Carlo Formenti

Nessuna regola costituzionale può impedire che una democrazia si converta in regime autoritario. Nessun soggetto istituzionale super partes (Corti costituzionali, Presidenti, sovrani) ha mai impedito l’ascesa del duce di turno: non ne furono capaci né lo vollero – fra gli altri – Vittorio Emanuele III e Hinderburg. Ecco perché ritengo impraticabile la soluzione ventilata da Asor Rosa, il quale, su un numero del «manifesto» di qualche settimana fa, ha auspicato la possibilità di porre fine al regime berlusconiano attraverso un imprecisato intervento dall’alto, cui spetterebbe il compito di proclamare una sorta di schmittiano «Stato di eccezione». Impraticabile ma non, come si è sproloquiato da destra e da sinistra, «sovversiva»: in primo luogo perché un processo sovversivo è già in atto da tempo, poi perché il discorso di Asor Rosa pecca, semmai, di moderazione.

Premetto che, a mio parere, la democrazia – non solo in Italia – è finita da un pezzo, ma non credo che ciò significhi che assisteremo di nuovo ad arresti di massa, campi di concentramento e altri orrori di novecentesca memoria. È vero che la logica del regime richiede da un lato l’emarginazione di giornalisti, giudici e professori «comunisti» (qualifica attribuita a chiunque manifesti il proprio dissenso), dall’altro lato la manipolazione delle regole del gioco e la corruzione sistematica per rendere impossibile ogni forma di alternanza; tuttavia, in un’era caratterizzata dalla governance e dal soft power, è improbabile che si arrivi all’eliminazione fisica dei nemici: basta neutralizzarli. Gli unici a vedersi negare anche i più elementari diritti civili saranno – già sono – i migranti, eletti a capro espiatorio della frustrazione e della rabbia delle popolazioni autoctone immiserite dalla crisi.

Ho appena affermato che la sovversione è in atto da tempo, quindi mi tocca precisare da quando. Il suo inizio coincide con quella che chiamano «rivoluzione liberale», ma che andrebbe piuttosto definita controrivoluzione liberista. Parliamo cioè, degli anni Ottanta del secolo scorso, allorché i governi Tatcher e Reagan avviarono la campagna di annientamento del potere contrattuale dei lavoratori inglesi e americani – campagna poi estesa al resto del mondo occidentale ed esportata – dopo il crollo del Muro di Berlino – nei paesi dell’Europa orientale. Deregulation dei mercati finanziari, smantellamento del welfare attraverso tagli alla spesa pubblica e privatizzazione dei servizi, attacco frontale ai sindacati e alle altre istituzioni politiche delle classi subalterne hanno provocato gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti: drammatica crescita delle differenze di reddito fra ricchi e poveri, accelerazione del ciclo economico con rapido alternarsi di boom e crisi, concentrazioni monopolistiche, crescita dei profitti e crollo dei salari e dei livelli occupazionali. Il tutto con la piena collaborazione delle sinistre: vedi le politiche fiscali delle amministrazioni democratiche negli Stati Uniti (ancora più solerti di quelle repubblicane nel tagliare le tasse ai ricchi e nel venire in soccorso del capitale finanziario nei momenti di crisi) o le privatizzazioni promosse dal New Labour di Tony Blair in Inghilterra.

Liquidato il compromesso fra capitale e lavoro, fondato sulle politiche keynesiane di ridistribuzione della ricchezza a opera dello Stato nazione, la controrivoluzione è entrata nella seconda fase, che mira a «riformare» la politica per renderla funzionale agli interessi di un mercato globale unificato, dominato da imprese e agenzie economiche transnazionali. La riforma consiste nell’instaurazione di regimi locali postdemocratici, in cui la «democrazia» si riduce a variante postmoderna di quella ottocentesca democrazia liberale che prevedeva il diritto (limitato) di voto quale unica forma di partecipazione politica delle masse popolari. Un diritto svuotato di senso a mano a mano che i processi di mediatizzazione, spettacolarizzazione e personalizzazione della politica, il potere soverchiante delle lobby e l’integrazione fra élite politiche ed economiche (ben incarnata dal caso Berlusconi) privatizzano la sfera pubblica e riducono il cittadino a consumatore/spettatore.

Ecco perché è sbagliato analizzare il regime berlusconiano in base alle sue presunte «anomalie», concentrando l’attenzione sul carattere grottesco del personaggio e del suo variopinto seguito. Berlusconi è una variante locale di una strategia globale: il suo attacco a Scuola e Università pubbliche fa il paio con quello del governo conservatore in Inghilterra, e le motivazioni ideologiche contano meno di quelle economiche: l’epoca della scolarizzazione di massa volge al termine perché oggi le multinazionali possono soddisfare le proprie esigenze di arruolamento di knowledge workers a basso costo nei paesi in via di sviluppo. La sua indulgenza nei confronti del localismo xenofobo e razzista della Lega è condivisa da altri governi europei di destra, a partire da quelli di alcune civilissime svizzere nordiche. Infine la sua insofferenza nei confronti degli organi di garanzia e del principio di separazione fra i poteri trova riscontro in altri paesi occidentali, preda di analoghe derive populiste e plebiscitarie. Questo rende meno grave il pericolo denunciato da Asor Rosa? Ovviamente no. È indubbio che la situazione italiana è particolarmente seria e che la postdemocrazia italiana si avvia a somigliare alle pseudodemocrazie postsovietiche: dalla Russia di Putin, alla Polonia dei gemelli Kaczynski, all’Ungheria dell’ultraconservatore Orban. Ma proprio per questo occorre immaginare forme di resistenza più efficaci dell’appello a un improbabile deus ex machina istituzionale, anche se Asor Rosa sostiene che la sua uscita disperata è motivata, da un lato, dalla debolezza dell’opposizione di sinistra, dall’altro, dal rischio che eventuali appelli alla mobilitazione di massa suscitino velleità avventuriste.

