare ad libitum. Con i dannati della terra che, invece di far saltare il banco, cercano in ogni modo un’inclusione entro i confini blindati di un regime di apartheid planetario. Fine della storia sazia e felice, dove ogni anelito di riconoscimento, giustizia e uguaglianza si perverte in umiliante omologazione di massa.

Di fronte alla diagnosi del presente oggi più in voga, la nostra reazione non è molto diversa da quella su cui il dottor Bernard Mandeville esercitò l’arte del paradosso. Il quadro indigna l’amor proprio e la sensibilità morale, ma l’applicazione intransigente dei princìpi virtuosi che animano il nostro sdegno comporterebbe la fine di una condizione a cui, in fondo, non siamo disposti a rinunciare. È il circolo vizioso del benessere capitalistico: ne godiamo, lo accresciamo con i nostri comportamenti quotidiani, sognando al contempo quel mondo più giusto che ne decreterebbe il tracollo. «Vivere nell’agio senza grandi vizi, è un’inutile utopia nella nostra testa», sentenzia l’autore della Favola delle api, un trattato di schizofrenia sociale che ha fatto scuola tra critici e apologeti del modo oggi dominante di esistere e produrre.

Una sindrome di impotenza morbida e frustrante segna la consapevolezza diffusa dei cittadini occidentali. Da un lato il disgusto, la rabbia e l’indignazione per una miseria strutturale sembrano ogni giorno toccare l’apice; dall’altro un cuscinetto di benessere, uno strato di comfort materiale e spirituale che non si consuma mai del tutto, risparmiando un contatto troppo acido e dolente con la realtà. Quest’ultimo fissa il prezzo che non si è disposti a pagare, la candela per cui il gioco della politica sembra non valere più. Quel che non siamo facilmente disposti a perdere o rischiare, in vista di qualcosa di meglio di quanto indigna e intossica la coscienza. E quindi pazientiamo – sopportiamo dolore nel tempo, sperando che passi – e, in misura significativa, riusciamo anche a essere felici. Con un atteggiamento che non è solo passiva rassegnazione o ebete adattamento, ma anche realizzazione parziale del desiderio di un mondo diverso.

Il comunismo ambisce da sempre a sciogliere questo paradosso, prospettandosi come alternativa più grande e desiderabile, più autentica e seducente alla felicità degli ultimi uomini, intesa come tramonto della politica e trionfo di una servitù volontaria e confortevole. Alla sua base, quale assunto di valore antitetico, non negoziabile, c’è il convincimento espresso in alcuni versi di Brecht: «Schiavi ti libereranno./ Nessuno o tutti – o tutto o niente./ Non ci si può salvare da sé». Questa fede arma un arsenale teorico-politico, una batteria di concetti, narrazioni e strategie che consentono di indirizzare il risentimento e la pazienza degli esclusi. Diversamente dosati, sono questi gli ingredienti che hanno a lungo impedito che una miseria gravida di ragioni ammutolisse in mestizia solitaria, per esplodere in rivoluzione: un luogo comune di umanità, il lavoro o qualunque altra trasformazione di sé e del mondo da cui tralucesse una grandezza creatrice e solidale, umiliata da uno sfruttamento ingiusto ma riscattabile; le parole per dire quello spregio, per svelarne i meccanismi, nominare i responsabili: la ricchezza e la povertà come ingiustizia strutturale, come scandalo, non come destino meritato o banale norma di funzionamento del sistema; un racconto o un’immagine del mondo che assegnasse agli ultimi un destino da protagonisti in una storia più grande di quella dell’autoconservazione.

Negli ultimi decenni ha avuto luogo una rimozione pressoché totale – pianificata o inconsapevole – di ogni elemento di comunismo dalla percezione diffusa della nostra realtà. Verità intollerabili, un tempo rivoluzionarie, vengono oggi assimilate come inerti ovvietà o residua stravaganza di un manipolo di disadattati. Si tratta di un processo di riconquista dell’egemonia da parte d’immagini del mondo e valori concorrenti avviato ben prima del 1989. Una metamorfosi del senso comune – della ragione come del sentimento – che non accenna a interrompersi nemmeno con l’infuriare di una crisi globale che, almeno secondo Jacques Rancière, avrebbe sancito il «fallimento della grande utopia capitalistica»; senza per altro scatenare alcun ritorno di fiamma rossa da parte degli umiliati e offesi del pianeta.

Un ripensamento dell’«ipotesi comunista» deve collocarsi nello scenario di questa guerra di lunga durata. Gli interventi sul tema apparsi sulla rivista saggiano la nostra capacità di concepire e praticare ancora un’alternativa radicale e più felice al capitalismo come modo dominante di produrre ed esistere. Due le strategie degli autori: dimostrare che l’idea di comunismo possiede ancora una dimensione di irrinunciabilità (quel che Alain Badiou, in termini enfatici, definisce un elemento di «verità») e un’altrettanto cruciale dimensione di desiderabilità («con quali forze soggettive si pretende di costruire questo comunismo?», si chiede Rancière).

A contatto con la diagnosi epocale oggi più in voga il comunismo palesa infatti un duplice volto. Da un lato è leva critica efficace, istanza di rettifica plausibile della nostra forma di vita e della rappresentazione ideologica del suo significato. Dall’altro, in quanto confutazione della felicità disponibile, è testimonianza e conversione onerosa; un salto nel buio rischioso senza una qualche forma di sostegno e garanzia.

