G.B. Zorzoli

Non potrebbe essere più netto il contrasto fra i punti di vista odierni sul nucleare e quelli dominanti nel 1955 alla prima Conferenza di Ginevra delle Nazioni Unite sugli usi pacifici dell’energia nucleare, dove si diffuse un ottimismo acritico sul futuro di questa tecnologia, destinato a durare, anche se con qualche crepa, durante gli anni Sessanta. Paradossalmente, proprio dopo il prima shock petrolifero del 1973, che avrebbe dovuto rafforzarne le prospettive, con la sola eccezione della Francia, che proprio allora vara un massiccio programma nucleare, le prospettive di questa tecnologia entrano in crisi in quasi tutti i paesi, a partire dagli Stati Uniti.

L’opzione energetica che a Ginevra era stata definita così a buon mercato da non valere il costo di un contatore che ne misurasse l’erogazione (too cheap to be metered) si dimostra più cara del previsto a causa dei crescenti investimenti per migliorarne la sicurezza che, oltre a rivelarsi un tallone di Achille economico, nell’immaginario collettivo assume le sembianze del rischio inaccettabile.

Alla crescita e al consolidarsi del fenomeno hanno contribuito non poco gli addetti ai lavori, per anni indifferenti al problema dell’accettazione sociale della tecnologia nucleare, nella convinzione che il dissenso (o il semplice dubbio) fossero essenzialmente «manifestazioni irrazionali». Una cecità diffusa, derivante da un complesso di superiorità, da un’arroganza tecnocratica cui pochi nel settore si sottrassero.

L’opposizione al nucleare ha quindi messo a nudo un vizio proprio di tutte le corporazioni (tecnocratiche, finanziarie, militari ecc.): l’autodifesa – sovente cieca – da «ingerenze» esterne. Ovvero la logica del non disturbare il manovratore.

Poiché quella nucleare è stata la prima tecnologia contestata a livello di massa, l’arroganza e l’ingenuità degli addetti ai lavori emersero con un’evidenza irripetibile in altri settori tecnologici investiti successivamente da forme di protesta e da tentativi di controllo sociale, dove almeno in parte si è fatto tesoro di tale esperienza. Resta però un interrogativo: perché la tecnologia nucleare è stata la prima a essere messa così radicalmente in discussione da contestarne in toto l’utilizzo? Questo, si badi bene, prima ancora dell’incidente di Three Mile Island nel 1979, prima ancora dell’incidente di Chernobyl nel 1986, che hanno semplicemente amplificato ed esteso il dissenso.

Una spiegazione molto riduttiva fa risalire le diffidenze e le opposizioni alla scelta, peraltro obbligata, di contemplare in modo esplicito – e pubblico – la possibilità di incidenti con effetti rilevanti sulle popolazioni. Avere progettato (e realizzato) impianti che ammettevano il rischio di fuoriuscita dal proprio perimetro di sostanze radioattive, rendendo così necessario un piano di emergenza per l’eventuale sgombero della popolazione circostante, anche se presentato come un eccesso di scrupolo finalizzato alla massima protezione della gente, non poteva non indurre timori e remore alla convivenza con insediamenti nucleari. Ne conseguirono pressanti richieste per ulteriori garanzie di sicurezza, che più di una volta misero in luce sottostime della pericolosità di determinate catene di eventi, aumentando ulteriormente diffidenze e paure. Lo stesso esito lo hanno provocato le continue modifiche ai sistemi di sicurezza (o ai criteri di progetto) con l’obiettivo di rendere più affidabile il comportamento degli impianti.

Questo equilibrio precario forse avrebbe retto (non dovunque, però), se i piani di emergenza non fossero mai stati messi in pratica. Circostanza verificatasi tre volte. Non rappresenta attenuante il fatto che nel primo caso (incidente all’impianto americano di Three Mile Island) il piano sia stato attuato per errore; anzi, ciò ha messo in evidenza una disorganizzazione del sistema almeno altrettanto preoccupante e in stridente contrasto con il complesso di superiorità sempre esibito da chi eserciva impianti nucleari o aveva il compito di sorvegliarli. Pochi anni dopo si è verificato l’incidente più grave di tutti a uno dei reattori di Chernobyl.