Definire debole l’opposizione di sinistra è eufemistico. Oggi, in Italia, esiste forse ancora un’opposizione, ma non è di sinistra. Per rendersene conto, basta leggere la stampa radicale angloamericana (penso al «Guardian» o allo «Huffington Post»), la quale, benché scevra da influenze marxiste, analizza senza peli sulla lingua il conflitto sociale in quanto lotta di classe: repubblicani e conservatori vengono descritti come comitati d’affari del capitale finanziario, espressioni dirette delle lobby che ne ispirano le politiche; Obama viene ferocemente criticato per i suoi compromessi in materia di politica fiscale e tagli al welfare e incalzato perché mantenga le promesse elettorali; si calcola quante persone moriranno a causa dei tagli del governo Cameron alla sanità pubblica; si invoca il ritorno di politiche keynesiane per tutelare gli interessi di una middle class in via di estinzione, denunciando il folle tentativo di fronteggiare una crisi provocata dal fallimento del mercato somministrando al malato massicce dosi del farmaco che ne ha provocato la malattia. In Italia l’opposizione di centro – l’unica che conti – spalleggiata da una Confindustria che comincia a pentirsi dell’appoggio offerto a Berlusconi, accusa il governo di non percorrere coerentemente la strada della «rivoluzione liberale» (c’è addirittura chi arriva ad accusare il ministro Tremonti di «socialismo») mentre l’opposizione «di sinistra», terrorizzata dalla possibilità di essere accusata di nostalgie veteromarxiste, si muove a rimorchio, offrendo alleanza alle forze che esaltano Marchionne, il manager che ha importato in Italia le strategie antisindacali made in Usa. Quanto ai resti della sinistra radicale, che pure hanno il merito di tenere in piedi un minimo di attenzione nei confronti delle classi subordinate, sembrano incapaci di immaginare progetti che vadano al di là della costruzione di alleanze elettorali «alternative». Per farla breve, e per utilizzare la formula coniata qualche anno fa da Marco Revelli, nel nostro paese la competizione politica non si svolge fra una destra e una sinistra, bensì fra due destre.

Nessuna speranza? No, se guardiamo solo al quadro istituzionale; sì se spostiamo l’attenzione sulla società civile. La resistenza alla controrivoluzione liberista sta crescendo in tutto il mondo: dalle lotte degli operai cinesi della Toyota e della Foxconn, alla mobilitazione del popolo francese contro la riforma delle pensioni del governo Sarkozy, alla rivolta degli studenti inglesi contro l’aumento delle tasse universitarie decretato dal governo Cameron, alle insurrezioni che stanno cambiando la geografia politica dell’Africa del Nord e del Medio Oriente, alla ripresa della lotta globale contro il nucleare dopo la catastrofe delle centrali giapponesi. E in Italia? Anche da noi non mancano i segnali di risveglio. Conclusa la stagione no global – con la selvaggia repressione di Genova 2001– e dopo una lunga fase di stasi, abbiamo assistito alle lotte di studenti e precari contro la riforma Gelmini, al rifiuto Fiom di siglare la pace sociale imposta dagli accordi fra padroni e sindacati corporativi, alle mobilitazioni spontanee del popolo viola e delle donne contro il governo Berlusconi. L’elenco potrebbe proseguire, ma è più importante sottolineare ciò che accomuna, al di là delle differenze, queste esperienze di lotta: si tratta perlopiù di movimenti autoorganizzati che sfruttano la rete come strumento di propaganda e mobilitazione.

Chiarisco due cose: non credo alle «rivoluzioni di twitter», né alla capacità dei movimenti sociali spontanei di innescare cambiamenti strutturali in assenza di leadership politica. La rete non è di per sé rivoluzionaria né democratica: la sua colonizzazione commerciale da parte delle Internet Company e la sua normalizzazione politica da parte dei governi è un fatto compiuto. E la rete non è uno strumento «neutro»: il software è un vettore di egemonia culturale delle classi dominanti non meno efficace dei tradizionali media broadcast. Ciò non impedisce ai movimenti di utilizzare i social media come inedito, potente terreno di crescita e aggregazione. Internet non ha «provocato» gli scioperi in Cina o le rivolte in Nordafrica, ma ha agito da catalizzatore di energie latenti pronte a esplodere, come la rabbia delle masse giovanili scolarizzate ma private dell’opportunità di trovare lavori decenti e di partecipare delle ricchezze accumulate da regimi corrotti e autoritari (per questo le loro esperienze possono fungere da modello agli studenti e ai giovani precari europei, a loro volta vittime del processo di «brasilianizzazione» dell’Occidente descritto da Saskia Sassen). La domanda di democrazia che scaturisce da queste lotte non ha nulla da spartire con la «democrazia» liberale: è richiesta di democrazia diretta, partecipativa e deliberativa, il che rappresenta, paradossalmente, il loro punto di forza e di debolezza al tempo stesso. Forza perché propaga la rivolta con velocità fantastica, debolezza perché non genera continuità organizzativa, tradizione e progetti politici di medio-lungo termine. Ma di fronte alla catastrofe delle sinistre tradizionali, è solo da qui che si può passare per selezionare élite capaci di trasformare in progetto politico lo slogan «Un altro mondo è possibile». E, per tornare a noi, è solo così, e non costruendo alleanze elettorali, che si potrà porre fine al regime berlusconiano.

