a cura del Centro TraMe

John Foot ha dedicato e dedica tuttora le sue ricerche al nostro paese e alla sua storia recente nei suoi vari aspetti: dallo sport (Calcio 1898-2007. Storia dello sport che ha fatto l’Italia) alla storia delle città italiane (Milano dopo il miracolo. Biografia di una città) fino all’analisi delle vicende politiche. Nel 2009 ha pubblicato il libro Fratture d’Italia, in cui racconta le “memorie divise” sviluppatesi attorno agli eventi più importanti della storia del paese – dalla Prima Guerra mondiale fino agli anni di piombo – a partire dall’analisi di varie pratiche di memoria (targhe, monumenti, anniversari e commemorazioni).

[Nei mesi scorsi su AlfaBeta2 Slavoj Zizek e Alexander Stille hanno parlato dell’“anomalia Italia”. E su questa espressione è ritornato qualche settimana dopo Donald Sassoon sul Sole24Ore. Lei stesso apre il suo Modern Italy (2003) citando Peter Lange: Che cosa rende l’Italia un caso di difficile classificazione?. Tutto sommato gli inglesi a volte discutono ancora su quale nome usare per designare la loro nazione e per decenni hanno fatto i conti con l’IRA; gli spagnoli elaborano ancora il doloroso passato franchista, cercano di gestire forti spinte secessionistiche interne e qualche settimana fa hanno ricordato i trent’anni dall’ultimo tentato golpe militare; il Belgio sta attraversando una profondissima crisi politica che ne minaccia la stessa esistenza. E infine la riunificazione della Germania non sembra essere andata di pari passo con quella dei tedeschi.]

Allora, a 150 anni dall’unità, in che senso l’Italia rimane tra le nazioni europee l’anomalia di “difficile classificazione”?

In molti sensi, anche se naturalmente è sempre necessariovedere l’Italia in una prospettiva comparativa. Sono peculiarità italiane: la deficitaria legittimità dello Stato e delle istituzioni pubbliche (una sorta di permanente crisi di legittimazione, per citare Habermas), la tendenza al trasformismo politico, alcune questioni antropologiche legate al comportamento politico, la battaglia in corso tra la classe giudiziaria e quella politica, l’uso pubblico della storia, il potere degli intellettuali, il ruolo del clientelismo e del patronage, la crisi dello stato-nazione, il potere del crimine organizzato, il ruolo della società civile e della famiglia. Tutti questi elementi non sono esclusivi dell’Italia ma, messi insieme, rendono l’Italia “difficile da classificare”.

E poi abbiamo problematiche collegate alla storia, al passato e alla memoria (che sono il risultato di questi fenomeni, ma producono anche alcuni di essi). L’Italia è sempre stata un miscuglio di tutto questo, di tratti nord-europei e sud-europei legati alla politica e all’economia: l’Italia è mediterranea ma anche fortemente influenzata, nel Nord, da Austria e Svizzera. Tutte le culture e i regimi che hanno governato il territorio italiano hanno lasciato tracce. L’Italia stessa (negli ultimi 150 anni) è stata, in molti modi, solo una piccola parte di questa storia. Più importante di tutto, nel lungo termine, è il ruolo centrale della Chiesa Cattolica, in termini politici, economici e sociali. Un elemento che è stato messo in discussione solo per un breve periodo tra il 1848 e il 1929. Per citare Giovanni Levi, grazie al potere della Chiesa nei secoli “fu posto fondamento […] a un diverso tipo di rapporto antropologico con il potere. Due forme di autorità erano costantemente in lotta per la supremazia e nessuna chiara separazione di compiti o gerarchie fu stabilita. Sfere di azione e competenze furono confuse e sovrapposte l’una sull’altra e regole e principi furono spesso contraddittori. La relazione antropologica con il potere fu segnata da istituzioni deboli e da una cultura della clemenza, dell’assoluzione e dell’incertezza legale”.

Lei parla, rielaborando un concetto di Giovanni Contini, di “memorie divise”. Cosa intende con questa espressione e come questo concetto si applica a vari momenti della storia d’Italia?

