[La puntata iniziale della cronaca su Terzigno si trova qui, e la seconda puntata, qui.]

Chiappanuvoli

D’un tratto si accalca un groviglio di ragazzi davanti al blocco della Polizia. Penso al peggio, mi armo di coraggio e mi fiondo a sentire. Scatto anche qualche foto, cosciente del rischio di vedere la macchinetta spaccata ai miei piedi e di ricevere un bel cazzotto sulle gengive. Un poliziotto si è avvicinato ai ragazzi incappucciati e blatera qualcosa. Mi avvicino ancora di più e iniziano a trapelare informazioni. La Polizia ha chiesto una tregua delle ostilità per poter procedere con il cambio della guardia, il cambio del gruppo antisommossa posto a difesa della discarica e dei camion che devono trasportarci dentro l’immondizia. Il loro scopo non è più proteggere i cittadini.

Volano grida, schiamazzi, napoletano stretto e non capisco nulla. Chiedo lumi intorno a me ed un signore che si allontana scocciato mi grida:

«È solo una provocazione, chiederci di fargli fare il cambio della guardia, ma vedi questi!»

Il gruppo si scioglie di colpo, senza uno straccio di spiegazione a riguardo. Non sono trascorsi neanche quindici minuti – nei quali un ragazzo della zona voleva prendere a calci un fotografo che faceva foto sulla folla, rischiando di rendere così identificabili i contestatori più agitati – che dall’altra parte della rotonda, direzione Trecase, comincia a radunarsi altra gente.

Insieme ai miei compagni ci avviciniamo e, in fondo alla strada, proprio alla fine della salitella, vediamo arrivare a passo d’uomo alcuni mezzi con i lampeggiati blu accesi. Il panico. Alcuni si mettono a bruciare l’immondizia sistemata come sbarramento, altri ragazzi si accalcano ai bordi della strada. Altre persone si sbracciano per placare lo stato di agitazione. Un cittadino va in avanscoperta. Dopo qualche attimo torna indietro. È confermato, si farà il cambio di turno delle forze dell’ordine.

«Che si faccia largo e si mantenga la calma.»

«Che si aprano la strada da soli piuttosto!»

Nessuno muove una foglia. Si avvicina il convoglio, scendono alcuni poliziotti che iniziano a spostare materassi, alberi, televisioni e buste d’immondizia. Tagliano un filo di quelli da cantiere bianco e rosso. Si avvicina anche un blindato che, a velocità ridotta, seguita la liberazione di un piccolo spiraglio di strada spingendo il materiale d’occlusione da un lato. Iniziano a sfilare ad uno ad uno i mezzi. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette…mezzi blindati, camionette, jeep, vetture della Polizia, della Guardia di Finanza e della Forestale. “È un assedio – penso – questo non è un cambio della guardia, è un rinforzo!”. Vedo sul viso di Francesco e di Marco lo stesso dubbio.

Il convoglio scorre lento fin dietro il vecchio posto di blocco e scompare. Al passaggio ogni mezzo è deriso dalla gente che, da un lato, applaude molto ironicamente e, dall’altro, lancia insulti pesanti. Quello a cui assistiamo, in realtà, è un vero e proprio scambio inaudito di civiltà, tra le forze dell’ordine guidate chissà da quale paura o Questore lungimirante ed illuminato ed i cittadini che hanno consentito al nemico, nel momento del bisogno, di soccorrere, rifocillare e cambiare la propria fanteria. Qui sono in guerra è bene ricordarlo per l’ennesima volta. Rispetto, per lo meno, per il “braccio” che risponde ai comandi della “mente”. Sono sulla stessa barca, nella stessa miseria e continuano a rispettarsi.

Il gruppo di poliziotti fuori servizio, poco dopo, inizia il percorso inverso, quello per tornare alla propria vita normale. Sono ragazzi, dopo tutto. Questi subiscono, però, il doppio degli insulti del nuovo convoglio ma vanno via senza problemi. Devono essersi confrontati spesso poliziotti e popolazione, in questi giorni, essersi conosciuti, essersi offesi, ma, alla fine, devono anche essersi rispettati. Forse non se ne sono neanche resi conto. Lo sbarramento si richiude e le luci dei lampeggianti scompaiono dietro gli alberi e la curva dopo la salita.