Infine un appello: facciamola finita con lo spettro degli «anni di piombo», che le due destre evocano ogni volta che si parla di lotta di classe. Anche su questo piano l’insegnamento che arriva dalle rivolte arabe è prezioso: la forma più efficace di resistenza alla controrivoluzione liberista è la disobbedienza civile di massa, non l’insurrezione armata: occupare gli spazi pubblici – piazze, università, luoghi di lavoro – e non mollare fino alla vittoria; oppure fare esodo, non collaborare, sabotare. Per assediare il nemico e indurlo alla capitolazione non è indispensabile vincere le elezioni né dare l’assalto al palazzo.

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11 Risposte a Come resistere al golpe

  1. Ennio Abate ha detto:

    Gentile Carlo Formenti,
    la sua analisi, rispetto a quelle circolanti oggi in Italia, mi pare lucida, onesta e non in preda a paranoie paralizzanti. Ma se Asor Rosa, per disperazione o deformazione professionale, si aspetta un dio che ci salvi dall’alto, anche lei sembra aspettare un dio che ci salvi dal basso.
    Benissimo “imparare” dalla «primavera araba», ma la disobbedienza civile di massa anche lì non riesce ad andare oltre un certo livello e non si vede nessuna vera selezione di « élite capaci di trasformare in progetto politico lo slogan «un altro mondo è possibile»» (o altro slogan più aderente ai bisogni reali di quei paesi).
    Qui in Italia poi le pare d’intravvedere ancora «due destre» come faceva Revelli negli anni Novanta nell’omogeneizzato ceto politico nazionale? E si può parlare (mitizzando) di «lotta di classe» per certe fragili forme di «disobbedienza civile (di massa?)»?
    Infine, mi sa indicare qualche luogo in cui procede decentemente la indispensabile (concordo) selezione delle « élite capaci di trasformare in progetto politico» le resistenze non finte ma realmente esistenti?
    La ringrazio di un’eventuale risposta alle mie domande.
    Ennio Abate

    • carlo formenti ha detto:

      Nessun dio dal basso. Sono il primo ad affermare che senza un salto di qualità in termini di progetto politico e di capacità organizzativa gli attuali livelli di resistenza sono insufficienti (soprattutto in Italia). Ciò non toglie che occorre saper riconoscere la lotta di classe anche quando ssume forme embrionali (altrimenti si resta in attesa di improbabili epifanie antagoniste, e questo sì significherebbe mitizzare). Alla domanda sulle due destre rispondo sì: la formula di Revelli è oggi, se possibile, ancora più attuale di quanto non fosse negli anni Novanta. Infine credo che esistano molti luoghi (dai movimenti di precari e studenti, alle nuove lotte operaie, alle esperienze – limitate quanto si vuole – di disobbedienza civile citate nellarticolo) di selezione di nuove élite: i soggetti più attivi e intelligenti non tarderanno a misurare i limiti di quanto stanno facendo e a capire che si può fare di più e di meglio.

  2. saskia sassen ha detto:

    un analisis excelente…seria bueno tenerlo en ingles! saskia sassen

    • alberto rossini ha detto:

      L’analisi è molto interessante e finalmente va oltre i luoghi comuni che si leggono sulla stampa italiana, senza alcuna grande differenza. Senza neppure menzionare la TV pubblica o privata che sia. La stessa rete non offre molto. E’ giusto guardare fuori dall’ Italia per capire cosa sta accadendo e vederlo in una visione più ampia rispetto alla fenomenologia berlusconiana. Tuttavia non mi pare che esistano in modo significativo aree di vera contrapposizione, di lotta al neo liberismo. Mi sembrano più movimenti di rassegnazione di massa, come nel caso degli studenti e dei giovani marginalizzati e senza futuro. L’altro punto che va approfondito è quanto è avvenuto nel nord Africa. Mi chiedo se sia un movimento dal basso o una preordinata manovra dei ceti sociali più alti stanchi di stare furi dal mondo occidentale. Ne è sintomo lo schierarsi delle elite militari.
      Insomma si tratta di capire se c’è un barlume di prova di opposizione o siamo ancora dentro una delle due destre.
      Vedremo..

      • carlo formenti ha detto:

        Il termine movimenti di rassegnazione di massa evoca l’immagine di una processione di penitenti medioevali…A parte le battute, credo che il quoziente di rabbia di una middle class sottoposta a feroci processi di proletarizzazione stia crescendo in un tutto il mondo occidentale (vedi indignati spagnoli). L’effetto della brasilianizzazione del’occidente comincia a farsi sentire e potrebbe (il condizionale è d’obbligo, visto che abbiamo finito da un pezzo di crogiolarci nell’illusoria attesa del compimento di presunte necessità storiche) saldarsi con le lotte dei paesi emergenti. Non credo che le lotte arabe e nordafricane siano manovrate da élite militari o altro (che indubbiamente faranno di tutto – e in assenza di alternative riusciranno – a riprendere il controllo). Uscire dalle due destre non sarà processo facile, rapido né indolore. Per il momento accontentiamoci di questi primi, significativi segnali. Ma non limitiamoci a vedere come andrà; cerchiamo, per quanto è possibile a ognuno di noi, di fare in modo che le cose vadano in una certa direzione piuttosto che in un’altra.