Nel mio libro guardo a diversi tipi di memoria, pubblica (monumenti, anniversari, memorie ufficiali, commemorazioni) e privata. Quest’ultima può essere raccolta nella storia orale, nei diari, nei silenzi e così via. L’idea di una memoria divisa, per dirlamolto semplicemente, significa che ci sono divisioni relative alla forma e al contenuto della memoria. Su ciò che occorre commemorare e ricordare (e dimenticare) – su versioni di eventi, e sui fatti stessi – e su come commemorare questi eventi. Queste divisioni possono essere sottili (da differenti tipi di lutto, alla commemorazione dei morti, ai tentativi di tenere la memoria viva attraverso lo sfruttamento politico del passato), ma in alcuni casisono state anche estremamente violente – come nel periodo 1918-1922 (con scontri radicali sul significato e la memoria della Prima Guerra mondiale), dopo il 1945 con profonde divisioni relative alla Seconda Guerra mondiale, la Resistenza, l’occupazione nazista e poi con le memorie della violenza politica degli anni Settanta e Ottanta. Come ho sostenutonel mio libro, “si è rivelato estremamente difficile, se non impossibile, per qualunque sistema pubblico o privato creare consenso intorno al passato, o intorno ai modi di ricordare quel passato. Diversi gruppi – regionali, etnici o politici – hanno chiesto che le loro memorie fossero riconosciute. Eventi singoli, così come la storia in sé, sono stati interpretati in una sconcertante varietà di modi. Raramente lo Stato e altre entità pubbliche hanno istituito pratiche commemorative durature e comunemente accettate. Non c’è stata nessuna conclusione, nessuna ‘verità’, poca riconciliazione”.

Nel mio lavoro ho cercato di mettere insieme molti degli studi compiuti tra gli anni Ottanta e Novanta: da una parte delineo una teoria generale sulla memoria divisa, e dall’altra esprimo un approccio critico a questi studi, con una particolare attenzione alla memoria pubblica. Molte di queste divisioni sono state tenute a bada per un lungo periodo, almeno fino agli anni Ottanta se consideriamo gli studi sui massacri nazisti. Fu solo negli anni Ottanta e Novanta che gli storici cominciarono a prendere seriamente in considerazione le memorie divise e a dedicare la loro attenzione a storie e versioni del passato che erano scomode e difficili da capire. Per un lungo periodo le memorie divise furono ignorate, solitamente per ragioni politiche.

In un passaggio di Fratture d’Italia lei sostiene che “spesso dietro gli attacchi terroristici degli anni Sessanta e Settanta si celava un desiderio di vendetta” relativo a ciò che era accaduto tra il 1943 e il 1945. Si potrebbe affermare che il terrorismo di quegli anni fu anche il ritorno di un rimosso, quello dell’eredità fascista e della guerra civile? Si può cioè leggere il terrorismo di quegli anni anche come una patologia della memoria?

Penso che la memoria fu molto importante in quegli anni e giocò un ruolo nella natura violenta degli anni Sessanta e Settanta: la paura di un ritorno al fascismo, livelli molto alti di anti-comunismo, l’uso delle armi e dell’assassinio politico. Nulla era veramente passato. Era tutto molto vicino, e alcune persone di quegli anni erano ancora in circolazione. La memoria fu anche molto importante per la resa dei conti nel 1945-46, quando coloro che furono attaccati e uccisi furono spesso scelti specificamente per il ruolo che avevano avuto tra il 1919 e il 1926. La violenza nella storia d’Italia è stata raramente casuale, essa è stata sempre condizionatain maniera specifica e collegata alla politica, alla memoria e al passato. E la violenza ha prodotto violenza, portando a fratture radicali nei racconti del passato. In assenza di un’autorità (il sistema giudiziario, lo stato, gli storici) capace di fornire una versione del passato condivisa da una maggioranza di italiani, queste divisioni sono continuate per lunghi periodi di tempo. E sono state e tuttora sono anche un potente strumento politico.

