Daniele Salerno – Centro TraMe

«La mia immaginazione si sforzava senza riuscirvi di rappresentarsi i dialoghi non solo nei contenuti ma nelle frasi parola per parola, il tono delle voci, le possibilità dell’uso del discorso nel cuore del terrore. E insieme sentivo la certezza desolata che quei dialoghi non si sarebbero mai più potuti ricostruire, che erano perduti per sempre».

«Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace».

La prima citazione è di Italo Calvino: era il 1978, all’indomani del ritrovamento del corpo di Aldo Moro. La seconda citazione è di Pier Paolo Pasolini: era il 1974, l’anno della strage di Brescia, ancora oggi senza colpevoli per insufficienza di prove. Si tratta di due intellettuali e scrittori profondamente diversi, che di fronte a un elenco di stragi e assassini cercano di ricostruire una narrazione che possa fare a meno di “ciò che non si sa o che si tace”, della prova che continua a essere insufficiente.

Gli anni del terrorismo si definiscono sin da subito come mancanza, buco nero, perdita. Non solo umana. ma cognitiva: “non si sa”. Le vittime non ritornano per raccontarci la verità, dice ancora Calvino, e i carnefici non parlano. E lo Stato continua ancora oggi ad apporre il segreto su molte potenziali prove: a più di trent’anni dalle parole di Pasolini, un timbro costringe quei documenti a tacere.

Non rimane che immaginare. La finzione, libera dall’onere della prova, svolge oggi nella costruzione della memoria di quegli anni una funzione suppletiva rispetto alla giustizia e alla storia, occupandone lo spazio: da Todo Modo di Elio Petri, “memoria anticipata” della morte di Moro, passando per Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo fino all’ultimo L’odore acido di quei giorni di Paolo Grugni.

Eppure, siamo sicuri che le verità sugli anni del terrorismo ci verranno restituite semplicemente facendo parlare “le prove” e liberando i documenti dal segreto di stato? Siamo sicuri che solo così, nelle aule di tribunale e nei processi, si potrà costruire una memoria che possa ottemperare all’onere della prova? Mario Ricciardi, in un editoriale del 17 aprile su Il Riformista, ne dubita: «ci sarebbe da dubitare – dice – sulla capacità dei processi di stabilire versioni condivise dei fatti».

La ragione non è solo contingente – l’insufficienza di prove, per dirla con i giudici di Brescia – ma assume nell’opinione pubblica la forma di una patologica deriva interpretativa, che interviene ogni qualvolta si cerca di narrare gli anni di piombo. In altri termini lo sguardo collettivo che si volta a interrogare quegli anni e ciò che hanno lasciato si muove sulla base di uno stile interpretativo fondato sul sospetto e la diffidenza: è uno sguardo che non riesce a credere a ciò che vede, che diffida di ogni versione dei fatti, anche di quelle – e ce ne sono – ormai attendibili e documentate. Così se domani, come per magia, possedessimo tutti i documenti, le prove e gli indizi sugli eventi che hanno insanguinato quegli anni, mancherebbe ancora un elemento fondamentale per costruire una “versione condivisa dei fatti”: crederci.

Quell’epoca storica è infatti letta e interpretata dall’opinione pubblica italiana postulando un doppio livello: il visibile e l’invisibile, il falso e il vero, l’apparenza e il segreto. Quello dell’invisibile, del vero e del segreto rappresenta il livello profondo implicato in ogni discorso sul terrorismo degli anni Settanta e Ottanta: ogni dichiarazione che abbia come oggetto i fatti terroristici di quegli anni ha come propria cornice e come propria assunzione condivisa di fondo la certezza che “ci sono cose essenziali che non sapremo mai” e che sempre ci impediranno di giungere alla verità. Il livello di ciò che appare ed è noto, di quegli anni, è invece percepito come falsità, messinscena, apparenza: tutto ciò che è quindi inessenziale al fine di costruire una memoria fondata sull’accertamento dei fatti.

