Intervista a Maurizio Landini a cura di Francesco Raparelli

Sergio Marchionne viene presentato dall’informazione mainstream e dalla politica quasi al completo come un grande innovatore. Di converso la Fiom – seguendo la litania – risulta una forza ideologica e conservatrice incapace di fare i conti con le trasformazioni del mondo presente e con la crisi. Ci aiuta a demistificare questa retorica e a comprendere più nel dettaglio il carattere distruttivo del «modello Marchionne»?

Basta ricordare la Fiat con questo accordo… Se la Confindustria non applica il contratto di lavoro nazionale impedisce ai lavoratori e alle lavoratrici di votare per potere eleggere i propri delegati, in più toglie la possibilità alle persone di poter contrattare la propria condizione di lavoro limitando il diritto di sciopero fino al licenziamento, non pagando i primi giorni di malattia, aumentando lo straordinario obbligatorio e rendendo l’orario di lavoro uno strumento totalmente in mano alle imprese, totalmente discrezionale nel suo uso. Quello che viene fuori è che in primo luogo un’azienda ha in questo modo un totale utilizzo della prestazione lavorativa e che in generale vengono negate le libertà. Non c’è un attacco solo alla Fiom e alla Cgil, ma all’idea stessa di sindacato confederale e alla libertà della contrattazione nei luoghi di lavoro.

Ma cosa risponde, però, a chi dice che il sindacato italiano è una forza ideologica e conservatrice?

Sono pure sciocchezze, noi siamo di fronte a un ritardo dell’industria italiana che è dovuto innanzitutto al fatto che si è investito poco e delocalizzato molto. Basta ricordare che non esiste una politica industriale degna di questo nome, al contrario di Francia, Germania e degli stessi Stati Uniti che hanno orientato investimenti pubblici e che hanno fatto interventi. Siamo di fronte alla totale assenza, anzi il governo in Italia ha deregolamentato ancor di più il lavoro dicendo che vuol cancellare lo Statuto del lavoratori, aumentando la precarietà. Ci troviamo di fronte al fatto che l’arretratezza e i ritardi dei sistemi produttivi e industriali del nostro paese nascono da una scarsa qualità dei prodotti, da una scarsa innovazione, dai tagli fatti sull’Università; e quindi l’idea che viene avanti è un’idea di competitività giocata sui diritti e sui salari: c’è il rischio vero che l’Italia competa con la Polonia e con la Serbia e non con la Francia, la Germania e gli Stati Uniti.

La Fiom è stata l’unica forza sindacale a respingere l’offensiva della Fiat, laddove gli altri sindacati, tanto a Pomigliano quanto a Mirafiori, hanno deciso di firmare. Con la violenta ridefinizione delle relazioni industriali che sta imponendo Marchionne, e che Cisl e Uil – oltre a Sacconi – sostengono, cosa diventa il sindacato? Quale funzione vuole attribuirgli la tempesta ultraliberista italiana?

Il «modello Marchionne» è un modello ancora più estremo, pensa a un sindacato aziendale corporativo che non ha una propria autonomia perché assume i bisogni delle imprese come bisogni assoluti e che di fatto cambia natura perché non c’è più un sindacato confederale, non ci sono più diritti generali che le persone hanno a prescindere dal luogo di lavoro. Credo che questo dovrebbe far riflettere perché è contro la storia sindacale del nostro paese e dovrebbe far riflettere anche le altre componenti che, sbagliando, hanno accettato un ricatto; tra l’altro non si capisce bene dove la Fiat voglia andare perché il piano industriale nessuno lo conosce e perché il rischio concreto è quello di spostare teste e produzione negli Stati Uniti e non di rafforzare le produzioni in Italia. Nel settore dell’auto è molto importante l’innovazione: occorre fare motori che inquinino meno, ci vorrebbe l’auto elettrica, insomma un’idea diversa della mobilità e su tutto questo versante non c’è assolutamente alcuna discussione. Insisto nel dire che in questo modo si rischia che pezzi importanti delle Fiat non vengano più prodotti in Italia e che ci sia un depotenziamento delle attività produttive dell’auto.

