Massimo Bricocoli, Paola Savoldi (1)

Lo spazio del potere

Può la città, osservata ponendo attenzione all’organizzazione e agli usi degli spazi di cui si compone, dire delle condizioni d’esercizio di democrazia e cittadinanza che in essa si dispiegano? Gli studi urbani possono fornire materiali empirici e argomenti utili a discutere temi che non riguardano solo la dimensione locale e tecnica della regolazione (questioni riconducibili al dominio dell’urbanistica, dell’architettura, ad esempio) ma pure a forme di ‘governo attraverso il territorio’ che in alcuni casi rivelano un’idea di società spesso implicita e normativa, raramente oggetto di discussione pubblica. Come Focault ha argomentato, il potere si dispiega attraverso dispositivi molteplici e il disegno degli spazi funziona certamente come un dispositivo efficace le cui implicazioni influiscono sugli assetti dell’ordine sociale. Questo l’assunto che abbiamo messo alla prova compiendo un esercizio sul caso della città di Milano, privilegiando una esplorazione ravvicinata delle relazioni che corrono tra strumenti di governo del territorio e forme dell’organizzazione sociale e spaziale, a partire dall’osservazione di alcuni luoghi che, come “corpi del reato”, rendono testimonianza di ciò che resta dopo il passaggio di strumenti e politiche urbane di matrice più o meno innovativa.

giovanni hänninen "Oltre il muro", Via Padova, Milano, maggio 2010

"Oltre il muro", Via Padova, Milano, maggio 2010

Qualche tempo fa, sollecitati da una istituzione centrale francese(2) a ragionare sull’influenza delle istanze securitarie sui progetti di trasformazione della città in Italia, abbiamo scelto di indagare a Milano un insieme selezionato di luoghi capace di rappresentare una varietà di situazioni urbane entro le quali si dispiega l’azione pubblica, secondo tenori diversi. I luoghi che abbiamo deciso di esplorare non sono periferici, né in senso fisico, né in senso metaforico. Non ci siamo posizionati alla periferia abbandonata dalle politiche urbane, ma piuttosto abbiamo selezionato contesti in cui sono all’opera dispositivi di azione pubblica che hanno sottoposto queste aree a investimenti economici e trasformazioni i cui esiti sono rilevanti, sia in termini spaziali sia in termini sociali.

Milanodowntown

giovanni hänninen “All’ombra dei lampioni”, Pompeo Leoni, Milano, ottobre 2009

“All’ombra dei lampioni”, Pompeo Leoni, Milano, ottobre 2009

Una scelta, la nostra, che prende sul serio e mette alla prova l’immagine retorica che il governo locale usa nel prefigurare il futuro della città: Milano, intesa banalmente come l’entità territoriale disegnata dai confini amministrativi, è destinata a diventare la downtown della regione urbana milanese(3). In questo scenario la città dovrebbe attirare centinaia di nuovi abitanti entro i confini del territorio comunale, assecondando una tendenza già in atto di ritorno alla città compatta, dopo l’esperienza problematica e per molti versi irreversibile della città diffusa e dei processi di suburbanizzazione che hanno prodotto consumo di suolo, edilizia a bassa densità, uso intensivo di mezzi di trasporto individuali i cui costi sono assai elevati (sia in termini economici, sia rispetto alla qualità di vita). Oltre a mettere in discussione la pertinenza dell’immagine di downtown, si tratta di capire quali sono le condizioni entro le quali oggi si va facendo città a Milano e, dunque, come sostiene Donzelot, entro quali cornici, materiali e immateriali, si va facendo società.

Abbiamo dunque accolto l’uso del termine downtown come rappresentativo del modo in cui la cultura politica e gli attori coinvolti vanno definendo nuove condizioni per la trasformazione della città e dei modi di abitarla e come lente attraverso la quale mettere sotto osservazione una città in cui inevitabilmente la crescente pressione insediativa, le nuove popolazioni e le trasformazioni che agiscono sul patrimonio esistente sollevano conflitti che si misurano in un corpo a corpo incessante e nella necessità di operare scelte continue e controverse, che però di rado si dispiegano su un terreno collettivo di discussione pubblica. Così, nonostante l’appello al mix sociale e funzionale sia entrato con insistenza a far parte del registro argomentativo dell’azione pubblica, il richiamo alla downtown mobilita la prospettiva di un abitare che si fa selettivo, che disloca altrove – negli interstizi o nelle periferie regionali – funzioni e popolazioni meno qualificate e di profilo meno utile alla città di cui si celebra un rinascimento.

