Francesca Coin

La parola Kifaya deriva dal verbo arabo Kafa e significa “bastare”. Kifaya significa basta, abbastanza, “è troppo”. Kifaya è stato lo slogan delle manifestazioni egiziane. I manifestanti associavano la parola ad Hagra a significare che avevano sopportato abbastanza povertà,  autoritarismo, umiliazione. Queste parole, scrive Tahar Ben Jelloun, sono state gridate al Cairo, a Beirut, a Damasco. Della stessa parola aveva parlato nel 2005 William Safire quando dal Cairo al New York Times scriveva: “poverty, torture, corruption”: “Kifaya, kifaya, kifaya”. La parola “basta” ha un significato chiaro: esprime una condizione di saturazione, di esasperazione. “Basta” significa che non ci sono più riserve di energia emotiva o fisica da offrire, ma che si è arrivati, in qualche modo, al limite. Kifaya obbliga ad agire nel presente. In questo senso è una parola potenzialmente pregna di forza rivoluzionaria: Kifaya esprime l'impeto a riappropriarsi del tempo e dello spazio. Dall'orlo dell'abisso incita a porre fine alla violenta civiltà contemporanea per inventare un mondo libero. Ma non è facile riconciliarsi ad un'epoca quando si è vessati. Non è facile riconciliare l'urgenza con la vitalità immaginifica. La creazione libera di nuovi mondi sulle ceneri delle diseguaglianze esistenti è un progetto che inciampa da secoli. Tuttavia in questi mesi esso ha trovato alcune aperture impreviste, mostrando spesso in erba qualche cosa di sorprendente, ed innescando spesso un meccanismo di ispirazione possibilista.

Il tratto distintivo di questi mesi è stata la percezione sensibile e trasversale della progressiva crisi delle condizioni di riproducibilità del sistema. È patetica la prevedibilità moltiplicatrice del capitale, ma per decenni essa ha agito come potere normativo capace di immobilizzare, di desensibilizzare, di ricondurre l'immaginario collettivo entro l'ordine esistente. In Tunisia, scrive Tahar Ben Jelloun, tutti sapevano che cosa avveniva, “e però tutto questo sembrava normale: è così che si vive nei paesi in via di sviluppo, è così che si muore nei paesi in cui agli occhi dell'Occidente la libertà e la sicurezza sono garantite” [2011: 22].  Così in questi mesi si respirava l'impasse: la fatalità che guida le masse verso un destino affatto celeste.

L'impasse tunisina aveva una storia trentennale. Per i governi occidentali Ben Alì era “un baluardo contro il fondamentalismo islamico. È così che per tre decenni […] la Tunisia diventa una faccenda privata […]. In questo periodo, i militanti vengono arrestati ed i giovani diplomati sono in strada, senza lavoro. Alcuni di loro tentano l'immigrazione clandestina a costo della loro vita” [2011: 28]. L'assenza di alternative possibili divevnta un laboratorio di oppressione che valica i confini.

Da Sud a Nord, la storia sembra annodata. La crescita si è fatta declino e i corpi paiono fermi. Ad Agadez, città del Niger che funge da crocevia per i migranti che muovono dall'Africa centrale verso la Tunisia e la Libia, questo nodo è ben descritto dalla campagna preventiva che l'Unione Europea attua per dissuadere i migranti dal viaggio. Le immagini sul deserto avvisano che emigrare porta morte, fame, malattia. In queste strade il concetto di emigrazione è associato alle stesse parole che i migranti associano alla vita nelle vecchie colonie occidentali. Non vi sono alternative, dicono quei cartelli. La storia è un vicolo cieco.

Da questo vicolo cieco a Tunisi si è aperto un varco. “Come in ogni rivolta, tutto parte da un incidente, da un diverbio con la polizia, un'ingiustizia urlata, un atto intollerabile che potrebbe essere definito come la goccia che ha fatto traboccare il vaso. [Ma] sia nel caso della Tunisia che in quello dell'Egitto, molti vasi erano già traboccati” [2011: 22]. Prigione a cielo aperto per tunisini e migranti, la Tunisia prima della rivoluzione dei gelsomini era una cul de sac sociale. La chiusura delle frontiere aveva trasformato la Dysneyland dei turisti occidentali in un muro alle aspirazioni, spazio di esternalizzazione per le frontiere europee ove contenere il desiderio di tutte quelle generazioni che legittimamente volevano accedere all'istruzione o all'occupazione dopo secoli di impoverimento coloniale. L'esternalizzazione delle frontiere, la dittatura e la corruzione avevano a tal punto esacerbato la crisi che la Tunisia era diventata una gabbia senz'aria, fucina di inquietudini e repressione. La rivolta tunisina è stata lo slancio vitale con cui la cattività si ribella all'oppressione.