Le reazioni seguite all’esito del processo sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia e le commemorazioni del 2010 per i 30 anni delle stragi bolognesi hanno messo in evidenza quanto la stagione terroristica continui a dividere gli italiani. Alcuni propongono una “soluzione sudafricana” che faccia piena luce su quegli anni permettendo l’apertura degli archivi e le confessioni dei responsabili delle stragi. Cosa ne pensa?

Credo che sarebbe una buona soluzione, ma molto difficile in Italia perché entrambe le parti tendono a rimanere legate alla propria ‘verità’, così che qualsiasi tribunale di questo tipo sarebbe soltanto un luogo in cui le due parti ripeterebbero semplicemente la loro propria versione del passato (come accaduto con le Commissioni Parlamentari di inchiesta). Una delle caratteristiche del “caso italiano”, come dico nel mio libro, sta nel compromesso sulla memoria divisa creato attraverso una accettazione della divisione, e non attraversoun compromesso sulla verità o attraversol’accettazione da entrambe le parti di una versione del passato. Cos’è la verità in Italia? Ci sono molte verità, come Tim Parks ha detto recentemente, “la risposta italiana normale a qualsiasi denuncia di circostanze o opinioni che danno fastidio agli italiani è semplicemente il negarne la realtà. Se hai potere, censuri la denuncia o, meglio ancora, la elimini; se non hai potere, la ignori e cerchi di assicurarti che tutti gli altri facciano la stessa cosa. Molta parte di quello che sembra misterioso della politica italiana agli stranieri può essere spiegato, almeno in parte, attraverso questo elemento” (1).

In questo contesto tuttavia anche le altre nazioni giocano un ruolo importante e spesso incomprensibile per il cittadino comune. La Francia ha per anni protetto i terroristi rossi seguendo e a volte distorcendo la “dottrina Mitterrand” (sconfessata solo parzialmente dopo gli attentati dell’11 settembre); il Giappone ha protetto un terrorista nero come Delfo Zorzi concedendogli addirittura la cittadinanza; ora il Brasile non permette l’estradizione di Cesare Battisti. Secondo Giorgio Napolitano “è mancato qualcosa alla nostra cultura e alla nostra politica per trasmettere, e far capire davvero, il senso di ciò che accadde in quegli anni tormentosi del terrorismo”. Che ruolo gioca l’”anomalia italiana”, così come viene percepita all’estero, nell’atteggiamento delle istituzioni di queste nazioni verso il nostro paese nel momento in cui si ritorna sulle vicende di quegli anni? E il difetto di trasmissione di cui parla Napolitano è forse legato, alla sua origine, alle memorie divise che lei ha esaminato?

La memoria divisa gioca un ruolo fondamentale qui, e penso agli enormi dibattiti sulla ‘verità’ e il caso Battisti nelle settimane scorse. Il periodo del terrorismo è difficile da spiegare e il modo in cui è stato discusso da storici, giornalisti, politici e protagonisti di quei fatti è stato fortemente politicizzato e funzionale a creare separazioni. È ancora un periodo ‘aperto’ e in cui ‘due verità’ si scontrano sudiversi aspetti di quel passato (verità giuridiche, verità politiche) e quindi dove le memorie sono profondamente divise.

Per riferirmi ancora al mio lavoro: “per gli storici l’Italia fornisce un ricco e complesso caleidoscopio di dibattiti sul passato: il nostro compito non è quello di individuare teorie dominanti o conclusioni che sopprimano queste visioni e narrazioni in competizione tra loro, bensì di capire, spiegare e studiare come nel tempo il passato sia stato vissuto e narrato. È questa la vera materia della storia, e senza queste esperienze, per quanto contraddittorie o scomode possano essere, il nostro lavoro non ha alcun senso”.