  3. gigi capastìna ha detto:

    @ Ennio Abate (quote): “indispensabile … selezione delle « élite capaci di trasformare in progetto politico» le resistenze non finte ma realmente esistenti?”

    Iiiih che ppall’!
    Naturalmente il sig. Abate ambirà a far parte del “selezionatore”, quand’anche, au meme temp, del “selezionato”.
    Chi giudicherà il giudice?
    Capire che la “Storia” passa necessariamente attraverso la propria “storia” personale, è così difficile?

  4. andrea inglese ha detto:

    Formenti scrive:
    “Ecco perché è sbagliato analizzare il regime berlusconiano in base alle sue presunte «anomalie», concentrando l’attenzione sul carattere grottesco del personaggio e del suo variopinto seguito. Berlusconi è una variante locale di una strategia globale: il suo attacco a Scuola e Università pubbliche fa il paio con quello del governo conservatore in Inghilterra”

    Questo mi pare un punto fondamentale per due motivi. Vi è una destra più per bene, poco distinguibile da una certa sinistra dell’efficenza, anch’essa per bene, che sembra lamentare sopratutto il populismo berlusconiano, la sua volgarità, il suo disprezzo per il cerimoniale politico liberal-democratico, e denunciano l’inefficenza del suo governo, incapace in realtà di fare una vera politica delle “riforme”, leggi “riduzione drastica della spesa pubblica”. In questo modo, si isola il caso Berlusconi dal contesto europeo (la strategia neo-liberista), o addirittura coma accadeva ancora qualche tempo fa, si pensa alle istituzioni europe come baluardo progressista contro gli scivolamenti nazionali.

    Quanto alle anomalie italiane, credo che esistano. E che abbiano radice diversa che dalla riscossa neo-liberista iniziata in USA e in Gran Bretagna con gli anni Ottanta: alludo alla presenza del Vaticano e al peso della Chiesa cattolica in Italia, e alla presenza, nel nostro paes, di quattro della maggiori organizzazione di tipo mafioso del mondo.

    Ogni forma di neo-liberismo dovrà, in ogni caso, venire a compromessi, in Italia, con queste due anomalie, come per altro Berlusconi ha fatto.

  5. Ennio Abate ha detto:

    @ Carlo Formenti
    Grazie della risposta. Mi restano i dubbi che sintetizzo così:

    1. Qualcuno, in questi tristi giorni di guerra in Libia contro l’ennesimo Hitler, si ricorda che fine ha fatto il movimento per la pace, che ai tempi della prima guerra in Irak nel 1990 fu pomposamente promosso a “a seconda potenza mondiale”? Non è che toccherà una sorta simile alla “primavera araba”?

    2. Etichettare i vaghi fermenti sociali oggi presenti in Italia e dolosamente enfatizzati dai mass media (non certo per sostenerli, ma per “drogarli”) con il mitico termine di «lotta di classe», che ha avuto un preciso significato storico-sociale otto-novecentesco, oggi divenuto molto incerto, mi pare un abbellimento un po’ augurale (e passi!), un po’ nostalgico (scuoto la testa), ma insidioso. Come minimo un mettere il carro davanti ai buoi.

    3. La categoria «due destre» di Revelli mi fa pensare a un vano tentativo di rattoppare il binomio classico ( e soporifero) destra-sinistra, che fa acque da tutte le parti. Anche in questo caso sento nostalgia, pigrizia, incertezza nel guardare quel che si va preparando, specie a livello mondiale.

    4. I molti luoghi dove i partecipanti (quanti?) ai “movimenti” discutono, si riconoscono, litigano , si chiariscono, serviranno forse a molti giovani a “farsi le ossa”. Ma poi? Quando «i soggetti più attivi e intelligenti non tarderanno a misurare i limiti di quanto stanno facendo», dove potranno guardare? È stato raso al suolo un edificio culturale secolare capace di sostenere con concetti non campati in aria la volontà di ribellarsi di chi ha buoni motivi per farlo. Oggi si è ridotti ad alludervi eufemisticamente col termine americanizzante di “disobbedienza civile di massa”. La tradizione socialista-comunista, quella che per Fortini perseguiva la «Grande Causa» è stata svenduta. Le «nostre verità» da proteggere (sempre secondo Fortini) non sono state protette. Resto convinto che«il meglio» non s’improvvisa e non viene da solo. E che niente garantisce che venga fuori dai “movimenti”. Ma il discorso sarebbe lungo e chiudo.

    @ gigi capastìna
    Uno che scrive: «la “Storia” passa necessariamente attraverso la propria “storia” personale» avrebbe bisogno di studiare un po’ di storia (e di filosofia) almeno per eliminare le virgolette alle parole, indice d’insicurezza nell’uso di tali concetti.

