Ilaria Bussoni

«Ed è così che il punk riesce a fare il suo ingresso all’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici, luogo votato da sempre, per sua stessa natura, a rivisitare il passato misurandolo con le creazioni più attuali e ad un tempo iscrivendo il contemporaneo in una aperta relazione con le sue fondamenta storiche». Così Éric de Chassey, direttore dell’Accademia e curatore della mostra Euro Punk, chiosa l’Introduzione al catalogo dedicato all’esposizione. Il punk, movimento musicale inserito nel contesto delle contro-culture degli anni Settanta e Ottanta, entra finalmente in una prestigiosa istituzione francese come un fenomeno storico – qui privilegiato per la sua dimensione visiva, grafica, iconografica e artistica – in grado di tessere relazioni con il nostro presente, gettandovi nuova luce. Un’ambizione lodevole quella di usare il passato in funzione del presente – tipicamente francese e che dalla Scuola delle Annales in poi gli invidiamo non poco –, un uso «sagittale» della storia avrebbe detto Michel Foucault.

Eppure, non appena si comincia ad aggirarsi per le sale della mostra un fastidioso prurito s’impadronisce dell’osservatore. Un prurito che da lì a breve si trasforma in disagio. Un disagio storico per l’appunto, riassumibile nell’esplicito rifiuto di leggere l’espressione artistica visiva del movimento punk, a cui la mostra vuole dare rilievo, in relazione al contesto sociale, storico e politico dentro il quale la scena punk europea è nata, maturata e cresciuta. «I punk sono i figli disperati del no future, figli inconsapevoli di un modello di produzione ormai superato e con lui tutto il ciclo di lotte precedenti» avrebbe detto Primo Moroni – alludendo alla fine del fordismo, alla chiusura della stagione dei movimenti italiani del lungo ’68, all’arrivo degli anni Ottanta con relativo contorno di pensiero debole – anche per spiegare insieme la storia e l’influenza del punk sull’estetica. Ma il curatore Éric de Chassey non è Primo Moroni e così si accontenta di dirci che l’approccio rivoluzionario alle immagini per il punk è rappresentato «da una sorta di urgenza creativa» e basta l’urgenza a fornire la ragione delle opere esposte.

Procedendo nelle sale il disagio muta in vero e proprio orrore quando si arriva alla sezione dedicata all’Italia. Il titolo è già di per sé eloquente: GAP (acronimo, non spiegato, di Gruppi Armati Partigiani). Cosa c’entra l’organizzazione armata dell’editore Giangiacomo Feltrinelli con il punk italiano? Una domanda legittima alla quale la mostra intende lucidamente rispondere: Feltrinelli è insieme un’icona punk al pari di Sid Vicious (morire spappolati sotto un traliccio è indubbiamente un’estetica punk) e un potente anticorpo alla diffusione del punk in Italia. Perché a questa mostra è possibile scoprire che «non c’è mai stato in Italia un vero movimento punk». Visto che i giovani italiani erano in altre faccende affaccendati: giocare coi kalashnikov e mettere autobombe aderendo al «movimento» delle Brigate Rosse. D’accordo, siamo in Italia e occorre allineare il sapere storico sul discorso del vincitore, mais quand même. Da lì a dire che la principale organizzazione armata del nostro paese fosse un «movimento» e che piazzasse «autobombe», cosa che in Italia hanno fatto solo la mafia e i servizi segreti (forse), ce ne passa. Per quanto il revisionismo sia uno degli sport principali degli storici nostrani, nessuno si era ancora sognato di accusare Feltrinelli di aver rubato la scena ai Sex Pistols. E nell’impresa iconoclasta l’editore sarebbe riuscito persino ex ante, visto che muore nel 1972 ovvero almeno quattro anni prima dell’esplosione del punk in Gran Bretagna. Forse in questo passaggio la prestigiosa scuola degli storici francesi subisce un contraccolpo: che un medesimo fenomeno storico possa esprimersi in forme non sincroniche non è una grande novità. Magari è proprio ciò che accade al punk in Italia – non strettamente contemporaneo di quello anglo-sassone –, che come ci spiega Primo Moroni arriva quando la scena pubblica si libera da un ciclo.

Nel rimuginare su come intenda la storia il curatore della mostra, davanti a un mini-traliccio di circa un metro di altezza che introduce all’esperienza artistica del punk italiano, l’orrore di cui sopra si tramuta in gelida certezza: a Villa Medici ignorano storia e cultura del paese su cui poggiano le fondamenta della villa. Altrimenti, tra le «urgenze creative» del punk italiano – proprio come dell’esperienza del punk francese hanno inserito il lavoro del gruppo di grafici, illustratori e fumettisti Bazooka – a qualcuno sarebbe saltato in mente il fumetto Rank Xerox, l’ibrida creatura un po’ fotocopiatrice un po’ umano di Stefano Tamburini, poi disegnata da Andrea Pazienza e Tanino Liberatore. Forse anche qualche pagina del «Male», di «Cannibale» o di «Frigidaire» sarebbe potuta finire nella sezione urgenza creativa punk, almeno al pari del traliccio di Feltrinelli. O magari anche qualche tavola della mostra curata da Marco Philopat (casualmente sfuggito insieme ad Helena Velena al fascino del kalashnikov e per questo diventato un punk) Beat Hippy Autonomi Punk, una panoramica sul punk italiano che abbraccia il decennio ’77-’89.

