[Su alfabeta2 di aprile Raffaella Perna ha riferito delle opere di John Baldessari ispirate ad Alberto Giacometti ed oggetto di controversia. Exibart.tv ha pubblicato una videointervista al curatore della mostra Germano Celant e The Indipendent ha una galleria fotografica delle opere contestate. Abbiamo chiesto all'autrice un approfondimento che pubblichiamo qui.]

Raffaella Perna

Controversie legali incentrate sulla nozione di plagio come quella attualmente in corso tra la Fondazione Giacometti di Parigi e l'artista californiano John Baldessari (si veda il n. 8 di “Alfabeta2”) rendono evidente l'intrinseco disagio nell'elaborare e nell'esplicitare una possibile definizione d'arte, valida a livello critico, filosofico, giuridico. Difficoltà divenuta sempre più manifesta e incalzante nel corso del Novecento, quando l'opera d'arte inizia a mostrare confini estremamente labili e connotati ancora più complessi, avvicinandosi a oggetti e pratiche comportamentali propri della quotidianità, spesso non chiaramente distinguibili dalla sfera dell'agire e del vivere comune.

Nel contesto storico delle prime avanguardie, in cui – salvo iniziali diffidenze – orinatoi, ruote di bicicletta, scolabottiglie e ready-made di ogni sorta vengono accolti e interpretati quali opere dirompenti, lo statuto dell'arte va incontro a un necessario e sostanziale ripensamento che coinvolge strettamente anche il concetto di originale/copia, soggetto a continue e importanti revisioni teoriche e pratiche durante tutto il secolo.

È dunque un terreno particolarmente accidentato quello su cui poggia l'intera vicenda Giacometti-Baldessari, eppure nell'affrontare questo caso specifico può essere utile ricordare le riflessioni di Arthur C. Danto relative non tanto al noto confronto tra le Brillo Box di Andy Warhol e quelle di James Harvey (autore delle “vere” scatole di spugnette Brillo), quanto alla relazione tra l'installazione warholiana di Brillo Box al Pasadena Museum of Art (1968) e il suo rifacimento letterale Not Andy Warhol realizzato dall'artista americano Mike Bidlo alla Bruno Bischofberger Gallery di Zurigo (1992).

A tale proposito Danto sostiene che nonostante sussista una somiglianza fisica pressoché totale tra le due opere, nondimeno la distanza concettuale che le separa sia altamente significativa: le differenze rintracciate dal filosofo – sostanzialmente invisibili all'occhio – si rivelano di ordine puramente mentale perché «la definzione dell'arte rimane un problema filosofico»[1]. Bidlo, sempre seguendo il ragionamento di Danto, si appropria di opere famose (Morandi, Picasso, Léger, ecc.) nel tentativo di capire cosa si senta nell'atto stesso della creazione per comprendere maggiormente l'oggetto. Le sue scatole, pur essendo «a-proposito-di» Warhol, presentano motivazioni e obiettivi estetici precipui: se infatti ai fini della pratica artistica di Bidlo si rivela necessario che il numero e l'ordine delle scatole corrispondano pienamente al modello warholiano, al contrario nel lavoro di Warhol tali elementi tendono ad assumere un aspetto casuale.

Adottando questa prospettiva la controversia in questione appare di gran lunga meno complessa, soprattutto se comparata alle sottili pratiche appropriazioniste di Bidlo: il divario tra le sculture di Giacometti e quelle di Baldessari infatti non si colloca soltanto sul piano concettuale (che rimane comunque il discrimine essenziale), ma altresì sul piano materiale. L'ingigantimento delle figure con l'aggiunta di accessori ipercolorati messo in atto da Baldessari comporta, rispetto al modello “originario”, discrepanze ragguardevoli che investono congiuntamente forma e significato.

Se le sembianze allungate e l'epidermide delle figure di Baldessari sono dichiaratamente ispirate all'opera giacomettiana (il titolo della mostra The Giacometti Variations è in tal senso rivelatore), lo stesso non può dirsi ovviamente né per le dimensioni, né per l'allestimento delle sculture (una processione che evoca le sfilate di moda), né tantomeno per l'interazione tra registro alto e basso, evidente nell'accostare un materiale tradizionale come il bronzo a elementi volutamente kitsch quali mega-scarpe da tennis o posticce parrucche bionde. Differenze rilevanti e palesi che sottendono diverse visioni del mondo e dell'arte.

[1] Danto, A. C., Art and Meaning (2000), trad. it. Arte e significato, in Di Giacomo G. e Zambianchi C. (a cura di), Alle origini dell'opera d'arte contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2008, p. 149.

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