    • gigi capastìna ha detto:

      Ma a lei interessano le mie insicucurezze, le virgolette o i concetti?
      O forse era più comodo una, di fatto, non risposta, alla domanda che ponevo. Ma già… lei forse si ritiene far parte di quell'”elite” che dovrebbe “selezionare” e che non può né deve abbassarsi a concionare con chi, diversamente da lei, ovviamente, poco ne sa e di “Storia” e di “Filosofia”. Ma “gavte la nata”, suggerirei, giusto per contraccambiare il consiglio.

  6. Erminia ha detto:

    Non voglio insistere con il pessimismo che giá questo articolo rivela e che condivido. Come lo scetticismo che la stessa definizione di comunismo suscita agli interessati, fa ricordare quando Blair definiva il mercato e la globalizzazione la nuova democrazia…. appunto le 2 destre. Oppure? Ti strumentalizzano anche quando pacificamente occupi protestando, ti neutralizzano attraverso i media… Purtroppo di anomalie globali ce ne sono molte altre e non solo quelle tipicamente Italiane (Vaticano, mafie e populismo). Temo che l’hegheliana fine della storia e dell’idealismo sia oltre le porte. Ci sono mine vaganti come i genocidi in tutta l’Africa e non solo quella del nord, le lobbying corporative e religiose, il costo reale e umanitario delle materie prime e dei minerali per la tecnologia e la crisi demografica mondiale senza vere politiche (siamo in 7 miliardi). Potrei continuare ma la scontata complessitá richiede le virtú dei santi buddisti per sopportare questa erosione dell’etica e della giustizia sociale. Forse bisognerebbe davvero imitare i santi e cominciando dalla nostra localitá ricreare una nuova forma di consapevolezza politica nella gente in catatonia o psicosi coatta per eccesso di narcisismo e ignoranza. Lavoro da psicanalisti della politica alla Zizek….e comunque servirebbe ridefinire il concetto di opposizione e di critica: serve un nuovo modo di usare il linguaggio politico e multimediale.

  7. augusto gughi vegezzi ha detto:

