Alberto Burgio

Diverse in ciascun paese, le rivolte arabe hanno tra loro molto in comune. Sono insurrezioni per la democrazia. Con le nostre categorie e i nostri pregiudizi stentiamo a comprendere. Immaginiamo paesi arretrati e popolazioni incolte. Ci saremmo attesi moti suscitati dalla miseria, facili da sedare con qualche elemosina. Non è stato così. La povertà c’entra, esasperata dalla disoccupazione e dall’aumento dei prezzi dei generi alimentari provocato dalle speculazioni di borsa. In paesi nei quali la spesa per il cibo è quasi la metà dei consumi (in Italia, anche in tempi di crisi, è sotto il 20%) il triplicarsi del prezzo della farina e dell’olio non è uno scherzo. Ma la collera popolare si è levata soprattutto per la negazione dei diritti di libertà. Si è trattato (si tratta) di una grande insurrezione laica antiautoritaria, di una sfida a oligarchie patriarcali e corrotte che opprimono le società. Ne sono protagonisti (per noi inaspettati) le donne e i giovani, che in questa parte del mondo sono la stragrande maggioranza della popolazione. Gente istruita, abituata a internet e ai telefoni satellitari (formidabili strumenti di organizzazione della protesta). Gente non più disposta a farsi scippare la vita e a viverla per procura, contemplando da lontano i fasti dell’Occidente. Gente che ha finalmente smesso di avere paura e che per questo incute paura. Ci si domanda quando e dove l’onda d’urto si fermerà. Se investirà l’Iran e l’Arabia saudita, cuore del sistema geopolitico del petrolio: l’Arabia che arma le repressioni nello Yemen, nel Bahrein, in Siria; l’Arabia che pompa il greggio che la Libia in guerra non esporta (la carota) e che minaccia, in caso di crisi della monarchia, barili a 200 o 300 dollari (il bastone).

Già, la Libia: è anche lì la stessa cosa? Lo è stata, in partenza. Nemmeno in Libia c’era libertà. Banditi i sindacati, cancellati i partiti, il dissenso era brutalmente represso. Lo stesso Gheddafi ha ammesso il fallimento del Libro Verde e del suo sogno rousseauiano. Anche in Libia, dapprincipio, il vento della libertà ha scatenato la rivolta. Un vento così forte da scuotere una società ricca. Da quelle parti se la passavano male i villaggi rurali e gli immigrati dal Sud (Niger, Ciad, Sudan) e dal Maghreb, ma nelle città e in Tripolitania si stava bene. Anche in Libia la storia della rivolta è cominciata nel segno della democrazia. Poi sappiamo com’è andata a finire. Ben presto è stato l’inferno. La primavera ha ceduto il passo alla guerra. L’intervento aereo di Francia e Inghilterra e poi della Nato ha precipitato la Libia nell’incubo vissuto in questi anni dall’Iraq e dalla Jugoslavia. Perché? Perché non è andata come in Tunisia e in Egitto? Non bastano a spiegarlo l’ostinazione del raìs e la sua capacità di resistere, figlia essa stessa del suo fallimento politico. La Libia non è diventata uno Stato nazionale, è rimasta una confederazione di tribù in conflitto tra loro. Gheddafi non è mai stato riconosciuto dalle tribù del Gebel, della Cirenaica e della Senussia. Perciò si è dotato di una milizia personale, moderna e fedele, con la quale ha cercato di schiacciare la rivolta al suo nascere. Ma anche nello Yemen e nel Bahrein i tiranni tiranneggiano e massacrano i ribelli: perché altrove l’Occidente democratico sta a guardare e qui invece fa la guerra?

Si dice: per dare l’esempio e ricordare a tutto il «mondo arabo» che una corda tirata può spezzarsi. Ma perché proprio in Libia? In qualche modo debbono entrarci il petrolio e il metano. La Libia è – come l’Iraq – un forziere di energia. Prima della guerra i pozzi pompavano un milione e mezzo di barili al giorno (pare che sottoterra ce ne siano 45 miliardi) e la Sirte è un gigantesco giacimento di gas. Si dice: ma la Libia esportava già metano e petrolio ed era già in affari con le grandi compagnie occidentali, oltre che ben radicata nella finanza (banche e imprese di mezzo mondo). Probabilmente non si considerano gli effetti della crisi economica mondiale. Rispetto al 2008 i ricavi dalle esportazioni si erano ridotti del 40%. Gheddafi non riusciva più a onorare gli accordi con i capi delle tribù ostili. La guerra civile è cominciata qui, prima che nelle rivolte per la democrazia. E non è escluso che si concluda con la secessione delle regioni più ricche di materie prime. Del resto, la musica era cambiata anche per i «volenterosi». Le compagnie cercano nuovi sbocchi agli enormi profitti tratti dall’aumento del prezzo del petrolio. Gli inglesi (Bp) debbono sloggiare dal Golfo del Messico che hanno devastato. I francesi (Total) non stanno nella pelle pregustando i vantaggi che deriveranno loro dalla catastrofe di Fukushima. Obama, ammesso che sua sponte non si sarebbe mosso, non poteva certo chiamarsi fuori. Dall’intesa coi capi dei rivoltosi (e dalla divisione della Libia) ci sarà molto da guadagnare, compresa la possibilità di decidere dello sviluppo altrui. Peggio per chi mugugna (la Germania e la Cina, la Russia, l’India e il Brasile). Ma chi guida i rivoltosi? È interessante: alla testa del Consiglio nazionale transitorio di Bengasi c’è metà del vecchio governo di Gheddafi, a cominciare dal suo ministro della Giustizia, non propriamente uno stinco di santo. Mustafa Abdel-Jalil (così si chiama) ha subito chiarito: sarà «eterna riconoscenza» per chi ora sostiene la guerra dei ribelli. In volgare: petrolio a buon prezzo e guerra senza quartiere contro i migranti «clandestini» domani in cambio di raid aerei e armi oggi. Chi si intende di Afghanistan (Tariq Ali) commenta: «Un altro Karzai è in cammino».

