Daniela Panosetti

Stefano Schirato è un fotografo indipendente, sbarcato a Chernobyl lo scorso dicembre per realizzare un reportage sul fenomeno (in crescita) dello stalking sui luoghi della catastrofe. Tymofyi è il nonno di uno dei tanti bambini della zona nati con gravi patologie e 25 anni fa lavorava per la centrale come autista, facendo spola tra gli impianti e la vicina città di Prypyat. Stefano ha un permesso per entrare nella zona rossa, nei giorni successivi. Tymofyi, invece, non ci ha più messo piede dal giorno del disastro. Decidono allora di andarci assieme, per un breve viaggio nella memoria. Ne nasce un racconto a due voci, tra le immagini catturate da Stefano1 e i ricordi ripercorsi di Tymofyi, dalle strade deserte di Prypyat fino alla soglia di una vecchia casa di pietra, invasa dal verde.

Stefano, a Chernobyl, è arrivato inseguendo una storia, quella degli stalkers. Per raccontare le loro incursioni incoscienti e disperate nella zona rossa, oltre il cordone di sicurezza, a trafugare oggetti e materiali radioattivi per il mercato nero2 o a far da guida ai molti, discutibili “turisti della catastrofe”, in cerca di inquietudini alla Tarkowski3 o di emozioni forti da videogame post-apocalittico.4 Cercava il presente in un passato congelato, il retroscena reale di una delle scene più potenti della nostra iper-realtà.

È finita che un’altra storia – una storia passata, privata, minore – ha trovato lui. Nelle sembianze di Tymofyi: vestito grigio, camicia porpora, un volto sobrio e scolpito. Sarà che dove la memoria si attacca così tenacemente a un luogo – un terreno, un mucchio di strade, case, giardini – diventa impossibile percorrerlo senza inciamparci sopra, fatto sta che le loro strade si incrociano, un giorno, in un cortile freddo e bigio: un albero spoglio in mezzo al prato e l’altalena appesa a un ramo, ad alleviare il peso delle giornate di un bambino malato.

«Quest’uomo alto, forte, discreto – racconta Stefano – si è avvicinato mentre scattavo alcune foto al nipote, Tymofyi junior, e mi ha detto che lui, da Chernobyl, fu uno degli ultimi ad andar via. Perché nella centrale ci lavorava: guidava il bus che portava a lavoro tecnici e ingegneri. E ha continuato a farlo anche durante l’evacuazione di massa, che in poche ore trasformò il centro di Prypiat in una città fantasma».

Dice poi Tymofyi a Stefano che a Chernobyl, da allora, non è più tornato. Ma vorrebbe farlo, ah se lo vorrebbe... Tornerebbe anzi a viverci, se potesse. Anche ora. Del resto, lui, per le radiazioni non si è mai ammalato. E se pure accadesse, ormai è un vecchio, che importa?5

E allora vanno, insieme. Il giorno dopo montano in macchina, pass alla mano, e superano la barriera rossa e bianca di un check point tanto laconico da sembrare irreale, un confine sospeso e aperto sul nulla, su una lunga, immensa strada vuota. Sembrerebbe una puntata di “Ai confini della realtà”, se non fosse che la desolazione dilagante dietro la sbarra è fin troppo reale.

Sarà anche malinconico, Tymofyi, ma è un tipo robusto. Lo si intuisce – nonostante l’età e il giaccone pesante – dal suo modo di camminare, solido e composto, lungo il vialetto spettrale che fu un sentiero alberato di Prypyat, in uno degli scatti di Stefano. Lo sguardo basso e i pensieri (i ricordi?) che vi si potrebbero leggere non ne intaccano la dignità.

Ma non c’è sentimentalismo né pietismo, neppure una traccia, nella sua storia. Non c’è neppure la tentazione – per un osservatore esterno quasi irresistibile – di leggere nella sorte del nipote una metafora dell’ineluttabilità, il contrappasso tardivo della tragedia da cui lui è stato risparmiato ma che ugualmente, per una sorta di assurda nemesi biblica, saltando le generazioni ha raggiunto il piccolo Tymofyi. Se gli se ne chiede conto, anzi, evita la risposta, liquida la questione con un semplice «Chissà».