    Ho pubblicato un anno fa’ questo articolo su Micromega, nel silenzio generale. Penso possa ampliare il dibattito, che mi pare angusto e improduttivo.
    Giù le mani dal’68. Contro la gerontocrazia onnifaga
    Un teorema socio-politico oggi emergente mette a fuoco e stigmatizza la perversione dell’attuale casta di vegliardi evergreen che, attaccata al potere e alla vita come una cozza allo scoglio, domina il paese fagocitandone gran parte delle risorse e lo condanna al declino, peggiorando le condizioni dei ceti medi, restringendo le fasce del lavoro garantito, lagerizzando i giovani tra i venti e i quarant’anni, espropriati di presente e futuro, circa tre milioni tra esclusi dal lavoro, esuberi, rinunciatari e precari, oggi inerti, divisi e subornati.
    Focalizziamoci su questi estremi della piramide sociale. Il vertice di ricchi giovanilisti che monopolizzano potere e denaro e cercano di assicurarsi una giovinezza artificiale senza scadenza e questa base di paria, un Lumpen Proletariat avvilito e sfruttato. Balza agli occhi la baldanza euforica e aggressiva della casta dei vegliardi e la mesta e rassegnata passività dei giovani. I primi, per ingordigia saturnina e illusioni d’immortalità, aborrono da meccanismi di trapasso generazionale. Nessun fermento di opposizione e rivolta sembra serpeggiare tra questi umiliati e oppressi. Anche le fasce sociali intermedie, tutte penalizzate dalla bulimia della casta dominante, mentre registrano cadute significative di status e guadagni, non reagiscono, ma si adattano e rassegnano.
    La società è una giungla in cui la lotta per la sopravvivenza assume le forme di lotta per l’autoaffermazione attraverso l’apparire, in particolare nei mass media, sulla tv trash. Gli scopi dell’apparire, il denaro, il successo, il potere. Machiavelli, sconosciuto a quasi tutti, ha uno smodato seguito grazie al mantra: il fine giustifica i mezzi. Pure Nietzsche viene plagiato: dio è morto, mortissimo, sostituito da superstizioni popolari: crocefissi d’oro, cadaveri di beati, madonne di cartapesta, lenzuola, corni, giaculatorie, segni tribali, talismani etnici etc. Ogni tendenza a socialità, solidarietà e aggregazione per contro è bandita. I valori morali ed etici sono ridotti a formule pubbliche e icone vuote, soppiantati dal familismo più cinico e dall’egoismo più sbracato.
    In sintesi. Salvo per la casta saturnina dei vegliardi onnifagi, il disagio sociale ed economico appare palpabile e crescente ma disgregato dalla convergenza ossimorica di individualismo edonistico, per cui ciascuno persegue il principio del piacere immediato e l’interesse egoistico e si contrappone agonisticamente a ciascun altro, e familismo cinico, che compatta i Narcisi in un’impudente solidarietà parentale. Chi si appella all’etica, all’onestà, all’amore lo fa per ingannare e sfruttare meglio.
    Un po’ di storia
    La responsabilità dell’attuale degenerazione del sistema Italia viene fatta risalire da critici sprovveduti o nostalgici alla generazione del ’68, vista come unita e compatta, una moltitudine di giovani assatanati e infantilmente rivoluzionari. Di quella generazione, in realtà, partecipò alla Contestazione al massimo un 20%. contando i veri credenti e i seguaci passivi. Il resto fu indifferente o si schierò contro più una frazione fascista ferocemente antagonista e aggressiva.
    Il fenomeno del ricambio generazionale è antico come l’umanità e in sostanza si manifestò con i meccanismi e riti di cooptazione patriarcali trasmessi dalla civiltà del pane alla civiltà industriale. Nel corso del ‘900 in Italia si presentò tre volte in forme traumatiche, conflittuali e violente, da inquadrare nelle accelerate trasformazioni della società di massa.
    Il regime fascista
    Nel 1922 più di centomila giovani della nuova generazione, insofferenti di fronte alla crisi politica e sociale che paralizzava il Paese, marciò in armi su Roma e gettò le basi del nefasto regime fascista, cooptata dai Poteri costituiti e dal Capitale agrario e industriale, che cedettero il governo del Paese garantendosi vent’anni di dominio economico e sociale incontrastato. Essi vinsero perché trovarono le porte spalancate, perfino la gratitudine della casta dominante. Il risultato fu tragico: vent’anni di dittatura, una modernizzazione a senso unico, la soppressione delle libertà politiche e civili, la pesecuzione di ogni dissenso, la corruzione ideologica dei cittadini ridotti a sudditi, due guerre, una coloniale e l’altra mondiale, una sconfitta totale, con la devastazione del paese, mezzo milione di morti, la guerra civile, sofferenze inenarrabili.
    La Liberazione ingessata
    Il riscatto venne grazie a una successiva generazione, a una sua minoranza. Nel ’43-’45, dopo l’eclissi dello stato con la resa agli alleati, al Sud, e ai nazisti al Nord, si sviluppò il movimento di Liberazione grazie a centomila giovani che seppero prendere nelle proprie mani il destino e realizzare l’impossibile (ring a bell?), cioè costruire dal nulla un esercito di volontari decisi a rischiare la morte, battersi e liberare l’Italia da tedeschi e fascisti per ricostruirla su basi nuove, libere e democratiche. Il M. L. N. costituì poi il fattore propulsivo e il mito fondatore di una coalizione di forze adulte, questi sì veri Padri, che gettarono le basi della Costituzione e della Repubblica italiana. Le speranze di liberazione dei giovani del ’45, in realtà, trovarono solo un’accoglienza parziale e formale. Il blocco di potere che vinse le elezioni nel ’48 neutralizzò la Costituzione come un’utopia di principi non nomativi e ne rimandò per decenni la realizzazione. Confermò invece la continuità dello status quo, cioè una continuità del fascismo. Senza i fascisti? Balle. I partigiani, vincitori, finirono congedati quando non perseguitati dai veri vincitori (dal blocco delle destre, che reintegrò parte dei vinti fascisti), e privati perfino del loro logo autentico: la Liberazione, dinamica, aggressiva e innovatrice, depotenziata e imbalsamata come Resistenza, passiva, difensiva e conservatrice.
    La nuova Liberazione