La risposta alla cattività non è scontata. Le disfunzioni generalizzate nella società occidentale sono precisamente sintomi dell'adattamento ad un sistema dysfunctional che genera malattia negli individui deformandone le relazioni in violenza. Al contrario, in Tunisia la rivolta è nata da un desiderio di riscossa fatto di rabbia. La rabbia è un impeto che eleva l'uomo vessato all'altezza della morte per sfidare il potere. In questo slancio l'individuo sprigiona una forza maestosa, intimidatoria. Ma lo slancio che nasce dall'esasperazione brucia. La rabbia brucia. Così bruciava Mohammed Bouazizi, venditore ambulante di frutta incendiatosi davanti alla Prefettura tunisina lo scorso dicembre. Mohammed bruciava in un'esplosione di dignità ed incendiava la rivolta.

In Tunisia, la rabbia è stata la prima espressione delle parole oppresse. Come un corpo che esce da un torpore decennale, la rabbia è stata la movenza ruvida con cui gli arti hanno rotto l'obbedienza. La protesta allora non era più marginale o secondaria: era la priorità di tutti. Alla ruvidità della rabbia son seguite le curve sinuose delle parole libere. “Immagina”, scriveva in quei giorni Taoufik Ben Brik su "Libération":

“Tunisi risona di mille dibattiti all'aperto [...]. Nell'aria, ce ne sono di colori, e di parole. Il paese ha il fascino di un grande caffé, di un grande teatro, di un hammam. Senza pena, nè vergogna, tutto può essere detto. In tutte le città e in tutti i villaggi si ascoltano finalmente chiacchiere e cicalecci, pettegolezzi e baccano, barzellette e battute. Il riso avvolge qualsiasi parola, si discorre per le strade, i viali, i suk...basta andare in qualsiasi bar, è come sentirsi su un palcoscenico, a destra e a sinistra o al centro, ovunque lo sguardo incontra gente che parla e si dà delle arie. È un apprendistato alla fraternità”.

In quel momento è avvenuta una cosa insperata, in quanto a partire da Tunisi le moltitudini hanno schiuso azione ed immaginazione. La cosa non è scontata: negli ultimi trent'anni il potere ha frustrato la fiducia costituente e diseducato alla parola incarnata, alla solidarietà corporea, alla fiducia nella possibilità. La riappropriazione della parola rimossa come processo collettivo non è cosa semplice. In Europa politiche come il Bologna Process hanno finalità precisamente opposte. La riforma europea dell'istruzione intende svuotare l'immaginazione collettiva, inibire la parola, aiutare il ripiegamento funzionalista delle masse all'austerità. Laboratorio antropologico distopico, negli ultimi trent'anni il potere ha assoggettato il linguaggio e lo ha reso produttivo, trasformando non solo la parola in competizione, guerra o violenza, ma in un significante vuoto. La comunità terribile, in questo contesto, è non solo frammentata, ma inibita. In tale contesto, la Tunisia ha risvegliato il senso di possibilità, aprendo ad un processo in erba di ispirazione transnazionale. Blanchot descriveva l'ispirazione come una sorta di uscita da sé, un distacco dalla propria dimensione che assume nei suoi scritti tratti quasi mistici. Oggi invece l'ispirazione stimola a un rischio azzardato, a una capriola pericolosa dietro cui si cela un'insperata grazia. Perciò è tanto lieve l'ispirazione tunisina: perchè ha risvegliato gli animi. Ecco che una tensione etica sino a quel punto assopita si è diffusa attraverso le frontiere.