Condividiamo così una memoria paradossale, che si tramanda e si costruisce nella forma del segreto e che diventa schermo per proiettare ipotesi, illazioni, ricostruzioni, simulazioni, atmosfere noir, trasmissioni e serie televisive, format narrativi che con la “verità” intrattengono rapporti diversi: dal documentario alla docufiction, dalla “trasmissione d’investigazione” alla fiction. Una serie di deformazioni spesso coerenti e generalizzate del fatto storico che, come diceva Marc Bloch, diventano «lo specchio in cui la “coscienza collettiva” contempla i propri lineamenti», in cui l’immaginazione satura vuoti narrativi, soddisfa e rinnova il paradigma del sospetto e il desiderio di mistero.

È questo il grande deficit che potremmo definire “epistemico” e “fiduciario” nei confronti dell’eredità di quegli anni, ciò che ci impedisce di costruire una memoria che si definisca almeno come legittima, cioè sancita da procedure istituzionali di accertamento di verità storiche o giuridiche. “Verità” che sono sempre contestabili e rivedibili ma che dovrebbero essere, se non condivise, almeno condivisibili.

L’efficacia del rito giudiziario nel dirimere il conflitto e fissare una versione almeno legittima dei fatti poggia su due condizioni: la necessità della prova e la credibilità del soggetto giudicante e sanzionatore. Ciò che sembra mancare, per giungere all’elaborazione di una memoria degli anni del terrorismo nelle arene sociali della giustizia e della storia, non è solo la mancanza della prova, ma soprattutto la modalità epistemica appropriata e il rapporto fiduciario verso quel terzo soggetto che, nel rito giudiziario, si pone tra le parti per dirimere il conflitto, per costruire nella sentenza una versione dei fatti e ripristinare o riparare l’universo valoriale comunitario. È questo terzo soggetto fra le parti – e al di sopra delle parti – che traghetta il rapporto conflittuale tra la dimensione privata “a due” del regolamento dei conti o della vendetta, a quella “a tre” della giustizia, in cui è la comunità a intervenire attraverso i suoi meccanismi istituzionali per porre fine a una situazione di conflitto e scontro.

In questi anni si sono avanzate molte proposte per affrontare ed elaborare il passato del terrorismo. Una di questa è la soluzione sudafricana: la creazione di una Commissione per la Verità e la Riconciliazione all’italiana (una proposta di Giovanni Moro rilanciata dell’ex presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino).

La felicità del rito sudafricano (una felicità momentanea e sempre da riaffermare, come ci ricorda la cronaca politica sudafricana più recente) si fondava proprio sulla presenza di un soggetto terzo che garantiva la costruzione di una memoria collettiva, l’affermarsi di un ideale comunitario e la fondazione di un universo valoriale comune. In quel caso agiva da dimensione terza l’idea di ubuntu, molto vicino all’idea di “humanity” e “comunità umana”, come ci dice Cristina Demaria in Semiotica e memoria. Sotto l’ideale di ubuntu si riuniva la comunità e si mettevano in relazione il resoconto di testimoni, vittime e carnefici. Esistono in Italia le condizioni culturali, e direi quasi antropologiche, che ristabiliscano la dimensione fiduciaria nei confronti di un terzo soggetto e dunque la possibilità di credere a versioni, anche diverse, dei fatti di quegli anni?

In Italia la felicità di un rito che sancisca una memoria che funzioni da «terapeutica del corpo sociale» – come dice sempre Demaria – sarà possibile solo nel momento in cui la dimensione fiduciaria verso il terzo soggetto del rito sarà ristabilita. Si tratta insomma di ricostituire i fondamenti immaginari della comunità nazionale e delle istituzioni, così da ripristinare quella dimensione terza che nella Commissione per la Verità e la Riconciliazione veniva assolta dall’ubuntu. È questa la sfida che spetta alla politica e alla cosiddetta “classe dirigente” nei prossimi anni. Anche se, quasi certamente, non a quella che attualmente ci ritroviamo.

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2 Risposte a Thriller Republic. La memoria degli anni di piombo tra aule giudiziarie e format televisivo

  1. […] «Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace» [continua su Alfabeta2] […]

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