In entrambi i casi, soprattutto nel secondo, la corporazione nucleare ha scontato duramente un altro errore d’impostazione, non avere mai riconosciuto esplicitamente gli squilibri in termini di cultura tecnologica e di controllo sociale esistenti fra paese a paese, talvolta così marcati da rendere incomparabili la sicurezza e l’affidabilità degli impianti nucleari nelle differenti aree del globo.

Emblematica l’omertà – non si può usare altra parola – sui limiti di sicurezza degli impianti sovietici del tipo Rbmk. Dopo Chernobyl ci sono stati vaghi e sporadici cenni a relazioni riservate in mano all’International Atomic Energy Agency (Iaea) dell’Onu, contenenti critiche a tale tecnologia, ma una persona come il sottoscritto – allora membro del consiglio di amministrazione dell’Enea, ente a quei tempi responsabile della sicurezza nucleare in Italia – prima dell’incidente non ne aveva mai saputo nulla, e anche dopo si dovette accontentare di sussurri e grida.

La reticenza e il ritardo con cui si è informata l’opinione pubblica sul livello effettivo dell’incidente dei reattori di Fukushima, che per gravità si colloca sopra Three Mile Island e sotto Chernobyl, conferma che nel frattempo nulla è cambiato. «A swelling exodus… who has been spurred by a spreading panic caused in part by distrust that the government is telling the full truth about the nuclear accidents and how widespread the danger is», scrive il 17 marzo l’inviato del «New York Times».

Anche nel caso della centrale di Threee Mile Island nessuna autorità americana, prima dell’incidente, aveva eccepito all’affidamento della gestione di ben quattro reattori nucleari a una piccola società (la Metropolitan Edison Company) con competenze tecniche inadeguate, posta in difficoltà ogni qual volta in un’unità dell’impianto si verificavano fuori servizio non programmati. Così alcune manovre, che sarebbe stato più opportuno non eseguire, ma ciò nonostante attuate per non ridurre in misura eccessiva la potenza immessa in rete, innescarono la sequenza di eventi che avrebbero portato all’incidente.

Supponiamo, per ipotesi astratta, che si fosse seguita la strada della trasparenza. Se addirittura si fosse riusciti a bloccarne la costruzione, non avremmo avuto impianti nucleari a Three Mile Island e a Chernobyl. Le opinioni sul nucleare dell’uomo della strada sarebbero state meno negative, senza per questo sciogliere il nodo di fondo, che avrebbe comunque pesato – come piombo – sull’atteggiamento di una parte non piccola dell’opinione pubblica: la necessità di un piano di emergenza che, comunque lo si giustifichi, presuppone una probabilità non nulla di incidente non confinabile all’interno dell’impianto.

Rimuovere un simile nodo avrebbe innanzitutto comportato un’attitudine culturale ben diversa da quella troppo a lungo dominante, tesa a replicare nello sviluppo della tecnologia nucleare i criteri seguiti per altri impianti industriali: elevare per quanto possibile la potenza delle singole unità così da garantire i massimi ritorni economici derivanti dall’effetto di scala; a tal fine accrescere la densità di potenza all’interno del reattore nucleare e puntare su condizioni spinte per l’estrazione del calore dalle barre di uranio. Obiettivi, tutti, nei primi decenni di sviluppo del nucleare perseguiti con zelo degno di miglior causa, col risultato di allontanare sempre di più gli impianti dalle condizioni per cui non sarebbe stato necessario un piano di emergenza.

Non solo. La via prescelta ha aumentato il numero e l’importanza dei sistemi di sicurezza attivi, cioè richiedenti l’azione di meccanismi, di circuiti elettrici ed elettronici e così via. Poiché le sicurezze attive non sono mai affidabili al cento per cento, si è ovviato a questo handicap duplicando o triplicando i sistemi di intervento, oppure affiancando sistemi con caratteristiche diverse (per esempio un comando pneumatico e uno elettromagnetico), col risultato di complicare ulteriormente l’impianto, di renderlo più costoso e difficile da gestire.