 

Geometrie della separazione

giovanni hänninen  “Un tocco di rosso”, Santa Giulia, Milano, giugno 2009

“Un tocco di rosso”, Santa Giulia, Milano, giugno 2009

Se guardiamo agli insediamenti residenziali che vedono la nuova localizzazione di coloro che scelgono di vivere (o tornare) in città (tra i casi più noti quello dell’insediamento di Santa Giulia e, con sorti meno drammatiche, quello di CityLife, nel’area della vecchia fiera) osserviamo che sono connotati da una posizione di relativa lontananza rispetto a funzioni urbane che in qualche modo possano entrare in conflitto con forme quiete e protette dell’abitare (loisir, attrezzature a uso collettivo, spazi aperti dagli usi poco codificati, attività commerciali che fanno a riferimento a segmenti del mercato diversificati). È entro questa alchemica distanza dalle implicazioni più problematiche della città compatta e dall’immagine negativamente contagiosa della periferia che si collocano molti dei nuovi spazi dell’abitare che la città produce. Va da sé che la “giusta distanza”, la “distanza di sicurezza” come la definisce Žižek, da fattori di rischio poco ponderabili (come la presenza di edilizia residenziale pubblica, un sistema commerciale gestito da imprenditori immigrati) mette coloro che acquistano un nuovo alloggio in condizioni di (presunta) sicurezza del valore immobiliare del bene che acquisiscono.

È questo un discorso esplicito nell’esprimere la propria scelta residenziale (si è “vicini a” e “lontani da”) ma, anche laddove lo sguardo si posa sul funzionamento degli spazi aperti comuni/collettivi/pubblici, l’aspirazione è quella di “tenere sotto controllo” il loro uso ed è la totale assenza di usi a essere prediletta. Una risposta ricorrente consiste da questo punto di vista nel rinforzare una frontiera tra l’ambito pubblico accessibile e lo spazio privato che fa riferimento a un nuovo sistema di regole di protezione. La protezione fisica dei luoghi si indebolisce a favore di forme di organizzazione dello spazio che escludono persone e comportamenti che non rispondo alla “vocazione” auspicata dai siti. Una serie di dispositivi, spesso di tipo materiale, agisce con funzione di separazione e di costruzione e riproduzione della distanza. È il caso dello spazio aperto verde che presenta in modo ricorrente un carattere di buffer zone, è un verde che si guarda ma che non si attraversa. La separazione esprime con chiarezza una rinuncia rispetto alla vocazione dello spazio pubblico a prestarsi quale terreno di connessione, di incontro tra moltitudini, talvolta di conflitto.

All’affermarsi della separazione quale tratto dell’organizzazione dell’abitare concorre anche la vocazione alla specializzazione delle nuove residenze collettive. In diversi casi  il riferimento più comune è alla produzione di strutture residenziali specializzate per anziani e per studenti che in questo periodo a Milano sta conoscendo una fase di grande espansione e che non pare in nessun modo alimentare una riflessione critica sugli esiti che si vanno producendo. L’argomento spesso portato quasi a vanto di tali progetti è l’aumento della mixité, della varietà sociale e funzionale dei residenti: si è soliti segnalare, infatti, gli effetti benefici che la presenza di una nuova popolazione di studenti universitari può apportare in quartieri e contesti socialmente fragili. Ma se si osservano i modi di funzionamento di tali residenze collettive se ne può cogliere il carattere istituzionalizzato e impermeabile di strutture specializzate il cui accreditamento e la cui redditività del resto dipendono in gran parte proprio dall’offerta “integrata”, al proprio interno, di una gamma di servizi che le rende di fatto autonome dal contesto.