In Cina, il Presidente Hu Jintao ha bloccato le conversazioni telefoniche, Internet e Twitter nel tentativo di arginare le proteste che attraverso il web in decine di città portavano la popolazione in piazza. La Cina, ultima frontiera continuamente infranta nel processo di abbattimento salariale e desertificazione sindacale della classe lavoratrice mondiale, ha risvegliato così in rete un corpo di protesta nel quale confluivano diritte le schiene delle giovani donne su cui per anni ha poggiato la riproduzione dell'economia occidentale. Poco fa che il governo Hu Jintao abbia in tutti i modi tentato di censurare e reprimere le manifestazioni: ciò che colpisce è il modo in cui l'ispirazione tunisina ha riacceso le speranze e i movimenti: “il popolo cinese ancora ha un sogno per il futuro”, diceva il sito di Watson Meng rivendicando la primavera cinese dei gelsomini. E mentre la Cina schiudeva corpo e parole, a Gaza i gelsomini ispiravano migliaia di giovani palestinesi a chiedere la riunificazione tra il movimento islamista che governa la Striscia e l'Anp di al-Fatah. “Basta con le divisioni”, dicevano. “In nome del popolo palestinese, dei martiri, delle vedove, degli orfani e dei familiari di quanti sono morti, delle migliaia di prigionieri nelle carceri israeliane e di tutti i palestinesi della diaspora, chiediamo a tutte le fazioni politiche di unirsi sotto la bandiera della Palestina”, dicevano i GYBO, sostenendo non una giornata della collera, bensì della riconciliazione. Così da Gaza a Ramallah, da Jenin a Nablous, in tutto il mondo arabo e in Brasile le banconote tornavano a dire “Free Gaza”, trasformando l'equivalente universale in parola dei popoli.

Che cosa sta avvenendo, dunque, in questi mesi? Che da Tunisi a piazza Tahir, dalla  Libia allo Yemen, dal Bahrein all'Algeria, il varco tunisino ha schiuso come ali le parole oppresse. “Il giorno in cui il popolo aspira alla vita / Il destino deve darsi una risposta / Le tenebre dissiparsi / E le catene spezzarsi”, scriveva Abou el Kacem Chebbi. Così l'ispirazione tunisina ha risvegliato la percezione di una possibilità: è questa la bella notizia. Non intendo affatto sottovalutare gli ostacoli che si frappongono ai popoli mediorientali o europei nell'azione coordinata verso un varco, né tantomeno negare la volontà repressiva che dalla Libia al Cairo ancora infiamma mortifera gli eserciti. Ciò che desidero fare è cogliere è il potenziale liberatorio dell'ispirazione. Il percorso a venire sarà lungo, concitato e difficile, ma la storia ha voluto ribadire che è possibile. In questa ispirazione vive la possibilità, ed è una possibilità nuova. Le moltitudini oggi: “abbisognano di una forma di unità, di un Uno”, scrive Virno. L’unità non è più qualcosa (lo Stato, il sovrano) verso cui convergere, come nel caso del popolo, ma qualcosa che ci si lascia alle spalle, come uno sfondo o un presupposto” [2001: 8]. Oggi l'unità è solidarietà costituente che si fa autogoverno. Questo abbiamo visto in Tunisia come in Egitto: in Tunisia come in Egitto non vi è più un leader, un capo, un partito. Vi è una rivoluzione senza ideologia o pianificazione: una “pagina di storia scritta giorno per giorno”, “una poesia che sgorga dal cuore di un poeta che scrive sotto dettatura della vita” [Ben Jelloun, 2011:15]. Sia dunque tortuoso il percorso a venire. Ciò che è certo è che anche negli abissi della storia c'è chi “sa sedersi sulla soglia dell’attimo dimenticando tutto il passato”, scriveva Nietzsche, e “stare ritto su un punto senza vertigini e paura” per produrre qualcosa in grado di rendere felice sè e gli altri. È sulla soglia dell'attimo che in erba attende impaziente il futuro. È lì che l'ispirazione vince gli eserciti, e schiudono in chiacchiere e cicalecci i mondi a venire.

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Una Risposta a Sulla soglia dell’attimo

  1. […] da ALFABETA2 “Il giorno in cui il popolo aspira alla vita / Il destino deve darsi una risposta / Le tenebre dissip… […]

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