Si può provare a riassumere dicendo che il modello proposto – o meglio imposto – sia quello statunitense, a livello delle relazioni sindacali e industriali?

Mah…in realtà usano un modello che là è saltato. Una delle ragioni per cui è andato in difficoltà è proprio perché non c’è il contratto nazionale e questo ha permesso a tanti nuovi produttori di mettere in discussione i diritti che avevano i dipendenti nelle grandi aziende.

Il fatto che non c’è uno stato sociale comporta che quando entra in crisi l’azienda, il lavoratore si trova non solo senza lavoro, ma anche senza pensione e sanità. In realtà una delle ragioni del modello della crisi statunitense è questo. Pensare di importare oggi la cosa peggiore di quelle realizzate lì credo non porterà proprio da nessuna parte. Non dimentichiamo poi che c’è un problema democratico grande come una casa, siamo di fronte al fatto che i lavoratori sono stati messi sotto ricatto e che non hanno potuto esprimere un parere libero. Mi pare che nonostante questo sia evidente a tutti che il consenso tra i lavoratori e le lavoratrici della Fiat e quello che vuole fare Marchionne non ci sia. Sarebbe saggio da parte della Fiat riaprire una vera trattativa che abbia il reale consenso di chi lavora nei suoi stabilimenti, anche perché alla lunga le fabbriche senza il consenso di chi ci lavora non funzionano.

A questo punto dato il risultato sorprendete del referendum, nonostante le condizioni ricattatorie che lei giustamente ricorda, sconfitta l’ambizione plebiscitaria della Fiat, rimane il problema di capire cosa accadrà concretamente nel prossimo futuro. Quali saranno le mosse della Fiom utili a definire un nuovo rapporto di forza e la riapertura della trattativa?

I lavoratori devono sapere che non sono soli ma soprattutto, siccome questo modello rischia di estendersi e di diventare il modello standard nel nostro paese, è necessario che le imprese sappiano che se seguono questa strada si aprirà una fase di conflitto e soprattutto che non avranno mai il consenso dei metalmeccanici che ci sono nel nostro paese; inoltre riteniamo che quell’accordo viola molte norme legislative italiane ed europee e anche diversi principi costituzionali, per cui abbiamo intenzione – insieme all’iniziativa sindacale che metteremo in piedi – di valutare anche tutte le strade giudiziarie possibili per impedire che l’accordo venga applicato.

Però è evidente che la bocciatura di questo accordo è già avvenuta in fabbrica e che va sancita anche a un livello altro, oltre quello giudiziario.

È chiaro, quello giudiziario avviene sempre in Italia se un’azienda non applica il contratto o viola la legge, in questo caso il diritto al lavoro. In tribunale noi andiamo normalmente, non è che facciamo in Fiat cose diverse da quelle che si fanno nei confronti delle imprese che violano le leggi.

Siamo di fronte a cose gravi e su questo noi agiremo con l’azione sindacale, ma proseguendo anche nella singola fabbrica, con tutte le difficoltà che ci sono, ma con la determinazione che deriva dal fatto che i lavoratori della Fiat – anche di quelli che hanno detto sì, e che l’hanno chiaramente detto per paura e per ricatto – non condividono questo modello e questo ci dà la forza per continuare.

Spostiamo lo sguardo. Il movimento degli studenti che è esploso in questi mesi, che ha avuto un’estensione euromediterranea – da Londra a Roma, da Parigi a Tunisi – non si è limitato a difendere l’università pubblica e più in generale il welfare state, ma ha posto con forza al centro dell’attenzione il problema dell’assenza di futuro per un’intera generazione, generazione largamente scolarizzata ma più povera di quella che l’ha preceduta. In questo quadro è emersa la pretesa di un nuovo welfare e di un reddito di cittadinanza in grado di respingere il ricatto della precarietà. Ritiene possibili saldare, oltre il piano della solidarietà (intendiamoci, necessaria!), la battaglia condotta dagli operai Fiat e più in generale dalla Fiom in difesa del contratto nazionale con le rivendicazioni studentesche e precarie che chiedono nuovi diritti?