Tipica conseguenza di queste anomalie, i reattori PWR, i più diffusi nel mondo, sono rimasti sostanzialmente identici nella loro struttura concettuale al sistema ideato per i sottomarini negli anni Quaranta-Cinquanta. È cresciuto a dismisura il numero di pompe, di valvole e di tubazioni e, naturalmente, la complessità dell’insieme, ma le uniche autentiche innovazioni tecnologiche hanno riguardato da un lato i materiali, in quanto imposte dall’incremento delle prestazioni, dall’altro i sistemi di controllo, la cui crescente complessità ha richiesto nuovi sviluppi nell’interfaccia uomo/macchina, con le inevitabili conseguenze positive (minore dipendenza dall’errore umano) e negative (la dipendenza dagli automatismi in caso di imprevisti impone maggiore «intelligenza» e prontezza decisionale da parte di operatori ai quali l’abitudine di affidarsi alla macchina ha ridotto il tasso di attenzione).

Fermarsi e riesaminare tutto daccapo, come da tempo sostiene una minoranza di addetti ai lavori che propongono lo sviluppo di reattori a sicurezza passiva (cioè senza interventi di sistemi attivi di controllo) sarebbe stata scelta saggia, anche se i più seri fra gli stessi fautori della sicurezza passiva riconoscono che questa non potrà mai essere assoluta.

Viceversa il ricorso a impianti sempre più complessi e complicati (l’EPR, che gli accordi italo-francesi hanno prescelto per i nuovi impianti italiani, ne è l’esempio più clamoroso) ha aggravato la difficoltà a effettuare analisi della sicurezza dei reattori che contemplino tutte le possibili sequenze di eventi; difficoltà messa chiaramente in evidenza dai non molti, ma drammatici incidenti in cui si è avuta fuoriuscita all’esterno dell’impianto di sostanze radioattive. Lo riconosce una persona certo non ostile al nucleare, Stephanie Cook, che dirige il «Nucleare Intelligence Weekly»: «Un reattore nucleare è così enormemente complesso che le sequenze di eventi che potrebbero portare a un incidente sono innumerevoli. Ogni qual volta si è verificato un incidente, è stato provocato da una sequenza di eventi diversa dai casi precedenti». Così sia negli impianti nuovi, sia in quelli in esercizio, dopo un incidente si sono affrontati e tecnicamente risolti gli inconvenienti che l’avevano provocato, complicando ulteriormente gli impianti e restando lo stesso indifesi nei confronti dell’incidente successivo, prodotto da una diversa causa.

Ogni nuovo incidente di elevato livello sembra insomma rendere sempre più plausibile l’ipotesi che la complessità del sistema e delle sue interazioni con l’uomo potrebbero rendere impossibili analisi della sicurezza degli impianti onnicomprensive, non solo per le eccessive variabili tecniche in gioco, ma anche per la potenziale inaffidabilità dei comportamenti umani, fra cui, non ultima, la possibilità di sottostime oppure omissioni nell’analisi dei rischi.

A Three Mile Island l’incidente è stato innescato dalla sbagliata interpretazione del segnale di una spia luminosa da parte di personale poco preparato (per risparmiare sui costi) che forse sarebbero stati messi sull’avviso se i dati di un altro strumento non fossero stati ricoperti improvvidamente da un post-it. Naturalmente in sede di progetto e di analisi dei rischi la possibilità di questa imprudenza non era stata presa in esame, per cui non si è ritenuto opportuno prevedere un segnale acustico (una sirena) per avvertire di anomalie nel funzionamento dell’impianto.

Il fattore economico ha giocato un ruolo importante non solo a Three Mile Island, dove per evitare di vendere meno energia non si è ridotta la potenza del reattore, per di più affidato a personale poco competente, perché sarebbe costato troppo assumerlo maggiormente qualificato o garantire un training adeguato a quello in organico. A Fukushima la Tepco, proprietaria dell’impianto, è stata accusata dalle autorità di avere ritardato l’impiego dell’acqua di mare per raffreddare i reattori nel timore di comprometterne il futuro reimpiego. E, a differenza della piccola Metropolitan Edison Company, Tepco è la principale società elettrica giapponese (molto più grande dell’Enel in Italia).

