Per usare il linguaggio dei pubblicitari, «alfabeta2» raddoppia. Come avevamo annunciato il mese scorso, non paghi della vita avventurosa – e avventurata – sinora condotta, abbiamo deciso di metterci ulteriormente nei guai con l’inserto di sedici pagine, «alfalibri», che trovate allegato (in parallelo, la paginazione di «alfabeta2» passa da 48 a 40 pagine, con un incremento complessivo della rivista di otto pagine). Accompagnato da immagini dei maggiori fotografi – si parte con Mario Dondero – così come «alfabeta2» presenta i più importanti artisti italiani e stranieri, ogni numero di «alfalibri» propone scritti di alcuni dei nostri migliori autori (Giorgio Falco e Sabrina Ragucci inaugurano in questo primo numero una serie di «testi in luogo», Con gli occhi aperti, presentata a parte nell’inserto) e articoli delle maggiori firme della rivista dedicati alle novità librarie italiane e internazionali, sugli argomenti di cui «alfabeta2» sin dall’inizio si occupa.

Non si tratta di normali «recensioni» – format che sempre più, sugli organi d’informazione cartacei e telematici, mostra i suoi automatismi e le sue genericità – né ovviamente intendiamo schiacciarci sulle proposte, sempre più seriali e massificate, dell’industria editoriale (pare scritto oggi il caveat di Maria Corti, Del metodo per far male le pagine culturali, che sul numero sette abbiamo recuperato da un «alfabeta» del ’79).

Il nostro linguaggio, la nostra capacità di approfondimento, il nostro stile insomma resteranno invariati – così come la pratica intellettuale di collegare, in ciascun intervento, le diverse specifiche «specializzazioni» alle più urgenti occorrenze dell’attualità culturale e politica. Se su «alfabeta2» si parte dal contesto per illustrarlo (a volte) con una sua manifestazione (anche) testuale, su «alfalibri» si segue per così dire il vettore inverso: ogni volta prendendo le mosse da uno o da più libri, per giungere alle dinamiche che i testi colgono, interpretano o di cui sono inconsapevoli sintomi. Anche in questo modo la rivista si attiene alla sua missione di «intervento culturale»: troppo pochi infatti saranno i libri che potremo trattare su «alfalibri» perché si possa parlare di «informazione» in senso lato. Ma proprio grazie a questo vincolo saremo costretti a operare scelte che ci impegnano. Responsabili e, insieme, tendenziose.

Siamo al nono numero, ma è da più di un anno che lavoriamo al progetto di «alfabeta2» – cosicché il rilancio costituito da «alfalibri» (al quale nei prossimi mesi seguiranno, siate avvertiti!, ulteriori sorprese) rappresenta anche l’occasione, se non di un bilancio, di una messa a punto. Un ulteriore stimolo ci proviene in tal senso dal focus di questo numero, Consumo ergo sum, che ci ha proposto e ha curato Massimo Ilardi. La tesi sostenuta dal curatore, e in varia misura condivisa dagli autori dei saggi da lui raccolti, è che a fronte della perdita di centralità sociale del lavoro, della crisi del territorio come bene comune, e di un immaginario che si va facendo sempre meno sociale e sempre più antropologico, sempre meno globale e sempre più locale, sempre meno collettivo e sempre più individuale, sia tempo di individuare nel consumo, appunto, il vero soggetto nuovo materializzatosi nel primo decennio del nuovo secolo. Dal consumo – considerato come stato di necessità fondato dall’intensità del desiderio – non può che passare, secondo Ilardi, la nostra connessione con la realtà: un agire che inesorabilmente spinge a vivere dentro il tempo presente, a esaltare l’individuo e a realizzare una libertà materiale priva di responsabilità e di ogni vincolo astratto e identitario.

Ma chi segue la rivista dall’inizio sa come su «alfabeta2» siano state sostenute tesi che non condividono certo – nelle premesse teoriche e soprattutto nelle conseguenze sul piano politico – una simile diagnosi. Ormai da diversi numeri è per esempio attivo sulle nostre pagine un Osservatorio (come chiamiamo i focus «verticali» o seriali, per distinguerli da quelli che si concentrano su un singolo numero), curato da Marino Badiale e Massimo Bontempelli, sul pensiero della Decrescita: che postula diagnosi diverse e propone soluzioni radicalmente opposte.

In passato, a fronte di una simile compresenza di tesi (e tradizioni di pensiero), non sarebbe certo mancato, alla rivista, il rimprovero di una debolezza di «linea». Ma – a ennesima conferma di quanto mutati siano i tempi – in questa occasione ci è stato mosso il rimprovero esattamente opposto.

Eppure l’impostazione «disorganica» della rivista è stata sin dall’inizio esplicita: nell’editoriale del primo numero si parlava già della prima «alfabeta» come di un «luogo d’incontro» e di una «sintesi»: fra anime diverse, e diversissimi punti di vista, che tutti però concorrono a un discorso d’insieme.

Non di una «linea» si può dunque parlare (e ci mancherebbe, nel 2011). Ma quanto si può e si deve rivendicare è un’identità: quella che ci ostiniamo a definire «di sinistra».

Certo, se si usa il termine – e il concetto – di identità non lo si fa nel senso in cui lo usa la doxa mediatica odierna: in modo cioè esclusivo, escludente, monologico («di destra», insomma). Al contrario piace pensare all’identità – e all’identità di sinistra in particolare, che è sempre stata infinitamente più ricca e multanime di quella di destra (motivo non ultimo, fra l’altro, per cui si preferisce essere appunto di sinistra) – in modo simile a come la intendeva Italo Calvino in un intervento del 1977 (ispirato al seminario condotto qualche anno prima, sul tema, da Claude Lévi-Strauss; ma nella metafora scelta da Calvino si sentono anche echi, forse, d’una celebre interpretazione proustiana di Roland Barthes):

«Una specie di sacco o di tubo in cui vorticano materiali eterogenei cui si può attribuire un’identità separata e a loro volta questi frammenti d’identità sono parte d’identità d’ordine superiore via via sempre più vaste». Un’immagine che, specifica Calvino, «vale per gli individui figuriamoci per le identità di gruppo». Anziché un contenuto, insomma – fisso, rigido, invariabile – un contenitore: «Un fascio di linee divergenti che trovano nell’individuo il punto d’intersezione». Invece di una tinta unita e di un monocromo senza sfumature – il nostro non può che essere un tessuto composito, chiazzato, a patchwork.

Può ben dimostrarlo proprio questo nostro numero. Non c’è in «alfabeta2» una «linea» che opti per la rivalutazione del Consumo o per la strada della Decrescita; c’è un’«identità» interessata a entrambe. Per quanto sia flessibile, però, ogni contenitore – affinché possa svolgere la propria funzione – deve avere dei limiti. Che non sono indefinitamente estendibili. Perché se un’identità politica la si ha, e la si vuole mantenere, non si può che difenderla da chi la vuole stravolgere e, nella sostanza, contraddire e negare. È quello che si è sempre fatto, piaccia o meno, su giornali e riviste «di sinistra».

Ed è infatti quanto «alfabeta2» ha fatto, e continuerà a fare.

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