    Nel ‘68 una minoranza di giovani, formatisi nel decennio del boom economico e infiammata dalle promesse di democrazia liberale ed egualitaria della Liberazione e della Costituzione, con tutta la forza vitale dell’età si rivolta e innesca la Contestazione. La rivendicazione del diritto di esprimersi trova forza nella valorizzazione dell’io, un io cosciente e responsabile, in opposizione alla passiva accettazione del destino e dei ruoli prescritti e preconfezionati dalla società patriarcale. I giovani vogliono far valere le loro esigenze, emozioni e idee, vogliono nuove forme di vita, di comunità, di convivenza. E vogliono, tutti insieme, tutto e subito. In gergo freudiano: l’Io si auto-afferma in coniugazione e dialettica con gli altri Io e sullo stimolo degli impulsi vitali (Libido) in un processo comunitario che rifiuta le imposizioni socio-culturali (Super-Io).
    Ciò che distingue i giovani del ’68 è il volontarismo e il protagonismo nella lotta per la liberazione dal patriarcato autoritario. ‘Non credo si possa parlare di rivoluzione compiuta … [piuttosto] di rivoluzione simbolica. … Oggi, [il 3 maggio 1968, a Parigi] è la parola a essere stata liberata. In tal modo si afferma, feroce, irreprimibile, un nuovo diritto, venuto a coincidere con il diritto di essere un uomo e non più un cliente destinato al consumo o uno strumento utile all’organizzazione anonima della società. … Qua tutti hanno diritto di parlare.’ Michel de Certau
    E’ il ’68 una lunga ricreazione, uno sfrenato carnevale, un ininterrotto orgasmo: libero sesso in libera scuola? La caduta di tanti totem e tabù certo induce all’affrancamento dalle autorità arbitrarie e repressive di scuola, stato, padroni, polizia, famiglia, chiesa e alla rivendicazione di vivere liberamente l’amore, il sesso, insomma l la propria. Fragili David si ribellano a giganteschi Golia perché vogliono costruire e, prima, devono liberarsi e distruggere.
    La trasformazione
    Negli anni ’68-‘78 inizia in Italia il tramonto dell’egemonia patriarcale, autoritaria, gerarchica sulla società, una società della diseguaglianza tra nobili, borghesi, proletari, del padre-padrone, del padrone delle ferriere, del burocrate despota, del matrimonio indissolubile con annesso libertinaggio maschile, dell’inferiorità femminile, dell’autorità come arbitrio, delle convenzioni e dei galatei come norme, dell’aborto clandestino, del divorzio via uxoricidio etc. Il movimento del ’68, fondamentalmente anti-autoritario, funziona come catalizzatore dei processi, assai più ampi, di libertà ed eguaglianza che hanno riconosciuto la centralità dell’essere umano e della sua responsabilità personale e i suoi diritti fondamentali di cittadinanza, misconosciuti nella società pre-sessantottina. Tali processi hanno portato
    1. sul piano sociale a una sostanziale eguaglianza di dignità e diritti tra tutti i cittadini, al diritto di divorzio, dell’interruzione di gravidanza, allo Statuto dei lavoratori che garantisce ai lavoratori sindacati, assemblee, consigli, corsi di studio, ai diritti dei giovani all’autodeterminazione e allo studio, all’emancipazione sessuale, alla parità delle donne, all’elaborazione femminista della diversità di genere, alla liberalizzazione degli accessi universitari, all’abolizione dei manicomi-carceri, al nuovo diritto di famiglia, al Sistema sanitario nazionale;
    2. sul piano culturale all’obsolescenza del principio di autorità nelle molte varianti patriarcali, stataliste, accademiche, religiose etc., all’elaborazione di una scienza, una giustizia, un’informazione, critiche e consapevoli delle distorsioni degli interessi di classe e corporativi, ad una revisione delle tecniche e delle logiche della formazione in senso scientifico, democratico e partecipato;
    3. sul piano politico al superamento del regime post-fascista con un’attuazione della Costituzione che avvii il riconoscimento dei diritti di cittadinanza di tutti, corrodendo il monopolio del potere di oligarchie, gerarchie e burocrazie.
    Un’ elite nascente di giovani impegnati si batte per un’alternativa democratica ed egualitaria. Il Potere lo capisce e la stronca con tutti i mezzi.
    Evoluzione e repressione: ’69-’78
    Come nel teatro globale in cui si diffonde, anche nel teatro italiano, la Contestazione, che in origine ha caratteristiche di spontaneità, originalità e creatività, subisce l’emergere di leader che si circondano di quadri e riciclano ideologie della tradizione leninista, stalinista, maoista. Il movimento si frantuma tra Lotta continua, Movimento studentesco, Avanguardia operaia, Servire il popolo, che inquinano l’originario spirito di ricerca e invenzione.
    D’altra parte, i Padri, cioè i poteri costituiti, di fronte all’espandersi della Contestazione, non osano schiacciarla, come fa De Gaulle in Francia. Non capiscono però quest’occasione imperdibile di rinnovamento offerta dal nuovo soggetto politico, dai migliori tra i loro Figli, che cercano e creano una nuova coscienza sociale e assumono responsabilità nel costruire un futuro libero e democratico, lo stato dei cittadini, la compiuta realizzazione della Costituzione. Alla fine, tra i Padri prevale la razza padrona degli interessi e degli affari, della politica degli scambi e del mercato delle vacche, delle consociazioni segrete e palesi, delle burocrazie avide, degli egoismi spudorati, delle collusioni con le mafie, dei veti incrociati, dei sottopoteri feudali. Ring a bell? A qualcuno viene in mente la casta di oggi?
    Il Potere, morbido, criptico, insidioso all’italiana, sceglie tattiche di logoramento, alternando lievi concessioni e repressioni poliziesche, mentre accadono orrendi attentati che allarmano l’opinione pubblica, già preoccupata da estremismi e violenze. Sono anni e anni tremendi di lotte palesi e trame occulte, di oscure stragi, di pesanti repressioni. L’onda del ’68 viene smorzata, divisa, dispersa con una guerra di logoramento. Le speranze avvizziscono e si spengono. I giovani, disillusi e scoraggiati, si ritrovano invecchiati, perseguitati, senza mestiere, senza futuro. E’ la diaspora, il riflusso. Pochi estremisti, già estranei allo spirito del ’68 e infiltrati da servizi segreti passano alla lotta armata, dando il colpo di grazia a ogni residua speranza.
    Post hoc aut/et propter hoc?
    Una beffa della storia. Nei decenni del lungo abbrivo dopo il ’68 –‘78, un anno che ne durò dieci,’ la società italiana realizza molte rivendicazioni e proposte della Contestazione, ma nelle forme stravolte e mistificate della società narciso-consum-mass-mediatica.