Quando mi avvicino di nuovo a Francesco, lo vedo intento ad intervistare un uomo anziano. Racconta la storia recente di Terzigno e dintorni. Lo ascolto senza troppa attenzione. È certamente interessante, ma sono stanco e mi perdo a pensare quanto sia meraviglioso sentire parlare i nonni e quanto dovrei ascoltare maggiormente i racconti del mio.

Si avvicina un uomo dentro un giaccone nero lungo. Si presenta. Mi chiede chi sono. E mi dice di essere un consigliere di uno dei comuni interessati. Gli chiedo cosa ne pensa della protesta, dei comitati, della politica. Mi dà risposte cordiali, precise ma senza sbilanciarsi troppo. La protesta è giusta, i comitati, si sa, non sempre sono scevri da coinvolgimenti partitici o individualistici, i comuni si stanno battendo bene anche se potrebbero fare di più. Scivoliamo infreddoliti dentro chiacchiere del più e del meno, quando una zaffata di puzza dal naso sale fin dentro al cervello. L’uomo lo nota e ci scherza su. Poi, tornando serio, mi dice:

«Certi giorni la puzza è insopportabile, ma certi altri svanisce del tutto.»

Chiedo come.

«Quando vengono a fare le visite di controllo nella discarica, non possono farla trovare così puzzolente. Ci sono degli indicatori anche sugli odori.»

Faccio lo sguardo interessato.

«Allora che fanno? Anzitutto coprono i rifiuti illegali, quelli inquinanti, con della terra fresca e cospargono tutto il resto con dei prodotti che eliminano gli odori.»

Sorrido e dico stupidamente:

«Un po’ di tregua!»

E lui, sempre senza scomporsi, come se avesse chilometri di pelo sullo stomaco:

«Il fatto è che poi, i giorni seguenti, sull’immondizia vanno a beccare i gabbiani che vengono dal mare e, dopo poco, li ritroviamo tutti morti stecchiti.»

Nel parco nazionale del Vesuvio vivevano, svolazzavano, beccavano, cinguettavano, passavano per sbaglio, 138 specie diverse di uccelli. Oggi la più diffusa è il gabbiano morto.

Divento elusivo. Vorrei sapere ma anche dimenticare tutto. Ho la nausea. È la puzza? È il cattivo odore delle cose che mi vengono raccontate in questa Italiuccia di periferia sempre più sgangherata? Sono i moti di rabbia che tornano a salire dopo l’ultimo anno e mezzo trascorso all’Aquila tra menzogne e imbonimenti di piazza? Mi volto. Disegni di bambini. Discariche grigie accostate a mondi verdi ed immaginari. A terra, bottiglie di plastica vuote. Una sedia da regista senza la tela per mettersi a sedere, uno scheletro di sedia. Appoggiato al tendone un cartello, recita:

“Madonna della neve ferma la munnezza come fermasti la lava. Firma: io, la mamma”.

Resto come rapito, sospeso nella poesia di quel “io, la mamma”. Si spengono le luci dei lampioni. Il vocio sale. La gente si alza in piedi. Sale ancora il nervosismo.

Mi affaccio sulla piazza e noto delle differenze. I giovani sono aumentati esponenzialmente, mentre i bambini e le famiglie sono diminuiti esponenzialmente. Scatto qualche foto senza flash. Foto orribili. Si accendono i riflettori delle camionette della Polizia rivolti verso i manifestanti. Credo che stia per scoppiare una guerra. Chiediamo in giro che succede e chi fosse stato a spegnere le luci. Ci rispondono che stanno per iniziare gli scontri e che forse è meglio andar via. Chi spegne la luce? E chi lo sa?

Attimi interminabili. Ci guardiamo in faccia non sapendo che fare. Marco decide di andare a chiedere consiglio ai fotografi che sono qui già da qualche giorno. Risposta:

«State vicini a noi, non dovrebbero attaccarci.»

Nel giro di pochi secondi, prendiamo la nostra decisione, resteremo a vedere gli scontri con tutti i rischi annessi e connessi.

Si riaccende la luce, falso allarme ma vera agitazione.

Neanche il tempo di organizzare un piano che i miei due compagni prendono la fuga biascicando qualcosa come “Jolanda, Jolanda”. Li seguo e, poco alla volta, comprendo tutto. Fermano una donna, lei li saluta amichevolmente e si presenta a me, è una giornalista. Jolanda Bufalini scrive per “l’Unità”. Ha un sorriso pacato, sembra una persona tranquilla, molto intelligente, anche furba, ma non in senso negativo. È stata all’Aquila durante il periodo emergenziale e credo che in una delle tante occasioni si sia conosciuta con l’assessore e Francesco. E deve esserci venuta spesso, vista la confidenza che si dimostrano a vicenda i tre.

Superate le disquisizioni sull’immobilismo e lo svilimento della situazione aquilana, l’oggetto della conversazione diventa Terzigno e le discariche. È simile all’Aquila, mediaticamente parlando.

«Allora mi unisco a voi!»

“O noi a te?” – penso.

Passano pochi minuti. Si spegne la luce per la seconda volta. Ci spostiamo in un parcheggio dove vediamo altre persone ma soprattutto le troupe televisive. “Non le attaccheranno”, ci diciamo. Restiamo in attesa. I ragazzi incappucciati sono sempre di più e le famiglie sempre di meno. Cerchiamo di capire dai movimenti quello che sta per succedere. Si accendono ancora i fari dei mezzi della Polizia. Di fronte al blocco si è creato un nutrito gruppo di persone. C’è una sorta di attesa. L’aria che respiriamo è marcia, pesante, difficile da ingoiare. Si sentono scoppi in lontananza. Fuochi d’artificio. Ci guardiamo in faccia spauriti. Suona il mio cellulare. È Janos che ci dice di andar via. I comitati sono stati avvisati che stasera succederà un bordello e che è meglio tenersi alla larga. Loro sono in piazza Pace ad aspettare gli avvenimenti. Ringrazio per il consiglio e riporto ai miei compagni. Si riaccendono i lampioni e i fari della Polizia si spengono a loro volta. Altro falso allarme. Siamo ufficialmente preoccupati.

Jolanda si avvicina alle persone vicine a noi. Sono distinte, vestite in giacca e cravatta. Dopo qualche attimo torna da noi e ci dice che forse è meglio andar via. I signori sono di qui e stanno per lasciare la rotonda. I lampioni che si spengono, aggiunge, sono il segnale che sta per iniziare la guerriglia e che non è più il momento per le famiglie ed i moderati. Restiamo attoniti. Ci ripetiamo ancora una volta che siamo venuti per vedere che succede la notte, per vedere gli scontri, per riportare la verità su quanto avviene da queste parti, per vedere gli effetti che questa forma di resistenza produce in una situazione così complessa. Siamo sempre meno convinti però, la paura è tanta.

I signori iniziano ad incamminarsi. Noi, al posto di decidere scientemente che fare, ci perdiamo invece per la rotonda, ognuno in fondo ricercando dentro di sé motivazioni, coraggio, follia, certezze, dubbi, impressioni. Ci ricomponiamo quasi subito mentre, per la terza volta, torna a spegnersi la luce. La logica sembra abbandonare quello spazio aperto, fuggendo via per le quattro strade di accesso, o di fuga. Decidiamo, o meglio, non decidiamo affatto. Siamo una squadra? Allora tutti faremo la stessa cosa, e la cosa che non decidiamo di fare ma comunque facciamo, è andare via. Si accende la luce ancora una volta. Mettiamo le macchine fotografiche e la telecamera nello zaino per evitare che i ragazzi si infastidiscano e ce le sbattano a terra. Prendiamo la strada per Boscoreale, via Vesuvio, raggiungeremo i comitati e Janos in piazza Pace.