Credo che la lotta dei metalmeccanici fa i conti con un modello di sviluppo, con un modello sociale che si è affermato e che ha condotto all’attuale crisi; credo che la precarietà sia una delle tante condizioni create dall’attuale modello sociale che oggi è andato pesantemente in crisi, così come la redistribuzione della ricchezza a danno di chi lavora, a danno degli studenti e delle famiglie più povere indica che questo modello va cambiato: è necessario rimettere al centro il lavoro, i diritti. Il movimento sindacale e le forze politiche devono porre il problema del reddito di cittadinanza. Non lo penso come un reddito generalizzato, penso a un reddito che permetta anche ai figli degli operai di poter studiare, a un reddito che affronti il problema della formazione, in modo da evitare il ritardo sulla precarietà; sono tutte tematiche nuove che vanno affrontate. La precarietà va combattuta: non ha senso avere trenta rapporti di lavoro, il contratto a tempo indeterminato deve rimanere la regola fondamentale.

È possibile dire che è saltata la dicotomia tra lavoro garantito e lavoro precario? Sembra che la precarietà stia varcando i suoi originari confini...

Ho sempre pensato che questa contrapposizione fosse una sciocchezza pura perché il lavoro garantito non è mai esistito, vedi cosa sta accadendo in Fiat oppure nelle migliaia di fabbriche che chiudono, che vengono ristrutturate o che licenziano; è evidente che da questo punto di vista combattere la precarietà significa da un lato ribadire la centralità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato e dell’altro ripensare a un modello dove l’obiettivo della piena occupazione, di un lavoro di qualità torni a essere un problema di fondo.

Lei ha spiegato in più occasioni che la difesa del contratto nazionale è in primo luogo difesa della democrazia. Ritiene corretto dire che dentro la crisi si sta affermando una separazione tra comando capitalistico e democrazia, e che la crisi abbia azzerato la possibilità di rispondere efficacemente attraverso misure riformiste tradizionali (pensiamo alle ricette neokeynesiane)? Come si risponde a questi processi e come si inventano nuove pratiche di democrazia?

Che si stia affermando nel nostro paese e in tutta Europa una spinta autoritaria mi pare evidente da ciò che sta accadendo: quando nei luoghi di lavoro viene negato il diritto di scioperare o di eleggere i propri delegati è chiaro che ciò che sta cercando di passare è un modello autoritario che dai luoghi di lavoro si estenderà anche fuori. Il punto nodale che deve essere assunto radicalmente è quello di estendere la democrazia e di praticarla perché questo vuol dire assumere una pratica non violenta e vuol dire far diventare questo un diritto per ogni singolo lavoratore e cittadino, introducendo anche elementi di novità nella tradizione della storia delle organizzazioni sindacali e politiche.

Dopodiché credo che in una situazione del genere ci sia bisogno di ripensare anche l’intervento pubblico, cioè modificare il modello sociale attuale investendo sulla ricerca e riaprendo una discussione sulla sostenibilità ambientale delle produzioni; tutto ciò non avviene lasciando fare solo al mercato, lo Stato deve orientare la qualità dello sviluppo e creare delle leggi in grado di abbracciare una dimensione non più locale ma europea e rendendo così possibile una globalizzazione che non sia solo una globalizzazione dei mercati, ma che diventi anche un processo nel quale c’è un’estensione dei diritti della persona, della democrazia e anche della qualità sociale del vivere.

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Una Risposta a La nuova alleanza

  1. […] Queste aperture sono evidenti nel dialogo tra Landini e Gallino su Micromega di gennaio e nell’intervista a Landini pubblicata su Alfabeta 2 di marzo (ma anche in altri occasioni: per esempio la partecipazione di […]

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