Anche l’Italia si è arruolata, del resto ormai chi fa più caso alla Costituzione? Non serve nemmeno cambiarla, tanto la si vìola senza problemi, con l’autorevole avallo di chi dovrebbe presidiarla. Basta sbattere i pugni sul tavolo assicurando che «non siamo in guerra» perché il discorso si chiuda. O quasi. Il governo non ha fatto l’unica cosa giusta che doveva (e l’unica rispettosa della Carta dell’Onu): sostenere l’iniziativa diplomatica dei paesi latinoamericani per l’interposizione e una soluzione negoziale. La si è invece ridicolizzata pur di partire per una nuova «guerra umanitaria» a suon di missili all’uranio impoverito. Una nuova guerra celeste che non rade al suolo soltanto le città libiche. Distrugge anche l’Europa, generando al suo interno contrasti politici senza precedenti. E colpisce in particolare l’Italia, che importa dalla Libia un terzo della propria energia (petrolio e gas) e che con la Libia intrattiene importanti rapporti di cooperazione economica. È un film già visto al tempo dei Balcani, compreso il fatto che anche in questo caso torniamo coi bombardieri sui luoghi di nostri atroci crimini. Chissà perché, celebrando i 150 anni dell’Italia unita, non abbiamo ricordato le glorie dell’Impero. Eppure si è trattato di un’esaltante avventura! In Libia, per consolidare le fragili conquiste di Giolitti, Mussolini spedisce una flotta aerea di prima scelta. Tra il 1924 e il 1929 gli aerei italiani sganciano decine di migliaia di bombe incendiarie e 43.000 tonnellate di bombe all’iprite. Lasciamo sul terreno desertificato almeno centomila morti. Il gas (proibito dalla convenzione di Ginevra) avvelena un numero imprecisato di civili. Deportiamo i ribelli, allestiamo (prima della Germania nazista) campi di concentramento, compiamo per rappresaglia eccidi indiscriminati, sterminiamo interi villaggi. Anche solo per il ricordo di tanta gloria avremmo dovuto astenerci da una guerra che ci restituisce il ruolo del carnefice.

Ma la responsabilità non è tutta del governo. L’intero parlamento italiano ha voluto la guerra. L’opposizione avrebbe fatto solo prima e di più, allineandosi agli interventisti democratici che – da Clinton ai Verdi tedeschi e francesi – ovunque spingono affinché la Nato armi gli insorti, scenda sul terreno e faccia fuori Gheddafi. Sopra tutti Massimo D’Alema si è infervorato, come sempre gli capita quando si tratta di «guerre umanitarie». Ha persino fatto «autocritica» per aver voluto, due anni fa, che il Pd votasse il Trattato italo-libico contro i «clandestini» (non per il Trattato in sé – che anche i capi degli insorti riconoscono – ma per il contraente). È la sua prima autocritica in 25 anni non esaltanti, e dio solo sa quanto gli è costata.

Veniamo, infine, proprio ai «clandestini». Dalla Libia ne sono giunti ancora pochi, più numerosi sono partiti dalla Tunisia. Molti sono in fondo al mare, assieme ai 12.000 morti annegati nel Mediterraneo da quando, vent’anni fa, è cominciata questa nuova odissea. Quanti ce l’hanno fatta (circa 20.000) hanno trovato ad attenderli discariche e filo spinato. E le «umanitarie» polizie europee mobilitate per respingerli. Non ci si stupisca: non c’è un metodo migliore per dissuadere i partenti e persuadere gli allarmati cittadini. Per la Lega di Bossi («föra d’i ball!»), come per il Front National dei Le Pen e i neonazisti tedeschi, è tutto «grasso che cola». Ma nuovamente: non è in gioco solo la destra con la sua costitutiva inciviltà. Scagli la prima pietra chi in questo lungo periodo si è davvero battuto contro la chiusura delle frontiere europee e per lo sviluppo condiviso dell’intera regione mediterranea. Eppure sin dalla fine degli anni Ottanta era a tutti evidente la portata storica delle migrazioni. Si è preferito competere sul breve, sulle risposte emergenziali, inevitabilmente reazionarie. La destra ha giocato in casa, la cosiddetta sinistra ha tradito se stessa. Senza, peraltro, trarne alcun vantaggio.

Ma l’ultima parola non è detta. Comunque vada, la grande migrazione non si arresterà. Anzi, sarà ben presto un fiume in piena. Le rivolte vittoriose diffonderanno la sete di libertà non meno di quelle represse. Giovani, sprezzanti, questi migranti vedono nel mondo la propria terra. La loro rivolta è contro ogni catena. Molto dipenderà dalla risposta dell’Europa, dalla nostra capacità di battere in noi stessi egoismi e paure. Sta di fatto che il «mondo arabo» è cambiato. Ha rotto lo specchio deformante che l’ha sin qui irretito. E non c’è nulla di idealistico nel dire che una nuova forma dell’autocoscienza permette e impone un salto nella storia.

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