In Fratture d'Italia si sofferma molto anche sulle “memorie di frontiera” e in un passaggio afferma che nelle regioni nordorientali “l'attivismo politico era vissuto come una battaglia della memoria”. Un passaggio che sembra illuminare la recente polemica tra il Presidente della Repubblica e il Presidente della Provincia autonoma di Bolzano sui festeggiamenti per il 150° dell’Unità d’Italia e le recenti discussioni in occasione della giornata del ricordo delle vittime delle foibe, così vicino al giorno della memoria della Shoah. E sembra anche parlare del caso Bondi: il Ministro della Cultura, sfiduciato dall’opposizione per i crolli di Pompei, è stato salvato dai voti della SVP in cambio di precisi impegni sul restauro del monumento della Vittoria di Bolzano. Ci può spiegare meglio qual è la peculiarità di queste regioni e le modalità in cui, in questi contesti, si fa uso o abuso politico della memoria?

C’è una lunga discussione, nel mio libro, sull’importanza delle memorie ai confini dell’Italia. Lì, a Bolzano e Trieste, le memorie sono state una parte cruciale della battaglia politica, che in quelle aree ha anche a che fare con l’etnicità e l’identità nazionale (e perciò ha una dimensione aggiunta, dove nazionalità e linguaggi sono stati al tempo violentemente soppressi dal fascismo o dal comunismo). Perciò a Trieste ci sono dibattiti che durano da tempo su come ricordare le foibe, la Shoah, l’esodo e la soppressione razziale di sloveni e altri diversi gruppi. Questi dibattiti hanno giocato un ruolo chiave fondamentale nella vita politica in tutto il periodo del Dopoguerra. A Bolzano italiani e germanofoni si sono scontrati sul passato fascista, sulle origini dello Stato come anche sui diritti alla lingua e all’uso dello spazio urbano. I monumenti fascisti, messi lì da Mussolini per dividere, sono stati al centro di questi dibattiti e sono usati politicamente per rinforzare le identità e “surriscaldare” le divisioni. Gli esempi che cita sono solo gli ultimissimi di una lunga serie di discussioni tutte simili. La memoria, i monumenti e le commemorazioni a Bolzano e Trieste sono fortemente politiche per questa ragione.

Vorremo chiudere in questo senso con una riflessione sull’etica della memoria. Se è vero che la memoria è sempre costruzione e narrazione del passato a partire da uno sguardo situato e connotato dal punto di vista identitario, qual è il discrimine etico che ci permette di individuare un abuso politico della memoria?

La tendenza in molta della letteratura sulla memoria è vedere la memoria come ‘buona’ e l’oblio come ‘cattivo’. C’è molta retorica all’interno delle discussioni sulla memoria, specialmente, penso, in Italia. Spesso sono usate frasi come “abbiamo perso la nostra memoria”, “non abbiamo più memoria”, “ogni cosa è stata dimenticata” e l’implicazione è che ‘noi’ (chi?) abbiamo bisogno di ritornare alla ‘nostra memoria’ (quale?) per essere una nazione autentica o un paese moderno nel vero senso del termine.

Ho molti problemi con questo tipo di ragionamento o di strategia retorica. Certamente discutere del proprio passato è una pratica sana e segno di democrazia. Quando c’è solo una versione del passato si ha una tendenza all’eliminazione del dibattito politico e storico. D’altra parte però dimenticare è centrale per superare il trauma. La chiusura di momenti storici specifici è assolutamente necessaria. In Italia, questa chiusura si genera non attraverso l’elaborazione di una versione condivisa del passato, ma attraverso la proliferazione di memorie (giorni della memoria, doppie lapidi, commemorazioni parallele e così via). La memoria non è buona in se stessa. Ogni memoria o tipo di memoria ha bisogno di essere discussa e compresa nel suo contesto storico. I giudizi politici e morali sono una cosa diversa e non possiamo semplicemente eliminare le memorie perché non ci piacciono. Questo è un errore che la sinistra ha fatto dopo il 1945e continua a fare tuttora.

.

