Franco Berardi Bifo

Fin dal tredicesimo secolo la piazza di Bologna è un posto politicamente significativo, quindi bene ha fatto la FIOM a sceglierla per iniziare una nuova fase e per anticipare lo sciopero nazionale dei metalmeccanici che avrà luogo domani. Si comincia con uno sciopero pienamente riuscito in tutte le fabbriche metal meccaniche della regione (percentuali che stanno intorno all’85%) un corteo di cinquantamila e forse più, una partecipazione studentesca imponente. Vedremo domani cosa accade in tutto il paese, ma un paio di cose ormai possiamo dirle.

La prima è che i metalmeccanici, come altre volte nei decenni passati, sono avanguardia culturale di un paese senza democrazia. La seconda è che ora la questione del lavoro diventa quella centrale sulla scena italiana, e l’era dei governi di mafia si avvia alla conclusione.

Ciò detto occorre pure riconoscere un paio di altre cose.

La prima è che gli operai industriali possono rompere la forma sociale del consenso che ha pesato negli ultimi venti anni, ma non possono sconfiggere il dominio del capitalismo finanziario.

La seconda è che, qualora cadesse il governo di mafia (e non cadrà senza sconquassi pericolosi), la dittatura neoliberista non cadrebbe, anzi. Un governo Fini D’Alema Casini sarebbe più violentemente antioperaio e antisociale di quanto sia stato finora il governo Berlusconi.

Che futuro ha dunque il paese che celebra il centocinquantesimo anniversario della fondazione dello stato nazionale con una prova evidente di fallimento dell’esperimento unitario? Nessun futuro, diciamolo. La guerra antisociale che ha trovato in Sergio Marchionne il suo alfiere non è destinata a fermarsi. I Veltroni sono al servizio dello schiavista tanto quanto lo sono i Sacconi.

Non c’è alternativa politica, ma neppure alternativa sociale. La classe operaia e il movimento cognitario saranno forse ora capaci di ricostituire un tessuto di autonomia solidale, ma non possono fermare l’offensiva schiavistica e autoritaria.

E allora?

E allora cambiamo le nostre coordinate geografiche.

La crisi italiana, senza soluzione, può divenire l’epicentro propositivo del terremoto che si sta dispiegando in tutto il bacino mediterraneo.

La rivolta di Tunisi, quella di Al Qair, quella di Tirana, non sono “rivolte del pane” più di quanto lo sono la rivolta di Londra di Roma e di Parigi nei mesi dell’autunno 2010. Sono rivolte della prima generazione precaria connettiva, rivolte in cui la disperazione solitaria si tramuta in condivisione creativa, in cui nuove possibilità prendono forma.

L’insurrezione tunisina è cominciata con un suicidio. Il suicidio di un giovane laureato che lavorava come venditore ambulante cui veniva tolto perfino quella possibilità di guadagnarsi un reddito. Il suicidio è stato cifra dominante nella psicosfera collettiva della generazione precaria. L’atto che ha trasformato il panorama mondiale all’inizio del decennio, l’azione di diciannove giovani arabi sui cieli di Manhattan, è stato un suicidio. E il suicidio è esploso sulla scena del nuovo secolo – dalla Cecenia alla Foxxon cinese, dal liceo di Colombine alla Virginia Tech - come forma generale dell’azione politica in tempi di assenza di futuro.

Ma ora questo movimento porta un nuovo messaggio.

Uno per uno non abbiamo alcun futuro. Insieme possiamo inventarlo. Questo è il messaggio che viene dagli insorti di Londra e di Tunisi. A Tunisi come a Londra i giovani insorti sono lavoratori precari con tutti i tratti rabbiosi del proletariato novecentesco, ma sono anche portatori del messaggio Anonymous-Wikileaks. La loro disperazione sta nella forma precaria di un’esistenza senza garanzie. Ma la loro forza sta nella solidarietà sociale e nell’autonomia della rete.

Per la crisi italiana non c’è soluzione perché il paese di Mussolini e Berlusconi non merita un futuro. Ma proprio dal precipitare di questa crisi, dall’intreccio di questa crisi politica con il collasso finanziario europeo, potrà emergere il processo di ridefinizione della geografia europea (una geografia estensiva) e della stessa missione storica europea.

L’entità europea è nata e si è sviluppata intorno al predominio della classe finanziaria e dell’ideologia neoliberista e monetarista. Questo dogma è duro a morire e la classe dirigente europea non sa fare altro che ripeterlo e imporlo.

Ma la questione sociale si sta imponendo con la forza dell’insurrezione.

La forza stessa del collasso finanziario, il suo riproporsi in presenza di una crescente insurrezione euro-mediterranea porterà al crollo del dogma neoliberista.

Solo ragionando sulla dimensione europea estensiva, troveremo la forma politica capace di interpretare e dispiegare le potenzialità della società europea.

27 gennaio 2011

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7 Risposte a Piazza maggiore, all’inizio del secondo decennio

  1. andrea inglese ha detto:

    Caro Bifo,

    concordo con te che il taciuto di tutto il povero dibattito politico italiano, nell’epoca di Berlusconi, sia la compatibilità tra democrazia e forma attuale del capitalismo, che si è modellato sempre più, anche in Europa, sulla versione neoliberista e finanziaria di matrice statunitense. In altri paesi, come la Francia, che pure sono stati colpiti in misura minore dalla crisi del 2008, si è svolto pubblicamente un dibattito critico sul capitalismo. In Italia non se n’è vista l’ombra. Tutto è stato confinato al caso Marchionne. E la sinistra non mi sembra abbia nulla da dire sull’argomento.

    Detto questo, mi sembra davvero esageramente ottimista la tua affermazione:
    “La crisi italiana, senza soluzione, può divenire l’epicentro propositivo del terremoto che si sta dispiegando in tutto il bacino mediterraneo.”
    Assimilare la crisi delle democrazie europee e la crisi dei regimi arabi filo-occidentali mi sembra azzardato. Così come assimilare Columbine e il suicidio di Mohamed Bouazizi, che si è dato fuoco il 17 dicembre in Tunisia.
    Mi sembra che lavorare in questo modo sull’analogia, significa mancare tutte quelle che sono le specificità geografiche, nazionali, culturali che caratterizzano questi diversi manifestazioni di dissenso radicale.
    Insomma, non è sufficiente dire che dietro ogni suicidio c’è un disagio o una sofferenza sociale, perché siano poste le basi di un nuovo internazionalismo anti-sistema.

  2. Mario Gamba ha detto:

    in italia nessun cenno vivacemente critico e analitico sulle forme del capitalismo di oggi? caro andrea, mi sembra un’affermazione perlomeno frettolosa. intendi il dibattito pubblico mediatico, tra forze politiche istituzionali, tra intellettuali (diciamo così) ufficialmente riconosciuti? allora sì, e forse in francia le cose sono diverse, forse là sono riconosciuti ufficialmente anche intellettuali occasionalmente scomodi (vedi un bernard-henry lévy che non accetta le punizioni ritardate della sovversione anni ’70 e sull’estradizione in italia di battisti non ci sta, qui abbiamo la miseria di una barbara spinelli che lancia anatemi, chiede vendetta e nega persino la storia sociale più leggibile). forse. ma è questo il punto? intanto anche qui c’è un movimento in formazione, diciamo una moltitudine precaria in rivolta. si è pronunciato in cento occasioni di discussione e analisi del capitalismo odierno e si è mostrato in piazza in modi radicali (che vorrei non rimanessero un ricordo, casomai…) dopo analisi accurate e pubbliche del capitalismo odierno. anche la lotta contro la riforma gelmini e poi in sintonia con gli operai nello scontro sulla filosofia marchionne non sono momenti nati dal nulla, questo movimento ha al proprio attivo una produzione di cultura anticapitalistica piuttosto ricca. devo citarti il catalogo derive approdi, una casa editrice con cui “alfabeta2” ha qualcosa a che fare, tu sei nella redazione lo sai meglio di me? devo citarti i nomi, a caso, di christian marazzi e cristina morini e andrea fumagalli e franco berardi bifo (toh, leggo il suo nome proprio qua sopra!)? oppure è utile ricordarti che “impero” di hardt-negri ha venduto sulle 50.000 copie in italia, cifra pazzesca per un saggio, e penso siano andati bene anche “moltitudine” e “comune”? analisi e critica rivoluzionaria del capitalismo nelle sue forme odierne. sparsi tra le pagine del “manifesto”, per dire un quotidiano piccolo ma diffuso sul territorio nazionale da quarant’anni (casomai non abbastanza radicale…), si trovano scritti di analisi critica del capitalismo che, messi assieme, formerebbero una biblioteca di buone dimensioni. non capisco bene questo riflesso nazionalistico all’incontrario, oggi il dissolvimento dei confini nazionali è un fatto, ed è in stretta relazione con le forme del capitalismo odierno e con i caratteri dei soggetti che lo contrastano. altro tipo di interrogativo è, casomai, quello sul formarsi di una soggettività rivoluzionaria polimorfa ma consapevole.

  3. jan ha detto:

    Mi lascia perplesso questo passo dell’articolo:

    L’insurrezione tunisina è cominciata con un suicidio. […] L’atto che ha trasformato il panorama mondiale all’inizio del decennio, l’azione di diciannove giovani arabi sui cieli di Manhattan, è stato un suicidio.

    sono due cose che non hanno nulla in comune, nel suicidio a Sidi Bouzid c’è la disperazione e l’onestà individuale di chi è in basso e non ha nulla, nei dirottamenti aerei del 11 settempre 2001 c’è piuttosto la teoria dell’avanguardia rivoluzionaria ed una precisa volontà di potere. Mi pare difficile con questa analisi trovare “la forma politica capace di interpretare e dispiegare le potenzialità della società europea.”