 

La vita concreta degli standard

giovanni hänninen “Il muro”, Via Padova, Milano, giugno 2010

“Il muro”, Via Padova, Milano, giugno 2010

Sulla ribalta dello spazio pubblico, per discutere l’assetto del nuovo piano urbanistico, per prospettare un’immagine di vivibilità della città e per rendere conto delle operazioni di nuova edificazione si mobilitano anzitutto quantità, numeri, entità espresse in unità di misura apparentemente equivalenti e comparabili. È il codice che apre l’accesso al confronto e alla competizione con le dotazioni delle altre città nel tentativo di alimentare un dibattito sulla capacità di competere su uno scenario internazionale. Ma sono anche, più modestamente, gli argomenti mobilitati e somministrati ai cittadini milanesi per legittimare una stagione e uno stile di governo orientato a proiettarsi e situarsi nelle “cose”. Ciò mette alle corde qualsiasi argomento contrario in nome del realismo, della “ politica del fare”. Come sostiene Thevénot, il riferimento all’obiettività è spesso accompagnato dall’invocazione della trasparenza dell’informazione e, puntuale, l’amministrazione si esprime sistematicamente in termini di misure: i metri quadri edificati, i metri quadri destinati a funzioni residenziali, i metri quadri destinati a edilizia sociale, i metri quadri di terreno bonificato, i metri quadri di parco giochi attrezzati. In questo passaggio è singolare la convergenza che emerge tra le diverse parti nell’arena politica attorno all’impiego dello standard quale oggetto di negoziazione: un numero, una entità finita di cui si assume un grado di legittimità (che è altamente formale e non più discussa in termini di razionalità tecnica e scientifica) che contribuisce a neutralizzarne il significato politico. Mentre l’enfasi delle analisi e delle argomentazioni insiste su un costante censimento delle quantità, non sembra maturare, a fronte di opere compiute, una riflessione sulla qualità degli standard in uso e sul funzionamento effettivo e contestuale dei luoghi e dei servizi. Una questione da porsi sarebbe per esempio se i servizi cui gli standard fanno riferimento corrispondano solo a volumi (di solito edifici che sostanzialmente svolgono un ruolo di “contenitore”) e a superfici indistinte (il verde, magari proprio con funzioni di separazione) o piuttosto a processi di attivazione e organizzazione sociale di un qualche valore.

Discutere di standard ha dunque implicazioni tutt’altro che meramente tecniche o disciplinari. L’idea del verde come standard, ad esempio,  presuppone un certo grado di ‘universalità’ del concetto come dell’uso. Il concetto dovrebbe implicare una uguaglianza tra gli utenti del verde, un’uguaglianza costruita sul fare “come se” tutti ne avessero bisogno in egual misura. C’è però differenza tra le pratiche d’uso di uno spazio aperto pubblico che può intraprendere un cittadino che non ha altri luoghi cui accedere, durante la settimana o nell’arco dell’intero anno, e un cittadino che può invece usufruire di un giardino privato, di una casa al mare o in montagna che può raggiungere nel corso del fine settimana o in alcune stagioni dell’anno. Quel che di fatto accade in diversi contesti di nuova edificazione è che il verde pubblico è diventato verde di distanza ed è dunque diventato verde “a scomputo” degli spazi pubblici permeabili. Un processo di traslazione, di “shifting involvements” tra azione pubblica e interessi privati, come scrive Albert Hirschman, è in atto da tempo ma è ben poco tematizzato.

Per questo è importante riconoscere come la codificazione e la routinizzazione di procedure di quantificazione che producono lo standard (urbanistico, ambientale o sociale che sia, poco importa) implichino il rischio di reificazione, quasi che lo standard sia esso stesso la realtà. Così come è importante mettere sotto più attenta osservazione quei passaggi fondamentali – le “convenzioni di equivalenza”, come le definisce Desorières riprendendo Bruno Latour e Laurent Thévenot – attraverso cui si arriva a fare sintesi di un insieme articolato di elementi e fattori e si produce una cifra: perché, altrimenti, lo standard tende a funzionare come un minimo comune denominatore, non specifica e dice poco o nulla, di per sé, del modo in cui si traduce la qualità in quantità. In altri termini, si potrebbe sostenere in una prospettiva pragmatica, seguendo le riflessioni di Pierluigi Crosta, che occorre discutere di standard nei termini de “l’uso che se ne fa”, ovvero a partire dalla dimensione delle pratiche sociali che essi stanno a indicare.