Share →

8 Risposte a 150 anni di memorie divise – Dialogo del Centro TraMe con John Foot

  1. Mario Gamba ha detto:

    quando l’indagine storica è noia. la lotta armata degli anni ’70 (e le lotte sociali insurrezionaliste di un decennio non si sa dove siano, chi le ha viste? lui no e chi lo intervista, temo, neppure) osservata come prosecuzione della resa dei conti del ’45! nel frattempo non è successo niente. niente di molecolare. il lunghissimo ’68 italiano – è stato il più lungo perché gli italiani sono barbari? perché “non hanno il senso dello stato”? certo, i rivoltosi italiani (e francesi e tedeschi) già nei primi giorni del ’68 avevano così chiare le idee sullo stato da gridare “lo stato borghese si abbatte non si cambia” – ignorato come processo sociale di trasformazione. rivoluzione sconfitta? ma cari miei, dice Deleuze, le rivoluzioni perdono, l’importante è essere rivoluzionari. la memoria dovrebbe essere condivisa? e perché mai? ha ragione su un punto Foot: la memoria non è mica una cosa neutra, bisogna interpretarla dice lui, ma il sospetto che i cittadini ribelli abbiano una memoria precisa delle stragi italiane di stato e i rappresentanti dello stato dell’epoca e successive ne divulghino una diversa, non gli viene. che memoria hanno gli americani dell’assassinio di Kennedy? quali americani, come collocati nella società e nella politica? che memoria hanno gli americani dello strapotere negli Usa per lunghi periodi della mafia (rapporti anche con le presidenze)? quali americani? che cosa li unisce, che cosa ne fa un “paese non anomalo” in ciò? che fanno finta di non saperlo e intonano l’inno con la mano sul cuore come, finalmente, hanno imparato a fare gli italiani patriottardi della sinistradestra? ma vari cineasti americani e vari scrittori americani non fanno finta. casomai, sarebbe bello chiedersi perché gli scrittori e i cineasti italiani di oggi siano così “anomali” (o inetti?) da non riuscire a metter su un’opera ragguardevole sulla grande rivolta italiana e sulla lotta armata italiana e si occupino così tanto della famiglia. mentre la famiglia va in frantumi anche qui in italia, finalmente. a meno che non vinca la sinistradestra, impegnata nella restaurazione preventiva.

    • Caro Mario Gamba,
      cerco un po’ di rispondere alle sue riflessioni, cominciando dalla indagine storica (e provando a tralasciare la noia).

      1. L’indagine storica (quella noiosa) di cui si parla è una indagine di storia della memoria: si tratta di capire come si evolve la narrazione dei fatti del passato nei gruppi sociali, come essa varia e si riarticola, come degli eventi mutano di significato nel tempo, come vengono diversamente manipolati e come cadono nell’oblio o dall’oblio riemergono improvvisamente. E soprattutto come eventi del passato vengono riutilizzati per giustificare e motivare azioni del presente.

      2. In questo senso quando si parla di continuità tra Resistenza, immediato dopoguerra e anni ’70, lo si fa proprio in un quadro di storia della memoria, in cui è spesso più importante la “temporalità percepita” (o costruita) dei soggetti che quella “cronologica” dei calendari. In quegli anni, e questo lo può rilevare lei stesso leggendo i testi di alcuni terroristi (e alcune ricerche accademiche, come quelle dell’Istituto Cattaneo di Bologna), chi era nella lotta armata percepiva il proprio agire in continuità con la Resistenza (o con i repubblichini). Un artista che spiega questo molto bene è Marco Bellocchio in “Buongiorno, notte” (che credo sia una delle opere ragguardevoli, che lei forse non riconosce, su quegli anni). Bellocchio in quel film fa vedere bene, più di qualsiasi ricerca accademica, come un potentissimo strumento simbolico per i gruppi fosse proprio il recupero e la manipolazione della memoria del movimento partigiano. Forse nell’intervista non è chiaro, ma è in questo senso che si accostano i due periodi storici: non nella logica della temporalità storica delle cronologie ma nella logica di un “tempo ricordato” che funziona per i soggetti, a trent’anni di distanza dalla fine della guerra, come giustificazione simbolica dell’azione (in questo senso il “desiderio di vendetta” è proprio una passione della memoria, poiché è di colui che è incapace di dimenticare/perdonare o che “ricorda troppo”).
      Questi fenomeni sono sempre presenti a diversi livelli e per diverse ragioni: per farle un esempio recente se lei fosse stato presente a Bologna il 12 marzo nel corteo che commemorava i 34 anni della morte di Francesco Lorusso avrebbe visto ragazzi di 20 anni gridare slogan in cui chiedevano vendetta per “il loro compagno ucciso” (Lorusso). Quei ragazzi non sono così cretini da non percepire la distanza cronologica che li separa da quei fatti, tuttavia la loro vicinanza emotiva supera il limite del calendario e permette loro di fare memoria di quegli eventi come se li avessero vissuti in prima persona.