L’aspetto più sconvolgente dell’incidente di Fukushima, cioè di ben sei reattori nucleari ubicati presso la costa di un oceano contrariamente al suo nome tutt’altro che pacifico, è però averli realizzati con una scrupolosa attenzione al rischio sismico, per contro trascurando le minacce che potevano venire dal mare. Incredibile ma vero, erano del tutto indifesi dallo tsunami. Così le strutture hanno retto benissimo il sisma, ma sono state travolte dall’onda anomala.

Che non un rischio difficile da individuare, ma uno evidente, come lo tsunami, a suo tempo non sia stato preso in considerazione in sede di analisi preliminare della sicurezza, dovrebbe fare riflettere chi cerca di minimizzare la portata dell’incidente sostenendo che quelli di Fukushima sono reattori vecchi (cosa vera) mentre con impianti della terza generazione un incidente del genere non si sarebbe verificato. A parte il fatto che nessun EPR (la tecnologia di terza generazione prevista in Italia) è ancora entrato in funzione, manca insomma la prova del fuoco, rimane comunque senza risposta un interrogativo: non è che nell’analisi dei rischi dei reattori di terza generazione si sono trascurate sorgenti di rischio altrettanto evidenti e preoccupanti?

Oltre tutto chi sostiene tesi del genere, fino all’altro ieri per vantare l’affidabilità degli impianti nucleari sottolineava le decisioni prese in diversi paesi di prolungarne la vita da quarant’anni (proprio quella dei reattori di Fukushima!) a sessanta; provvedimento che subito dopo le prime notizie su Fukushima la Merkel ha revocato, mentre davanti al Congresso americano Gregory Jaczko, presidente della Nuclear Regulatory Commission, ha annunciato la revisione di tutti gli impianti nucleari americani, a partire da quelli californiani di Diablo Canyon e di San Onofre, come a Fukushima ubicati sulla costa presso un faglia, quindi passibili del duplice effetto di un sisma e di uno tsunami. Rischio presente anche sulle coste italiane. Durante il terremoto del 1908, ai morti provocati dalle scosse sismiche e dagli incendi si aggiunsero quelli cagionati da un maremoto di impressionante violenza, con ondate devastanti stimate, a seconda delle località della costa orientale della Sicilia, da 6 a 12 metri. Secondo alcune stime, circa metà degli 80.000 morti a Messina furono provocati da quello che ancora non si chiamava tsunami, ma a tutti gli effetti lo era.

Inoltre a Fukushima, come in Usa, come altrove, è pratica comune ubicare più unità nucleari in uno stesso sito. Una scelta dettata dalla convenienza di sfruttare al massimo un’area per la quale è stata ottenuta la non facile autorizzazione a costruire il nucleare e dai risparmi nei costi di investimento e di esercizio che in tal modo si conseguono. Adesso ci si interroga sul rischio che anche altrove si verifichi l’effetto cascata da un impianto all’altro: di nuovo un’ipotesi finora sottovalutata (o sottaciuta).

Non stupisce quindi che dei 62 reattori attualmente in costruzione nel mondo la maggior parte sia in Asia, di cui 27 in Cina, 5 in India, 5 in Corea, mentre 10 si trovano in Russia e 5 in altri paesi dell’ex blocco sovietico, e solo due in Europa occidentale (uno in Finlandia, un altro in Francia). In altri termini, salvo poche eccezioni, laddove esiste una società civile consapevole oggi è molto difficile ottenere il necessario consenso alla realizzazione di impianti nucleari.

Quanto è successo in Giappone ha comunque imposto una pausa di riflessione a quasi tutti i paesi che avevano in programma la realizzazione di impianti nucleari. Anche Pechino, dopo avere minimizzato per giorni il disastro di Fukushima, ha deciso di sospendere per un anno le autorizzazioni alla costruzione di nuovi reattori.

Quando l’ondata emotiva si sarà affievolita, nel mondo (anche in Italia) si tornerà a parlare di nucleare, ma quasi dovunque avremo a che fare con un rito consolatorio, non dissimile dalla frase di commiato del generale MacArthur dopo la sua defenestrazione dal comando delle truppe americane in Corea:«Old soldiers never die; they just fade away».

Share →

Una Risposta a Fukushima mon amour. Il nucleare non passa la prova del nove

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi