Fausto Curi

Il femminismo, quello serio, è troppo serio per essere in questione. Il femminismo, o meglio, per essere più chiari, l’idea alta della donna che molti di noi hanno elaborato negli ultimi decenni è troppo seria, importante e salda perché basti il comportamento deplorevole di un gruppo di deputate e senatrici a gettarvi addosso delle ombre. Un’idea alta, che non vuol dire un’idealizzazione, o, peggio, una trasfigurazione. Vuol dire rispetto, riconoscimento della dignità, pacifico riconoscimento di uguali diritti e di uguale importanza sociale. Pure, quel comportamento deplorevole, fatto di inerzia, di silenzio di fronte alla sopraffazione e all’ingiustizia nuovamente perpetrate dal proprio padrone, inquieta, turba, forse più di quanto inquietano e turbano altri comportamenti indecenti in questa Italia ormai ridotta a un bordello, quando non a un letamaio. Perché torna a esibire la donna come oggetto, come corpo mercatabile, come cosa agevolmente acquistabile in quanto priva di consapevolezza, sensibilità e volontà propria  A pensarci bene, se c’è ragione di dolersi, non c’è affatto ragione di stupirsi, giacché la principale operazione compiuta da Berlusconi è stata quella di introdurre il mercato nella politica e nello Stato italiani. Si compera, dunque ci si vende. Si acquistano uomini, donne, istituzioni, leggi. E bisogna essere culturalmente molto arretrati, o venire molto facilmente a patti con la propria coscienza, per credere che vendere la propria dignità e la propria libertà di pensiero sia diverso da vendere il proprio corpo. Un unico merito ha Berlusconi, se merito lo si può chiamare: aver palesato che, quando si tratta di mercato, non vi è differenza fra corpo e anima.

A dire il vero, un altro merito sarebbe giusto riconoscergli: aver riportato in auge, fra politica e vita privata, alcune delle principali maschere del teatro comico, indossando i panni al tempo stesso dell’autore e del personaggio. Un Plauto, o un Molière, degradato e involgarito. Non senza apporti di Petronio: chi, meglio di Berlusconi, potrebbe incarnare Trimalcione, che, non dimentichiamo, è un parvenu ricco e grossolano amante dei festini? Per il resto, ci sono tutti: il vecchio ricco e libidinoso, la giovane puttana, la ruffiana petulante, il bardassa attempato (e, nel caso, occhialuto), l’astuta servetta, il poetastro, il musico. A ben guardare non manca neppure il miles gloriosus, sebbene alquanto fascistizzato. Un teatro sospeso fra tragedia e farsa, tra sfarzo pacchiano e desolato squallore.

Già Dante, da reazionario onesto e lucido qual era, e da buon realista, aveva visto e indicato con chiarezza i vizi che affliggevano la politica del suo tempo. Senza poter immaginare che, a distanza di secoli, gli stessi vizi, ingigantiti, avrebbero nuovamente mortificato l’Italia: “...Ed un Marcel diventa / ogni villan che parteggiando viene”. Di simili “villani” che sono diventati, o credono di essere, dei “Marcelli” oggi è piena la politica italiana. E hanno, questi “villani” malripuliti, puzzolenti di corruzione e ignoranti, un’unica consapevolezza: sanno bene che, cadendo Berlusconi, non avranno scampo: oltre il potere, grande o piccolo, di cui dispongono, e la spocchia, perderanno ricche prebende e soprattutto un insostituibile risalto mediatico. Torneranno a essere i “villani” che erano: l’avvocaticchio, il mediconzolo, il geometra che non è riuscito a diventare ingegnere,  il disoccupato arraffone. E Scilipoti.

Dalle deputate e dalle senatrici di cui si parla si sarebbero voluti - se non ribellione - sdegno, riprovazione, rivendicazione della dignità propria e di tutte le donne. Che non vi sono state. D’altro canto, perché avrebbe dovuto esservi oggi ciò che avrebbe dovuto manifestarsi già anni or sono, e non si è manifestato? Di fronte al mercato che si fa oggi della donna, di fronte al mercato che si è fatto e che si fa di loro stesse, deputate e senatrici non hanno nulla da dire, tacciono, non si sa se per connivenza o per insipienza o per viltà. Non una ha preso la parola. Chi lo ha fatto ha finto di credere che il corruttore sia un perseguitato, una vittima. Aggiungendo così menzogna a viltà. Davvero dovremmo pensare che queste donne  prive di coraggio e di libertà di pensiero rappresentano le donne italiane?

Perché non tolleriamo in una donna ciò che mal tolleriamo, soltanto mal tolleriamo, in un uomo? Perché ci indigna il fatto che un parlamentare rinunci a pensare con libertà e dignità e si genufletta al suo capo, ma ci indigna molto di più se è una parlamentare a farlo? Tutto dipende da un’annosa tradizione, per la quale nei rapporti e nelle funzioni sociali alla donna poco si è concesso e molto si è chiesto: molto lavoro domestico e materno, molti sacrifici, pochissima autonomia, poche possibilità di autorealizzazione. Molti obblighi, pochi diritti. La cattiva coscienza maschile, quando si è manifestata, è stata prontamente messa a tacere con l’idolatria erotica: adoriamo le donne, dunque non è vero che le maltrattiamo. Che le donne adorino essere adorate complica la situazione ma non ne cambia la sostanza: è vero che le adoriamo però è anche vero che le abbiamo maltrattate e che, come mostra la cronaca quotidiana, spesso ancora le maltrattiamo. L’eros, di cui nelle analisi sociologiche non sempre si tiene il debito conto, è una variabile costante e fondamentale (non c’è ossimoro). Può migliorare i rapporti sociali, non di rado li peggiora. Vissuto nella sua animalità, o, se si preferisce, nella sua naturalità primitiva, l’eros annulla la cultura, quindi annulla o riduce le differenze fra i generi. Per questo, mentre la donna vi si abbandona, l’uomo istintivamente ne diffida. Teme di perdere la sua supremazia, e in effetti a volte la perde. Il risultato paradossale è che talvolta la natura restituisce alla donna ciò che la cultura le ha tolto.

L’obiezione fin troppo agevole da mettere in campo è che la donna, oggi, è diventata la protagonista, o quanto meno la deuteragonista, della scena sociale. Lo sa e a volte non manca di approfittarne. Spesso vocata, per natura e per cultura, alla provocazione, qualunque sia la forma che questa assume, come l’uomo è vocato ad accogliere, in vari modi, tale provocazione, ad essa la donna oggi è in grado di aggiungere un potere, reale o immaginario, che la colloca al centro dell’attenzione. Ma l’esercizio del potere, reale o immaginario, non scalfisce l’idolatria erotica, e non scalfisce neppure quel rispetto e quella riverenza, e al tempo stesso quella imposizione di serietà, di sobrietà e di costumatezza, che sono propri della tradizione cui prima si accennava. Nasce di qui la maggiore indignazione che suscita il cattivo comportamento sociale e politico di una donna rispetto a quello che provoca un analogo comportamento di un uomo. Alla donna si chiede di più perché le si è imposto di più. Non perché le si è “concesso” di più. Che essa sia diventata la protagonista è importante, ma sono altrettanto importanti le tradizioni, il costume, l’abito sociale. L’idolatria, o il rispetto, permangono, a condizione che permanga un certo comportamento che ha il decoro come suo fondamento. E che all’uomo non si chiede perché all’uomo certi obblighi non sono stati imposti.

Va da sé che certi miti sociali, non solo in quanto miti ma anche perché producono mistificazione e inganno, vanno smontati e liquidati dall’esercizio dell’intelligenza critica. Ma che sia moralmente e culturalmente giusto chiedere a una donna un comportamento più decoroso di quello che si chiede a un uomo è davvero un mito? E, posto che lo sia, è davvero generatore di mistificazione e di inganno? Sostenere che, donna o uomo, un comportamento ispirato a decoro si deve esigere da tutti è risposta prevedibile e giusta, ma troppo facile, ovvia e non risolutiva. Permane l’idea, non il mito, l’idea radicata in secoli di vita sociale e culturale che grazia, eleganza e decoro siano connaturati alla donna. Con la differenza, rispetto a un tempo, che grazia, eleganza e decoro non ne fanno più un oggetto sessuale, o un animale da esposizione, ma sono il fondamento distintivo di una nuova intelligenza, di una nuova cultura, di una nuova animosa funzione sociale. Ci si è accorti che molti, moltissimi critici d’arte oggi sono donne?

Ma che ne è della dignità della donna? Se ne parla continuamente, dunque esiste. A chi spetta tutelarla? A tutti, naturalmente. Ma se si vuole davvero che essa sia tutelata, non spetterà alle donne in primo luogo adoperarsi perché la sua tutela sia assidua e efficace? Non tutelano certo la dignità della donna, anzi, sono le prime a tradirla, quelle deputate che votano senza una minima protesta le menzogne imposte loro da Berlusconi sapendo che sono menzogne. Né esercitano una qualche tutela quelle donne che fingono di non sapere che è uno sfruttatore di donne l’uomo di cui eseguono puntualmente gli ordini. Già il pensiero di essere stata scelta (scelta, non eletta) da un puttaniere non dovrebbe lasciare tranquilla una donna. Tanto più che il puttaniere in questione puttane e deputate le sceglie esclusivamente sulla base dell’avvenenza. Rivelando, in questo, come mostrano fotografie e apparizioni televisive, un sicuro buongusto. Che, per quanto riguarda la finezza dei lineamenti, il buongusto scada a volte nel pecoreccio, è colpa veniale, spiegabile in parte con la circostanza che il puttaniere è vissuto per qualche anno a stretto contatto con uno stalliere.

Non è cosa particolarmente grave che Berlusconi vada a puttane. E’ grave che tratti tutte le donne come se fossero acquistabili. E che in vari modi le acquisti. E che le acquistate, pur potendo liberarsi, non lo facciano. Ciò detto, occorre aggiungere che la gravità maggiore sta in altro. Sta nell’umiliazione, nella mercificazione e nella violazione sistematiche della democrazia, delle leggi, delle istituzioni. Sta nella pervicace pretesa di impunità. Sta nella ridicola e catastrofica deificazione della propria persona. Sta nella dilagante corruzione della cultura sociale e del costume. Tanto più che tutto questo viene perpetrato dal “villano” più rozzo e grossolano che la società italiana abbia mai visto.

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2 Risposte a Mercato della dignità ovvero donne e deputate

  1. […] rivista culturale cartacea e online  Alfabeta 2 è uscito anche un altro intervento maschile degno di nota, dove l’autore Fausto Curi mette in luce la giustificazione che gli […]

  2. paolod ha detto:

    Un’analisi stimolante e condivisibile.
    Un solo dubbio: davvero agli uomini non piace, o non piacerebbe, “essere adorati”? Eh eh…

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