Così, alla fine di un percorso sul punk europeo, che esclude al pari dell’Italia la specificità della scena berlinese (non del tutto irrilevante), all’osservatore sorge il dubbio di quale sia la razionalità che governa la scelta espositiva. Sciolto quello di non trovarsi di fronte alla messa in pratica di «razionalità punk» rimane da sapere quale sia la filosofia della storia in azione: come riciclare una contro-cultura di estensione planetaria in un gadget da attaccare al frigorifero? Il pubblico accorre, la famosa scuola di storici italiani applaude.

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Una Risposta a Lumi di Punk a Villa Medici?

  1. redazione ha detto:

    Segnalo uno scambio di commenti su questo argomento avvenuto qui:
    https://www.alfabeta2.it/il-mensile-alfabeta2/

    Paolo Bottoni 14 marzo 2011 alle 01:52

    Nel 1980, fra i miei riferimenti culturali c’erano il Punk e Alfabeta.
    Leggere di Punk trent’anni dopo su Alfabeta2 dovrebbe chiudere il cerchio, invece risulta imbarazzante.
    Mi riferisco all’articolo di Ilaria Bussoni sulla mostra di Villa Medici sul Punk 1976-1980.

    Sono stato alla mostra. Alcune cose mi sono piaciute, altre meno, la parte sull’Italia non era eccezionalmente pregnante. Amici che erano con me commentavano che sembrava la collezione di uno che si era tenuto le cose per trent’anni.

    Si può obiettare tutto quello che si vuole sulle scelte del curatore. Quello che non si può fare, se si scrive su Alfabeta, è di basare la propria critica su un testo, che è una citazione di un testo fondamentale di Greil Marcus sulla storia del Punk come fenomeno culturale, ascrivendolo al curatore. Citazione, peraltro, di un brano piuttosto noto.

    Ammettiamolo: nel 1977 in Italia non c’era nessun rapporto organico fra il punk e il movimento. E se anche Marco Philopat e Helena Velena avevano cominciato a vederlo, il fatto che avessero poco più di 15 anni, forse limitava la loro influenza (detto col rispetto che ho per queste due figure di intellettuali organici).

    E ammettiamolo: dal di fuori si guardava all’Italia con invidia, per la vitalità del movimento antagonista e se lo si identificava con le Brigate Rosse (o, come compitava Joe Strummer, “Brigade Rosse”) era anche perché allora, prima di Internet, dall’esterno tutto poteva apparire confuso.

    Ma il punto non è questo: il punto è che se si scrive su Alfabeta (per quanto 2) non si può confondere la citazione con il punto di vista del curatore, e se si scrive sul punk non si può ignorare Greil Marcus.

    Confidando in una maggiore attenzione nel futuro, mando i miei migliori auguri di buon lavoro.

    Paolo Bottoni

    andrea inglese 14 marzo 2011 alle 13:23

    Paolo Bottoni sono anch’io interessato ai vari tentativi di storicizzare il punk – sono stato io stesso cane sciolto del movimento nei primi anni ottanta – ma devo confessare che non ho ben capito il senso del tuo commento: a chi è rivolta la critica tua? al curatore della mostra, all’autrice del pezzo che ne parla?
    quanto al libro di Marcus, sono d’accordo che è una delle letture del punk più interessanti che mi sia capitato di leggere.

    Paolo Bottoni 14 marzo 2011 alle 23:54
    Ahimé, all’autrice, per avere espresso giudizi sulla base di un errore fattuale.

    Poi possiamo anche ragionare se la scena italiana (strettamente punk) fosse più o meno ricca di quello che viene fuori dalla mostra, o di cosa il corto-circuito fra punk come avanguardia artistica di massa e le avanguardie politiche del ’77 abbia o avrebbe potuto produrre.

    La mia ipotesi, e il mio vissuto di allora, mi portano a ritenere che pur con esiti estetici spesso vicini, e con tematiche molto spesso attigue, quell’incontro non ci sia stato in quel momento. E che quindi, al di là della formulazione fra l’assurdo e il provocatorio di Marcus, il fatto che il ’77 sia stato comunque un movimento politico di massa, abbia limitato la diffusione della cultura punk in Italia. Non a caso troviamo invece fermenti punk in aree non centrali, come Pordenone.

    Per dirla in slogan, la teoria dei bisogni, o la politica come desiderio, non sono la stessa cosa del No Future, ma a partire dal rapimento Moro il No Future sarebbe diventata una chiave di lettura più adeguata.

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