      Sul resto delle sue riserve credo che il testo si difenda da solo, non certo auspicando versioni monolitiche del passato.

      Mi pare, al di là dell’intervista, che sugli anni Settanta ormai si faccia molta confusione, e mi pare che questo sia evidente anche nel suo commento. Mettere insieme, come recentemente si fa, terrorismo, movimenti per la difesa dei diritti civili e in alcuni casi persino fenomeni criminali spesso sotto l’ombrello della “gioventù degli anni Settanta” (si veda in casi recenti per esempio i vari romanzi criminali, Vallanzasca o alcune dichiarazioni di Placido), sia un’operazione politica suicida.

      Avendo trent’anni so che verrà usato contro di me l’argomento per il quale “chi non ha visto o vissuto o partecipato a quei movimenti non è titolato a parlarne”, come sembra suggerire lei.
      Chapeau ad alcuni di quelli che hanno partecipato e combattuto in quegli anni, ma quest’argomento è sconfortante. E lo dico sia da studioso (non mi pare che per scrivere della Rivoluzione Francese si debba necessariamente essere stato un sanculotto o che Jacques Le Goff per scrivere di Medioevo abbia avuto una stretta frequentazione con Goffredo di Buglione) sia da trentenne. Dire a chi non c’era in quegli anni di non essere titolato a parlarne mi pare un argomento vagamente conservatore.

  2. Ennio Abate ha detto:

    “E la violenza ha prodotto violenza, portando a fratture radicali nei racconti del passato. In assenza di un’autorità (il sistema giudiziario, lo stato, gli storici) capace di fornire una versione del passato condivisa da una maggioranza di italiani, queste divisioni sono continuate per lunghi periodi di tempo.”

    E meno male che la memoria non è condivisa!
    Bel modo di festeggiare il 150esimo del Risorgimento!
    Risorgimento dell’Italia o del colonialismo?

    A me è venuta in mente questa:

    RISORGIMENTO

    Ave, Risorgimento!
    Io sul tuo 150tenario
    non ti mento
    e perciò…
    RISORGI,
    MENTO!
    Tondo, prominente bubbone
    monumento
    e certo documento
    della faccia di merda
    di questo popolo defunto
    che col suo parlamento
    si bea d’essere italiano
    per andare a servire
    l’amerikano
    contro il solito Hitler
    stavolta africano.

    Cordiali saluti
    E.A.

  3. Flavio Pintarelli ha detto:

    Mi permetto di segnalare all’intervistatore un inesattezza riscontrata in una delle domande. Nel riportare l’incresciosa vicenda del (non)voto di scambio con cui la SVP ha consentito a Bondi di superare la mozione di sfiducia, si dice che in cambio il suddetto partito abbia ottenuto dei restauri al Monumento alla Vittoria. Questo è inesatto, perché in cambio dell’astensione dei parlamentari altoatesini, Bondi ha promesso la rimozione di tutta una serie di monumenti di epoca fascista e non. Il che è del tutto differente da un restauro. Cchi volesse approfondire la questione può farlo leggendo questo articolo http://larottaperitaca.wordpress.com/2011/01/27/le-incredibili-iconoclastie-di-bondi-e-dellsvp/
    Mi complimento inoltre per la bella intervista ad uno storico capace di riflessioni molto interessanti.

