Christian Caliandro

Un fenomeno sotto gli occhi di tutti, o almeno di quelli che lo vogliono osservare, è l’aggressività nervosa, a tratti isterica, che si riscontra nei comportamenti della gente, nell’Italia di questi tempi. Senza necessariamente rivolgere l’attenzione agli episodi di vera e propria violenza criminale e apparentemente inspiegabile, è sufficiente guardarsi intorno nella vita di tutti i giorni per percepire chiaramente queste vibrazioni negative. È una tensione fatta di scatti repentini e ingiustificati contro i più semplici richiami alle elementari norme di civiltà, oppure di rivalsa egoista e brutale contro presunti nemici, al solito costruiti artificialmente e offerti impunemente.

Vale giusto la pena di ricordare come, nel corso dei secoli, quello italiano sia stato riconosciuto come un popolo, al fondo, crudele. Non cattivo, né feroce: crudele. Un popolo che sotto l’apparenza della «brava gente», solare e ospitale, nasconde da sempre un lato tenebroso, un appetito mai sanato per i processi di piazza e le risoluzioni sommarie: le risse caravaggesche a suon di spada, certe impressioni terrorizzate e preziose dei viaggiatori stranieri al termine del Grand Tour, le coltellate nei film di Luigi Magni, le leggendarie efferatezze dei briganti meridionali e quelle assolutamente competitive dei soldati piemontesi durante la «guerra cafona» postunitaria eccetera. È ben nota, del resto, la nostra passione millenaria per il martirio e il sacrificio, così come l’amore sviscerato per ogni estetica baroccamente orrorifica – dalle funeree decorazioni secentesche delle chiese gesuite, fino a un maestro contemporaneo del genere come Lucio Fulci. Dalla folla impazzita e manipolata descritta da Manzoni nella Storia della colonna infame all’episodio ottocentesco di linciaggio che colpisce l’unico innocente tra i potenti, raccontato da Franco Cordero nel Brodo delle undici, la nostra storia presenta le tracce evidenti di una nevrosi sotterranea.

Ma oggi questa propensione, che nel tempo ha saputo tradursi anche in produzioni culturali pregevolissime, dà luogo a meccanismi preoccupanti di isteria collettiva. Basta andare a riguardarsi in proposito il sapiente e quasi profetico Girolimoni, il mostro di Roma (Damiano Damiani 1972), vero e proprio trattato cinematografico sulla costruzione mediatica del «mostro» – e sulla distruzione totale e cinica di un essere umano – che prefigura ciò che vediamo accadere sotto i nostri occhi impassibili, praticamente ogni giorno, a proposito di certi delitti.

I sentimenti negativi di tutti vengono alimentati scientificamente, nutriti e sviluppati attraverso un pasto quotidiano di cronaca nera e di parossismi mentali. Perché l’aspetto più preoccupante, forse, di tutta la questione è che questa aggressività, chiaramente un prodotto della frustrazione e della distanza percepita dal singolo tra i suoi desideri (più o meno legittimi, più o meno nobili…) e la realtà delle condizioni quotidiane, non si traduce affatto, almeno per il momento, in sacrosanta rivendicazione dei propri diritti. No. Si consuma in una sequela di piccole, misere ripicche giornaliere; si traduce nella contumelia, nell’insulto e nell’umiliazione dell’altro (sempre il più debole, ovviamente…); cela il disprezzo di tutte le ragioni che non siano le proprie, e la concentrazione esclusiva su un io che si concepisce e si riconosce soltanto nell’autorappresentazione ossessiva e nella rimozione autistica del mondo.

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