  4. andrea inglese ha detto:

    Caro Mario,

    la mia osservazione iniziale nasce da questa osservazione di Bifo, su cui concordo: “La seconda è che, qualora cadesse il governo di mafia (e non cadrà senza sconquassi pericolosi), la dittatura neoliberista non cadrebbe, anzi. Un governo Fini D’Alema Casini sarebbe più violentemente antioperaio e antisociale di quanto sia stato finora il governo Berlusconi.”
    Che cosa vi si dice? Che nei confronti del capitalismo nella sua forma attuale la sinistra parlamentare italiana non si distinguerà dalla destra di governo odierna.
    Ora, so bene che esiste una corrente anticapitalistica in Italia, ma questa corrente rimane non solo minoritaria, ma non riesce oggi a portare il suo discorso né in parlamento né sui media più potenti. Sai bene che la sinistra radicale è scomparsa dal parlamento in Italia. Mentre così non è né in Francia né in Germania. E in Francia, sul canale pubblico 2, in prima serata ho visto un documentario seguito da dibattito, sulla crisi del 2008, intitolato romanzo della crisi, in cui seppure in forme più divulgative e morbide si metteva sotto processo il capitalismo USA e i suoi seguaci europei e francesi. Non solo, ma durante il dibattito era presente un giovane operaio, diventato il portavoce di una recente battaglia contro la delocalizzazione di un’industria tedesca, con sedi in Francia, che in Italia non avrebbe potuto parlare neppure da Santoro, pena essere tacciato di “terrorismo”.
    Tutto ciò mi sembra poi influire sul tipo di consenso che il neoliberismo riesce a suscitare nei vari paesi d’Europa. L’anticapitalismo in Italia è un po’ come l’ateismo. Certo so bene che ci sono gli atei, le battaglie per i laicismo, ecc., io sono ateo, ecc., ma guarda caso in politica gli atei dichiarati si contano sulle dita di una mano, nei dibattiti in TV sono quasi inesistenti, vengono presentati sempre come una bizzarra minoranza, un caso di costume…

    Quanto poi ai “riflessi nazionalistici”, calma… Non è certo di questo che si tratta. Il Novecento è alle spalle. Qualcosa ci avrà pur lasciato in eredità da pensare, come il fatto che cancellare troppo velocemente le specificità nazionali (dal punto di vista culturale e storico-politico) può riservare brutte sorprese alla causa dell’internazionalismo.
    Quello che intendo dire è semplicemente questo: mi sembra che sarà importante comprendere la rivoluazione tunisina e quella in atto in Egitto, tenendo ben conto della storia di queste popolazioni. Da noi, ad esempio, anche guardando la sinistra anticapiatlista, il concetto di “popolo” è praticamente inutilizzabile, sospetto di ogni guasto. A quello si preferisce “moltitudine”, ecc., ma in Tunisia e in Egitto i manifestanti si presentano come “popolo”, si parla di “popolo” tunisino contro il governo e Ben Ali, ecc. Non mi sembrano differenze così ininfluenti.

  5. Mario Gamba ha detto:

    sul punto di bifo che, alla caduta eventuale di B non seguirà la crisi in italia del dominio liberista, non ho dubbi. non solo per il motivo che la sinistra istituzionale e la destra istituzionale sono praticamene identiche (e da decenni seguono il modello liberista, oggi schiavista come dice bifo e come le proposte di marchionne mettono in evidenza). ma per il motivo che un’alternativa sociale non sarà ancora matura in quel momento. e nota: parlo di alternativa sociale. poi tu, andrea, nomini, appunto , il flusso mediatico e la rappresentanza parlamentare. dove di discussione critica sul capitalismo odierno non si trova traccia. ho cercato semplicemente di mettere tutti noi su altre piste. tu fai una questione di numeri. non so dirti se l’anticapitalismo e l’ateismo sono così minoritari nel paese, certo non si possono rilevare dai programmi in prima serata e tantomeno dalle assemblee di palazzo chigi. gli spazi mediatici vanno conquistati, se si va dietro al tribunalizio santoro non si fa molta strada. la rappresentanza parlamentare la lascerei perdere per ora. se in francia va meglio, almeno sul piano mediatico, sono contento. ci sono tantissime differenze tra un paese e l’altro, guardando il dissolversi dei confini nazionali non vedevo un panorama del tutto uniforme. qui scontiamo tante arretratezze, nonostante il peso della tradizione cattolica (e oggi dilaga nel neo-bigottismo della sinistra) abbiamo avuto il più lungo ’68 del mondo. si vive di contraddizioni, si studiano le contraddizioni, ci si ribella (si ascoltano le grida di rivolta) a partire dalle contraddizioni.

  6. Mario Gamba ha detto:

    quando, anche qui, smetteremo di parlare di “popolo” sarà comunque troppo tardi.

  7. Antonio Allegra ha detto:

    “Nonostante e contro Gramsci, il capitale maturo ci rifà, non c’è dubbio, cosmopoliti. Ma non può farci internazionali…” (F. Fortini, 1973)

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