Augusto Graziani

Il consumatore e il produttore al centro, come chiave di spiegazione del sistema economico: i miti e le ideologie dell'analisi tradizionale, oggi in grande auge, e fondamenti del modello contrapposto, che va dai classici a Keynes e Schumpeter. [Da "Materia prima", supplemento a Il manifesto 14/09/ 2000 pp. 13-14]

Come ogni campo di studio, anche la scienza economica si presenta come disciplina a molte facce: una base teorica, cui si aggiunge la storia delle idee economiche, la storia dei fatti economici del passato, lo studio dei fenomeni reali di oggi (economia agraria, industriale, urbana, territoriale, e via dicendo). Il primo quesito è dunque in quale misura tanta varietà di studi deve essere contenuta in un corso universitario di Economia; quesito più che giustificato, dal momento che in molti casi un corso di Economia (annuale in alcune Facoltà, biennale in altre) può restare l'unico insegnamento impartito allo studente nel corso dei suoi studi.

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Una Risposta a Il dominio della microeconomia

  1. Pietro ha detto:

    Vorrei fare una provocazione: se l’economia poggia sulla microeconomia, ossia una scienza che fa partire le sue analisi dai bisogni del consumatore (sempre merci) e dalla domanda (di chi se li può acquistare), allora è solo una scienza aziendale.
    Potrei concepire (e lo fa, sotto sotto, anche la Marcegaglia) che il reddito nazionale è dato dalla somma dei profitti lordi: gli imprenditori devono pagare le retribuzioni a coloro che hanno lavorato per loro e pagare il capitale a chi glielo ha anticipato: profitto salari interessi. Però, più o meno nascosta c’è l’idea che il reddito nazionale e la ricchezza di una collettività dipendano per intero dai profitti degli imprenditori . Pagando retribuzioni troppo alte e interessi da “rentier” ne va del prodotto nazionale. E se questa ricchezza non viene acquistata? Ricordiamoci che si parla solo di merci. Altro problema (del “rentier” questa volta): perché anticipare il capitale ad un imprenditore quando l’ interesse ( inteso come differenza tra quello hai pagato e quello che ricavi) sul mercato borsistico è cinque volte maggiore? E il rischio è basso se riesci a confezionare un buon prodotto finanziario rivendibile. Punti di vista tutti comprensibilissimi ma…
    Va bene che tutte le scienze riflettono le società nelle quali sono elaborate però, mi chiedo se, una disciplina legata a doppio filo al mondo imprenditoriale, il cui scopo determinante è diventato il panegirico di una determinata società, ha il diritto di chiamarsi ancora scienza.
    Contesto perciò l’articolo: il vero spartiacque non è tra neoclassici e neokeynesiani: è la teoria del valore. Il mondo accademico però sente odore di eresia e di ostracismo in queste parole e, così liquida la teoria del valore scrivendo che le sue conclusioni non portano da nessuna parte e, il suo studio era già in crisi con Ricardo e Marx . Ma forse gli economisti di oggi preferiscono l’eleganza dell’integrale di Itō e i modelli GARCH, come quelli dell’ottocento gli equilibri di Walras. E questo quando va bene: altrimenti quando non si ha dimestichezza con i processi stocastici ( sempre stazionari per carità), ci sono le conferenze e gli articoli sulle riviste e sui giornali.
    E le crisi ricorrono: viene da pensare che la matematica serve per dare credibilità a delle idee che altrimenti sarebbero utili ad un negoziante.
    Nel secolo scorso economisti come Sraffa e Kalecki ci hanno provato. E’ forse difficile riprovarci ancora anche costo di sbagliare? E’ ora di partire da nuove ipotesi e nuovi paradigmi di pensiero. Il lavoro dell’ intellettuale è un lavoro faticoso sia singolarmente sia in equipe soprattutto nella scienza economica dove per trovare idee veramente nuove bisogna andare controcorrente. Per dare dignità ad una scienza che all’inizio aveva come scopo l’indagine sulle origini e le cause della ricchezza in una collettività.

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