Esaminiamo il primo aspetto. Diversi sono gli argomenti per difendere la tesi che una qualche idea di comunismo costituisca – malgrado ogni tentativo di messa al bando – un elemento non emendabile dell’orizzonte di senso degli individui e delle società di ogni tempo, quindi anche del nostro. Si può invocare la platonica eternità delle sue «invarianti» (giustizia egualitaria, terrore disciplinante, volontarismo politico e fiducia nel popolo), come fa Žižek sposando la posizione di Badiou. Ma anche appellarsi – da un’angolatura più sensibile alle ossessioni dell’anima che della mente – a quel «ricatto della trascendenza» laicamente celebrato da George Steiner. Al postulato che nella storia si diano promesse di realizzazione essenziale più grandi del singolo, aspirazioni esemplari a una felicità condivisa che, per quanto mai avveratesi compiutamente, non possono venire abbandonate, pena la rinuncia alla nostra umanità: malgrado tutto «l’ideale rimane profondamente desiderabile, non possiamo respingerlo poiché ne riconosciamo appieno il supremo valore». Oppure – chiamando infedelmente in causa Hans Blumenberg, il meno comunista dei filosofi oggi degni di considerazione – intendere quell’ipotesi come una «metafora assoluta» dell’emancipazione universale: l’uscita dalla caverna. Un’immagine (non un’idea) in cui si cristallizzano, prima di qualsiasi forma di elaborazione concettuale, le aspettative fondamentali nei riguardi del significato del nostro agire. Uno sguardo sul mondo che, una volta ancora, non si può accecare impunemente.

Se ne può concludere che una riproposta, attraverso equivalenti funzionali all’altezza dei tempi, delle prestazioni di senso di cui il comunismo è stato capace, rappresenta un compito arduo, ma forse non impossibile. Ne risulterebbe una descrizione alternativa del significato del nostro vivere insieme, un nuovo senso comune capace di riattivare giacimenti di passione e speranza ora diversamente sfruttati, ma non prosciugati. A questo punto, però, riguardo alle vie da seguire e al prezzo da pagare, si pone la questione della desiderabilità di un’utopia quanto mai esigente.

Il ricorso sleale a dei versi tenta di cogliere il cuore del problema:

Forse il tempo del sangue ritornerà. / Uomini ci sono che debbono essere uccisi. / Padri che debbono essere derisi. / Luoghi da profanare bestemmie da proferire / incendi da fissare delitti da benedire. / Ma più c’è da tornare ad un’altra pazienza / alla feroce scienza degli oggetti alla coerenza / nei dilemmi che abbiamo creduto oltrepassare. / Al partito che bisogna prendere e fare. / Cercare i nostri eguali osare riconoscerli / lasciare che ci giudichino guidarli essere guidati / con loro volere il bene fare con loro il male / e il bene la realtà servire negare mutare.

La poesia di Franco Fortini costituisce un esame di affiliazione politica (di «incorporazione» o «soggettivazione» della verità, direbbe Badiou). Fissa una linea di condotta ipermorale, un’intransigenza a futuro vantaggio di tutti, ma non per tutti. Comunista è, almeno sino a oggi, chi è disposto a farsi carico dei misteri dolorosi e gioiosi della passione politica qui lucidamente scandita: dare senso e giustizia a una violenza necessaria, trasformandola da catastrofe in redenzione e licenza di uccidere; tener testa, senza disperare, al disgusto opaco per una realtà che sconforta; non salvarsi da soli, in nome di una felice e incolume eccezionalità, ma educarsi reciprocamente, in una pedagogia emancipativa che, secondo la notevole intuizione di Ranciére, non conosce asimmetrie di competenza.

Difficile immaginare moltitudini di individui che oggi, pur con infinite ragioni e interessi per farlo, si sottoporrebbero in buona fede a un esame tanto severo, nella speranza di rivoluzionare se stessi e il mondo. Una cosa però è chiara: il futuro dell’ipotesi comunista dipende, in larghissima misura, anche da uno scontro tra promesse di felicità concorrenti.

Da un lato c’è la felicità delle api di Mandeville, tre secoli dopo: il comunismo in un uomo solo. Ogni consumatore, isolato nella lotta per il benessere, adempie in forma atomizzata e mercificata il sogno di realizzare in toto il potenziale di espressività del genere umano. Esonerato, tra l’altro, dall’obbligo di raggiungere inarrivabili vette di eccellenza nelle poliedriche manifestazioni di sé. In questo sgravio dalle responsabilità nei riguardi del resto del mondo, unito a un’indulgenza assolutoria verso la propria imperfezione morale, si cela la fonte di fascino e profitto di questo tipo di eudaimonia.

Dall’altra una felicità comunista tutta da inventare. Una prospettiva oggi colonizzata dall’immaginario capitalistico, con una perversione che la disinnesca evocandola di continuo. Stretta in una morsa tra un’utopia esigente ed elitaria – il comunismo dei santi, evocato da Fortini – e l’utopia del benessere osceno. Al tratto virtuoso del pensiero dell’emancipazione – privare la vita del suo destino di umiliazione, additando una dimensione di ulteriorità nobilitante – occorrerebbe insomma aggiungere un elemento non tanto edificante, quanto entusiasmante. E, soprattutto, una politica e delle istituzioni che sorreggano e incoraggino un desiderio così oneroso da perseguire da soli.

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Una Risposta a Il comunismo come verità e seduzione

  1. […] Un bell’articolo del filosofo Enrico Donaggio, da Alfabeta. […]

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