Intenzionalità del governo debole

giovanni hänninen  “Shopping in Gratosoglio”, Gratosoglio, Milano, maggio 2010

“Shopping in Gratosoglio”, Gratosoglio, Milano, maggio 2010

Nel discutere gli esiti del lavoro condotto sul contesto milanese, sui luoghi investiti da processi importanti di trasformazione urbana, Pier Carlo Palermo e Ota de Leonardis convergono spontaneamente verso una interpretazione che pone al centro questioni di governo. In questi termini e in questo quadro pare urgente discutere dello stato della città.

Può trarre in inganno l’immagine del governo debole, introdotta in tempi ormai relativamente lontani da Donolo e Fichera, così definito e agito in ottemperanza a un modello che pare ormai necessario (ogni progetto sistemico è desueto è destinato all’insuccesso, soprattutto elettorale), fors’anche malgrado le intenzioni dichiarate di coloro che governano la cosa pubblica (la penuria di risorse è ostentata come vincolo tristemente imprescindibile). Si tratta invece, di fatto, di un potente dispositivo attraverso il quale si dispiegano forme di potere fondate su intenzionalità forti, sebbene poco dibattute pubblicamente.

Lo sfondo e le giustificazioni hanno a che vedere, entro una interpretazione riduttiva del governo neoliberale, con gli orientamenti maturati nell’ambito del dibattito sul New Public Management, laddove i meccanismi di organizzazione e gestione dei corpi pubblici traggono spunto dalle esperienze condotte in ambito aziendale, nel nome dell’ottimizzazione della spesa pubblica, secondo un ‘nuovo spirito del capitalismo’, nella felice formulazione di Boltanski.

Progetti di città, di parti di città sono disegnati come antidoto alla molteplicità dei flussi dei gruppi sociali e dei traffici che vi insistono, dell’eterogeneità delle genti e delle forme di vita e della loro convivenza civile, della sovrapposizione e della ridondanza, e altri simili ingredienti che fanno della città una società politica. L’osservazione e la discussione sui caratteri degli spazi urbani (edificati e aperti, pubblici e privati) contribuisce alla messa a fuoco dei caratteri politici del governo che li ha prodotti e dell’idea di società (politica) ad esso sottesa. E a Milano il ‘governo attraverso il territorio’ sembra prender forma e forza: attraverso lo svuotamento e l’organizzazione specializzata degli spazi, purificati di attività giudicate incongruenti, vere e proprie tecnologie di governo del territorio che agiscono come governo indiretto delle popolazioni.

In questa prospettiva l’appello ricorrente da parte di rappresentanti del governo milanese all’immagine della downtown così come ad alcune ‘icone’ dello sviluppo quali Dubai o Shanghai non tradirebbe un atteggiamento provinciale ma rivelerebbe invece una scelta di campo coerente con alcuni principi di governo diffusi in questi contesti: il governo attraverso la paura (così come discusso da Simon), le scomposizioni e ricomposizioni di pezzi di Stato con potenze di mercato sulle quali incombono serie minacce per la democrazia, per lo statuto (decentemente) democratico del governo, secondo de Leonardis che chiosa avvertendo che ‘se il governo della città a Milano sta subendo forme di metamorfosi in questa direzione, è bene ricordarsi che ciò ha effetti sulla città stessa, ma altrettanto -e non potrebbe essere altrimenti- ha effetti sulla democrazia’.

giovanni hänninen  “Strade diverse”, Canonica Sarpi, Milano, novembre 2009

“Strade diverse”, Canonica Sarpi, Milano, novembre 2009

Le fotografie di questo articolo sono di Giovanni Hänninen

Note


(1) Massimo Bricocoli e Paola Savoldi sono ricercatori in Tecnica e Pianificazione urbanistica presso il Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano (massimo.bricocoli@polimi.it, paola.savoldi@polimi.it).

(2) Si tratta del Plan Urbanisme Construction Architecture, Ministère de l’Écologie, de l’Énergie, du Développement durable et de la Mer della Repubblica francese.

(3) La questione è assunta come pretesto e icona di un’idea di città che abbiamo decostruito e discusso nel volume Milano downtown. Azione pubblica e luoghi dell’abitare, Et al./edizioni, Milano, 2010 - (IBS , Amazon). Le immagini, di Giovanni Hänninen, sono visibili in http://www.hanninen.it/index.php?/personal/milano-downtown/

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Una Risposta a Fare città, fare democrazia

  1. […] per il loro libro Milano Downtown, di cui abbiamo scritto su Nazione Indiana, ed il saggio Fare città, fare democrazia su […]

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