    Anche contro il ’68 la regola aurea del trasformismo italiano ha prevalso: ‘Cambiare tutto per non cambiare niente’.
    La liquidazione del ’68 non fu consumata prevalentemente dal miserabile Potere espressione del corpaccio del nostro pur magnifico Paese. Non solo, per dire, dal miserabile Divo Giulio. Fu il Potere internazionale, soprattutto Usa, che negli anni ’70 avviò il
    post-fordismo, la destrutturazione della classe operaia, la ristrutturazione mondiale della divisione sociale del lavoro, la riorganizzazione tecnologica delle forme produttive, la manipolazione e riscossione del consenso sociale con i mass media di disinformazione, l’industria culturale, l’utopia del consumismo, la globalizzazione.
    In Italia, studenti e operai scandivano insieme Potere studentesco e Potere operaio senza sapere che il loro coro era il canto cigno del fordismo, il cui tramonto condannava anche loro all’obsolescenza. Paradossalmente, mentre essi, insieme, lottavano per la Liberazione democratica ed egualitaria, il nano-Egolatra, inconscio micro agente del nuovo World Plan, poneva le basi del suo impero finanziario e della sua influenza politica con le sue tv spazzatura, colle quali iniziava la manipolazione e disinformazione di massa, la sistematica corruzione culturale e l’imbarbarimento consumistico del Paese, trasformando i cittadini in consumatori, clienti e sudditi etero-diretti, in Narcisi egolatri e antagonisti, ognuno lupo di ogni altro nella generale scellerata disgregazione della comunità sociale. Ciò gli valse il plauso e la complicità dei Padri, che finirono anch’essi contaminati dalla subcultura trash dell’edonismo berlusconiano. Ora tutti insieme nella casta di vegliardi giovanilisti dominano la società consum- narcisistica –postindustriale e accumulano ferocemente tutte le risorse, come Zamparò. Solo la morte, tenacemente differita, li costringerà a lasciare il potere ma esclusivamente ai loro rampolli.
    Una società ingessata?
    Benché alcuni dei loro capetti si ritrovino oggi inquadrati nella Geriarchia , i sessantottini sconfitti sopravvivono in sonno e ancora e sempre sono impegnati per la Liberazione, anche quella che attendono dalla nuova generazione, la tragica sottocasta, il Lumpen Proletariat dei giovani senza lavoro o precari, divisi, sfruttati e privati della vita oggi e in futuro. Un enorme potenziale di riscossa arde negli animi di questa gioventù sacrificata, lacerati da sofferenza, disinganno, collera, disperazione, odio. I meccanismi manipolati
    della dinamica sociale e della manipolazione del consenso ne bloccano e soffocano ogni espressione antagonista. Congiurano contro anche corporativismo, familismo, narcisismo, darwinismo sociale, consumismo etc.
    Quante salvezze e promesse di felicità offerte dalla comunicazione disinformativa del marketing economico e politico: all’individui, uomini e donne più agguerriti, belli e allineati.
    Quell’armata Brancaleone, che comprende tre milioni di esclusi dal lavoro, esuberi e giovani rinunciatari, tra cui risaltano i giovani precarizzati, tutti oggi inerti perché divisi e subornati, in futuro può diventare un blocco sociale antagonista? Si tratta di una variante post-moderna della classe già in sé rivoluzionaria, che sta maturando e diventando per sé, coscientemente, rivoluzionaria? No.
    Se, malgrado tutto, quel potenziale crescente divampasse ed esplodesse, che succederebbe?
    Io ho un sogno.
    No, non ho un sogno.
    Beh, fingo di avere un sogno.
    Questi nostri giovani biologicamente col tempo crescono e diventano adulti, aumentano anche i loro istinti di sopravvivenza e riproduzione, i loro bisogni libidici e le loro fantasie parentali, coiscono e figliano, costituiscono famiglie, vedono crescere con i figli i bisogni e la miseria, mentre la casta dei vegliardi accumula anni, ricchezze e lussi, esasperando il loro avvilimento e sfruttamento. La loro rabbia trabocca, inventano un mito fondante e insorgono. Un tremenda jacquerie spazza la casta dei vegliardi ingordi e cannibali.
    Dopo…
    Ho finto un sogno e mi ritrovo un incubo.
    Alla guida del paese s’insediano i più ambiziosi dei Call Center, degli addetti all’archiviazione, dei temporanei delle Poste, dei manovali della logistica, distribuzione, pubblicità, fast food etc.
    La prima rivolta possibile del secondo millennio
    Forse un’analisi più articolata scopre altre fragilità e crepe che incrinano la compattezza della piramide. Vi sono focolari di dissenso e di rottura, frange e categorie che potrebbero convergere con la massa dei giovani Lumpen, conferendo alla loro rivolta il valore aggiunto di competenze scientifiche e tecniche. Le forze propulsive cruciali che oggi promuovono e conducono il sistema sociale sono quelle del know how, dell’intelligenza scientifica e strumentale, della scienza-tecnologia, sono gli operatori dei centri di ricerca di Matematica, Fisica, Chimica, Medicina, Ingegneria, Elettronica, quelli delle Scienze antropologiche e sociali, quelli dell’Industria e del Terziario. Certo i super scienziati e super tecnologi, i baroni di tutti i settori sono parte integrante della casta dominante di vegliardi cannibali, ma solo grazie allo sfruttamento di centinaia di migliaia di giovani scienziati, specialisti e tecnici in vari modi da loro utilizzati e subornati, che nei centri di ricerca e produzione lavorano, indagano, sperimentano, inventano, insomma detengono il potere di gestire il sistema con bassi stipendi e scarse prospettive. La Geriarchia li sfrutta, li esclude ed estorce loro il plus-potere. Essi accettano questa estorsione e la subalternità, allettati dal mito di una cooptazione nell’olimpo saturnino e/o illusi dall’utopia meritocratica, senza ma perdente contro il cinismo familistico dei geriarchi. Queste frustrazioni sono destinate a nutrire un’enorme potenzialità di lotta e cambiamento. In Italia la dittatura della Geriarchia giovanilistica si pretende immortale, coopta esclusivamente i propri rampolli e lacché, relega alla sopravvivenza un’intera generazione e blocca l’ascesa delle vere forze produttive. Se le frustrazioni e la rabbia di queste ultime s’incontreranno con le mortificazioni e la collera dei giovani lagerizzati, scoccherà l’ora della riscossa democratica ed egualitaria.

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