[dal sito China Files]

Simone Pieranni | 10-04-2011

Quelli dello Human Recovery Project li incontro a Sanya, quartiere di homeless di Tokyo: trasmettono un video sulle loro spedizioni tra i rifugiati di Fukushima. Al termine un amico in comune, uno tra i promotori della manifestazione antinucleare di domani, ci mette in contatto e in pochi minuti abbiamo deciso: andrò con loro nelle zone evacuate, darò una mano a trasportare pacchi di aiuti nei vari centri di accoglienza e loro mi aiuteranno a parlare con i giapponesi rifiugiati.

Giornalismo low cost che incontra questo strambo gruppo di volontari giapponesi. Si parte alle 7 di mattina, nei pressi di una stazione ferroviaria poco fuori Tokyo. Io e quattro giapponesi, di cui due punkettoni, vegetariani e animalisti. Nel mini van si può fumare (i fumatori che vivono in Giappone sapranno apprezzare il dato).
Abbiamo con noi attrezzatture, tute plastificate, mascherine, occhiali e polveri di cui cospargersi tutto il corpo una volta tornati indietro, e rilevatore (uguale a quello dei giornalisti giapponesi). I primi aiuti sono per due scuole di Iwaki: giocattoli e manga. Foto di gruppo, mille ringraziamenti, ancora foto di gruppo a futura memoria.
Poi andiamo a circa 30 chilometri da Fukushima, percorrendo la strada sul mare, dove possiamo vedere i ricordi dello tsunami, tra case sventrate e barricate di detriti ai bordi delle strade. Andiamo nella struttura più grossa che ospita i rifugiati. Per lo più anziani, raccolti in una palestra. Solo dieci bambini all’interno, migliaia di giornalini di Dragon Ball in casse appoggiate per terra costituiscono una specie di biblioteca improvvisata. Cibo e acqua ci sono. Il responsabile ci mette a nostro agio, si fa per dire: fossi in voi me ne andrei subito, ci dice. Penso si metterà a piovere e sarà ancora peggio, aggiunge.

Proseguiamo. Ci avviciniamo ai 20 chilometri dalla centrale. Fino a questo momento le rilevazioni dell’apparecchietto sono tranquillizzanti: tra 1 e 2 microsievert all’ora. Abbiamo la consegna da parte di un ingegnere che ci ha dotato degli strumenti: quando supera i 10, scappate. Due volte entriamo nella zona evacuata senza alcun posto di blocco. Quando lo incontriamo, si tratta di due auto della polizia, in riva all’oceano, quasi poetica l’immagine, con il sole pronto a tramontare. Peccato che la macchinetta segni 4 e poi 5. Dopo due battute con i poliziotti (sprovvisti di mascherine e tute), sono loro ad andarsene. (Ne incontreremo altri, più tardi, che ci diranno di tornare indietro, ma dopo la nostra risposta, «Vogliamo andare avanti perché vogliamo dare da mangiare ai cani rimasti», si faranno da parte senza troppe complicazioni).

Entriamo dunque e arriviamo a 15 km dalla centrale. Come i giornalisti giapponesi, che hanno realizzato un video avvicinandosi all’impianto di Fukushima I, vediamo passare due autobus di gente bardata con tute e contro tute, ma i dati sono rassicuranti: tra 3 e 6 microsievert, anche se a terra i numeri sono più elevati. Abbiamo appena comprato chili di cibo per cani e cerchiamo ovunque quelli rimasti nella zona evacuata. Poco prima, nel rifugio, una coppia ci ha descritto i loro due amici a quattro zampe. La famiglia è stata prelevata in fretta e furia, senza poter prendere niente in casa. Avevano anche due mucche, scopriremo che una è morta, mentre l’altra è stata liberata dall’esercito. Chissà dove sarà. Ne troviamo alcuni di cani, compresi quelli della famiglia nel rifugio: lasciamo il cibo a terra, dopodiché percorriamo una strada aperta in due e tra mille sbalzi arriviamo a 9 chilometri dalla centrale.

A questo punto il rilevatore impazzisce, supera in pochissimi secondi il fatidico numero 10 e velocemente torniamo indietro. Non possiamo andare al centro dei volontari, non so bene per quale disguido burocratico. Finiamo così in un locale di musica punk cinese di Iwaki non in attività aperto da un amico dei volontari: lì ci cambiamo, ci laviamo e ci cospargiamo di polvere per ridurre il pericolo di contaminazione. Dormiamo per qualche ora abbracciati alle casse e l’indomani ricominciamo il giro dei centri per i rifugiati, tenendoci sempre tra i 20 e i 30 chilometri dalla centrale. Infine Tokyo.

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