Se a un tratto cede all’emozione del passato, invece, è per la ferita che vede inflitta alla sua terra, per il trauma segnato nei luoghi. Il fiume immoto che costeggia la centrale, ad esempio, tanto calmo che pare infuso di mercurio. O le dimore abbandonate nel vicino villaggio, che se non se ne sapesse il motivo, ci sarebbe quasi da trovarle poetiche, così avviluppate nel verde, nella natura che si è rifatta spazio.

In una di queste, ora avvolta da uno scrigno di arbusti, viveva Tymofyi con la famiglia. Quando arrivano nel villaggio di Chernobyl, il più vicino alla centrale, l’ex autista la riconosce subito, tra le altre quasi identiche e ugualmente cadenti. Si avvicina, oltre lo steccato marcio, e inizia a rimuovere – gentilmente, con delicatezza – le foglie secche e i rami nodosi, che in mezzo lustro l’hanno soffocata e protetta. La libera. E intanto, con quei gesti, consegna stralci di memoria all’obiettivo, che di par suo prova a catturarne i riflessi, a ricostruire i ricordi. In un silenzio senz’altro più rispettoso, più opportuno del brusio che li sommergerebbe appena fuori da quella bolla senza tempo.

E allora, invece delle parole, le immagini. «Piangeva – racconta Stefano – mentre liberava la finestra dal groviglio di sterpaglie. E mi indicava, intanto, quello che era stato il tinello dove la moglie cucinava, oppure l’angolo del salotto».

In un altro scatto invece guarda in alto, Tymofyi. Con quella ferma concretezza di chi è abituato a riparare le falle, a curare gli oggetti. Non si vede, ma si comprende come in un lampo che sta saggiando col suo sguardo antico le condizioni del tetto. Sta misurando i danni, immaginando già i lavori: come potrebbe arrampicarsi in alto e tappare i buchi, sostituire le tegole, ricostruire il solaio. Una settimana per il tetto, forse più. E poi bisognerà pulire l’interno, riparare i muri, spazzare il giardino. Sì, si può fare. È sicuro che potrà tornarci, se vivrà abbastanza. Ci porterà il piccolo Tymofyi, un giorno. E magari anche l’altalena.

1 Chernobyl 25, dal 17 aprile al 3 maggio in mostra a Pescara, presso lo spazio espositivo ex Aurum. Qui le foto della mostra.

2 Sul traffico di materiali radioattivi, vedi anche la bella inchiesta di Bruno Masi per L’Espresso, 9 aprile 2010.

3 Nel 1979 il regista, con le angosciose peregrinazioni di Stalker, sembrò prefigurare il disastro a venire.

4 Il riferimento è al videogioco “STALKERS - Shadow of Chernobyl”, ambientato a Prypyat e nella zona rossa. Sull’onda della suggestione, sempre più spesso accade che gruppi di appassionati del gioco provino a entrare nell’area proibita per “vivere” il gioco in prima persona. Da qualche anno, poi, esistono persino “visite guidate”, a pagamento, nei luoghi simbolo della città fantasma.

5 Come hanno mostrato diverse inchieste, in molti ormai sono tornati a vivere illegalmente nella “zona”, riappropriandosi di case e terreni. «Sono i self settlers – spiega Stefano – tanto disperati da preferire le radiazioni alla povertà: non hanno alternative e il governo chiude un occhio. Senza contare un certo numero di operai che continuano a lavorare nella centrale per smantellarla, a distanza di decenni, esponendosi a radiazioni ancora decisamente alte».

[Foto di Stefano Schirato. Per gentile concessione dell'autore.]

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3 Risposte a Doppio canto. Luoghi di una memoria minore

  1. […] articolo di Daniela Panosetti pubblicato da Alfabeta2 racconta – attraverso le parole e le immagini di […]

  2. Assunta Altieri ha detto:

    Quando le parole riescono a visualizzare il pensiero hanno raggiunto il loro scopo più alto: raccontare l’umanità. Bellissimo.

  3. G Leoni ha detto:

    Triste e doloroso l’ingresso di Timofyi nella sua casa, lasciandoa chi lo avverte ,quel senso d’amore che ha guidato i passi del nonno e del nipote verso quello che il vecchio ritiene l’inizio e la fine delle sue origini.Doloroso anche per chi come il fotografo vive in prima persona il tormento di un vecchio che si illude di poter tornare , forse, un giorno.

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