    • daniele salerno ha detto:

      Caro Pintarelli, grazie mille per la precisazione oltre che per i complimenti.
      Come lei dice nel “pacchetto regalo” dell’ormai ex ministro Bondi erano previsti diversi interventi di rimozione fisica di alcuni monumenti di epoca fascista. Nel “pacchetto” era tuttavia prevista anche la sospensione momentanea del restauro del Monumento alla Vittoria, avviato dal Governo nel 2009, al fine di rinegoziare tutti gli interventi previsti e condividerli (può trovare qui il comunicato stampa di Bondi: http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Comunicati/visualizza_asset.html_254898603.html). Come lei giustamente dice il “restauro” non è ovviamente una rimozione fisica. Ma tra le scelte di “restauro” (che non è un semplice “ritorno alle origini” del monumento) ci sono delle scelte che riguardano proprio la rimozione, la valorizzazione o la non-valorizzazione di alcuni elementi del monumento, assecondando così nuovamente esigenze politiche presenti.
      Ci si è concentrati sul caso del monumento alla Vittoria perché John Foot nel suo libro ne traccia le vicissitudini molto efficacemente.

  4. Mario Gamba ha detto:

    chi non c’era non può pronunciarsi? ma salerno parla con me? temo che sbagli indirizzo. mai avuto a che fare con questa tesi aberrante nel mio ruminare pensieri. e nelle noterelle senza pretese qua sopra non la trovo proprio, questa tesi. ma non è una tesi: è una curiosa voluttà di salerno di essere privato del diritto di parola causa giovane età. ma quando mai! poi io sarei un idolatra della cronologia. e pensare che ho pubblicato un libro nel quale Sun Ra (periodo 1955-1980) e il Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza (metà anni ’60) li considero nostri contemporanei. strettissimi. proprio vicini. compagni di strada, oggi. come lorusso: trovo molto saggi i ragazzi ventenni di bologna che lo nominano come loro compagno. lo è. compagno d’elezione. una scelta. ne fanno altre (il precariato diffuso cerca una strada politica) più significative. brigatisti veteroresistenziali? mah! ho la quasi convinzione che ciò che c’era di fluido e trasformativo (poi c’erano anche stupiderie regressive tipo il matrimonio comunista dell’unione, ecc.) abbia riguardato anche loro, i br, e a maggior ragione i guerriglieri di varia ispirazione e cultura dei ’70 italiani. qualunque cosa si dica oggi, anche da parte di parecchi “reduci”, per tagliare netto tra lo spirito del ’68 e la guerriglia dei ’70. mi dispiace un po’ che bellocchio abbia messo belle cose nel suo film (moro, il padre?) e abbia dipinto i brigatisti come farebbe più o meno un qualunque commentatore del tg2. tra il ’45 e gli anni ’70 non è che si sono mosse le lancette dell’orologio: è cambiata la testa di tante persone persino nella landa italiana. io parlo di fenomeni molecolari. di loro si sente la mancanza nell’intervista. l’ideologia resistenziale è stata coltivata da molti partecipanti alla grande rivolta, anche qualche autonomo aveva il mito dei gap. non credo che c’entri molto col “regolare i conti del ’45”, sia pure in senso nobile, perché alla faccenda della vendetta , con tutto il simbolico che si vuole, io non penso proprio. ma mi scuso con salerno: con le deduzioni sul profilo di un paese e delle sue genti basate sulla memoria ho poca pratica. ricordate gli Skiantos? “sono un tipo senza storia/m’han fregato la memoria”.

  5. […] italiano (Rizzoli, 2011 – 410 pp.), lo storico inglese John Foot (ricordiamo l’intervista di TraMe per Alfabeta2) ripercorre la storia di questo sport in Italia, il cui esatto luogo e momento di nascita sembra […]

  6. […] (Articolo pubblicato on-line sul sito di “AlfaBeta2” il 15 marzo) […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi