Michele Emmer

Still ist mein Herz, und harret seiner Stunde!
Die liebe Erde allüberall
blüht auf im Lenz und grünt
Aufs neu! Allüberall und ewig
blauen licht die Fernen!
Ewig... ewig....
(Tace il mio cuore e attende con ansia la sua ora!
La cara terra dovunque
fiorisce in primavera e verdeggia
sempre di nuovo. Dovunque, eternamente
d'azzurro s'illuminano i lontani orizzonti!
Eternamente...eternamente...")

Le parole conclusive dell’ultima lirica di Der Abschied (l’addio)  de Das Lied von der Erde (il canto della terra) di Gustav Mahler, del 1908. "Il canto della terra è la musica più personale che io abbia mai scritto",  Mahler all'amico Bruno Walter, il famoso direttore d’orchestra che diresse la prima assoluta del Canto della terra dopo la morte del compositore. Rassegnazione, presagio della fine, sinfonia ma senza la numerazione della altre sinfonie di Mahler. Ho ascoltato alcuni anni fa il Canto della terra diretto da Giuseppe Sinopoli, accompagnavo mio padre che stava cercando la musica adatta ad uno dei suoi ultimi documentari  e quelle parole finali “Ewig... ewig” mi fecero una grande impressione. Le utilizzai per una ragione molto personale. Qualche anno dopo Luciano Emmer realizzò un breve documentario, che poi inserirà in un Trittico con altri due documentari, in cui compare egli stesso o meglio si scorgono le sue mani, con il commento della sua voce. Un viaggio del tutto autobiografico, è lui stesso a compierlo, all’interno della sua casa di Molveno, alle pendice delle Dolomiti del Brenta, ai confini della val di Non di cui era originaria la sua famiglia. Il padre Pietro sarà il presidente della società cinematografica che produce i primi documentari di Luciano nel 1936 e si chiamerà Dolomiti Film. Emmer si ispira al libretto di Xavier de Maistre Voyage autour de ma chambre, pubblicato nel 1794:

J'ai entrepris et exécuté un voyage de quarante-deux jours autour de ma chambre. Les observations intéressantes que j'ai faites, et le plaisir continuel que j'ai éprouvé le long du chemin, me faisaient désirer de le rendre public; la certitude d'être utile m'y a décidé. Mon cœur éprouve une satisfaction inexprimable lorsque je pense au nombre infini de malheureux auquel j'offre une ressource assurée contre l'ennui, et un adoucissement aux maux qu'ils endurent. Le plaisir qu'on trouve à voyager dans sa chambre.

Un viaggio all’interno della sua stanza, alla ricerca dei suoi pensieri, delle immagini che lo hanno colpito nella sua lunga vita, utilizzando quello strumento che ha sempre utilizzato per narrare: il cinema. Un breve film sul ricordo, sui pensieri, certo anche sulla morte, o meglio sulla vecchiaia, che fa apparire tutto lontano e già vissuto ma che allo stesso tempo permette di avere uno sguardo, sereno, comprensivo, schivo, come lo era sempre stato il suo, nei riguardi del cinema. Uno sguardo sereno ed avvolgente, di ricordo e di rimpianto, un poco, di chi sa che la vita è una lotta eterna contro la solitudine. Non un pensiero così drammatico come quello di Mahler.

Il 4 aprile di quest’anno ho riascoltato la Sinfonia numero 9  in re maggiore di Mahler, con l’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia diretta da Antonio Pappano. Concerto dedicato alla memoria di Giuseppe Sinopoli, nel decimo anniversario della sua scomparsa. Anche la Nona sinfonia venne diretta da Bruno Walter dopo la morte del compositore. Nel libro su Mahler Walter ha scritto che Der Abschied (l’addio) avrebbe potuto essere usato come titolo anche per la Nona.

Ha scritto Oreste Bossini nel programma di sala del concerto dello scorso aprile: “Il conflitto tra arte e vita, tra l’essere  e  il mondo, si risolve qui nel totale abbandono al mistero religioso della morte... Mahler esprime con pudore la nostalgia per la luce del sole, in conclusione del suo commovente testamento spirituale. L’armonia si riduce al nudo accordo di re bemolle maggiore. Rimane ancora un alito di vita, il battito lentissimo, prima che il suono svanisca per sempre nel nulla.”

Nostalgia, forse rimpianto, ma non abbandono al “mistero religioso della morte” , ma ricordo dei luoghi, legami con la propria vita trascorsa, con i propri ricordi. Luciano Emmer in un altro documentario del 2007 Le pecore di Cheyenne ha raccontato la vita di una pastora tedesca, Cheyenne, che ha deciso di vivere con le sue pecore nella val di Rabbi, al termine della val di Sole, in Trentino. E Emmer ha seguito la sua vita, della pastora (o meglio ripercorso una sua possibile vita, di Luciano Emmer,  che quei luoghi aveva abbandonato tanti anni prima per andare lontano a fare il cinema) filmando i momenti delle quattro stagioni, seguendo il ciclo immutabile della terra, con un ritmo lento, quasi mono-tòno, cogliendo i momenti dei piccoli mutamenti della vita degli animali e delle piante. Con la primavera, con il sole, con il vento, con la neve. Un mondo miticamente arcaico, lontano e sognato, ricordato e ricostruito, raccontato e filmato, quindi trasfigurato, mutato, reso racconto e quindi finzione. Non fosse perchè i  tempi delle stagioni sono molto più lenti dei tempi di un film di alcune decine di minuti. Il mito della montagna, della vita in campagna, degli animali, della natura. Nostalgia, rimpianto, ricordo, e voglia di essere presente, di far ascoltare la propria voce, non per un eccesso di narcisismo, al contrario, per affermare la propria presenza, rivendicare la propria vita, indicare che tocca ad altri costruirsi, se saranno capaci, una vita così degna di essere stata vissuta.

Ed a Mahler e a mio padre ho pensato quando al cinema ho visto Sorelle Mai di Marco Bellocchio. A quell’insistere sui luoghi, quelli dell’infanzia, del suo ricordo, confrontandoli visivamente con quegli stessi luoghi presenti nel famoso primo film I pugni in tasca. Giocando come ha sempre giocato mio padre a mettere in mostra la propria storia, la propria gioventù, i propri luoghi, ma tramite  il cinema che quei luoghi rendono non tuoi ma di altri, che quei racconti rendono non veritieri ma filmati, racconti, sogni, nostalgia, ricordi. E ho ritrovato un messaggio, parola desueta, a coloro che verranno dopo di noi. E le immagini stesse del passare del tempo, che nelle pecore era il trascorrere delle stagioni, sui visi dei protagonisti, figli, nipoti di Bellocchio, che crescono, invecchiano realmente. E quella zia, la sua zia, che non si riesce a comprendere, che vive in un suo mondo, come il regista, che vive nel mondo del cinema, che costruisce un racconto fatto di impressioni, di ricordi, di immagini che sono di anni diversi, che lasciano impronte diverse, che mutano nel tempo. E la scommessa è che da tutti questi episodi, slegati, da tutte queste scene, da tutto questo narrare senza un fine, venga sì fuori una storia, la mia storia, la nostra storia. Che questo è in fondo il cinema. Una sequenza di immagini, di frammenti, che alle volte in modo affascinante compongono una storia, che alle volte diventa la storia che merita di essere vista. E  l’essere presente fisicamente nel film, così per Emmer come per Bellocchio non è un voler apparire, ma voler essere lì a testimoniare che quella storia continua, deve continuare, che noi, i registi, siamo stati capaci di rendere i nostri ricordi, le nostre ansie, le nostre paure, siamo sereni di quello che abbiamo potuto fare (pur con tutte le ansie e i dolori compresi nel Cantico della terra di Mahler) e riteniamo, noi, i registi che sarà possibile ancora intervenire, cambiare, modificare, interpretare. Un grande messaggio etico, che coinvolge non solo il cinema, ma che dovrebbe coinvolgere tutti noi. In un momento in cui i ricordi, le nostalgie, i sogni sembrano scomparire in quel lungo accordo in si bemolle finale della Nona sinfonia di Mahler.

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Una Risposta a La serena nostalgia

  1. “La serena nostalgia” di Michele Emmer è uno scritto intenso. Si sente che è intimamente vissuto, tanto che mi sembra si possano attribuire all’autore le parole stesse che egli riferisce al cinema del padre e di Bellocchio. E’ una sua storia che diventa, nel racconto, la nostra storia, una ulteriore trasposizione di quello che Michele Emmer definisce ‘un grande messaggio etico’.

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