La strada è buia. Incrociamo decine di giovani che ci squadrano. Ci riconoscono come giornalisti, gente di cui non fidarsi. Noi tiriamo dritti senza alzare lo sguardo. C’è da ribadirlo: magari i loro modi non saranno dei più giusti, o magari questa storia dovrebbe essere raccontata ancora più dall’interno, a fondo, passo dopo passo, ma il rischio più alto riguarda loro. Basta una foto in cui sei riconoscibile ed è fatta.

«Ti vengono a prendere a casa» – ci hanno detto.

Allora, perché azzardare?

«Fare il proprio mestiere di fotografo è una cosa – dice l’assessore – rischiare di infamare la gente è un'altra.»

Ci fermiamo dopo un centinaio di metri per riunirci e svoltare per via Balzani. Le luci provenienti dalla rotonda Panoramica si spengono per l’ultima volta. Diventa incredibilmente buio. Le nostre facce appena si scorgono. Ci sono altri ragazzi molto giovani attorno a noi. Restiamo quasi muti. Si iniziano a sentire dei botti, fuochi d’artificio, a cui fanno seguito altre esplosioni più omogenee, compatte, sono i lacrimogeni della Polizia. Decidiamo di muoverci e prendiamo la strada per piazza Pace. Solo ora mi rendo conto dell’ironia di quei momenti. Scoppia una guerriglia urbana tra forze dell’ordine e gente disperata, e noi ci andiamo a rifugiare in piazza Pace. Dove altrimenti?

Alle nostre spalle percepiamo aumentare il movimento ed il brusio. Ci voltiamo e vediamo decine e decine di persone correre nella nostra direzione, sfrecciarci ai lati e superarci. Iniziamo a correre. Nei cinquanta metri percorsi perdiamo gli uomini distinti che ci accompagnavano, ci fermiamo all’inizio di via Giovanni XXIII che siamo rimasti noi quattro. Boccate d’aria profonde e veloci. Che fare? Tornare indietro? Andare a piazza Pace? Mettersi in salvo? Andare a combattere?

Ci passano a fianco anche ragazzi incappucciati. Movimenti di guerriglia. Uno si ferma, si volta indietro ed emette un fischio tagliente e poderoso. Passa un secondo appena e un fischio di risposta torna nella nostra direzione. Messaggi in codice tra reggimenti in battaglia. Un’organizzazione militare che mi lascia molto sorpreso. Penso al loro sangue, alle loro vite. Se non nelle esperienze vissute da questi ragazzi tra i 18 ed i 30 anni, ci deve pur essere un gene che spieghi questa loro vocazione alla resistenza armata. Non può essere solo disperazione ed allenamento negli stadi di tutt’Italia inseguendo il Napoli Calcio. Tra le animose proteste che avvengono in Francia a causa della riforma del sistema pensionistico voluta dal presidente Sarkozy e l’occupazione del Regno delle Due Sicilie da parte di Napoleone qualche secolo fa, magari esiste una connessione genetica.

Oltre alle persone impaurite, vediamo una coltre di nebbia percorrere il vialetto tra piccole abitazioni private e venirci incontro. Ancora altre esplosioni provenienti dalla rotonda, vediamo volare in cielo, a campanile, piccole lucine rosse che ridiscendono ondeggiando dietro i tetti, sulle teste dei manifestanti. Per tutta risposta, esplodono altri fuochi d’artificio, probabilmente sparati verso la Polizia. Un capodanno in piena regola, a livello semiotico, la fine di questa stagione e l’inizio di un nuovo anno di pace sono le speranze di tutti, sia dei ragazzi che dei poliziotti. Aldilà di qualche esaltato bava alla bocca, la maggior parte di quei giovani se ne starebbe più comoda seduta dietro una birra a ridere e scherzare. Prima che i fumogeni ci raggiungano, ci avviamo per la discesa che porta alla piazza principale di Boscoreale.

Camminiamo a passo svelto il viale appeso a picco su una chiazza di vegetazione verde, che poco più in giù diventa alberato e chiuso ai lati da palazzi. Mi volto a destra per scorgere qualche movimento nelle vie parallele alla nostra, ma l’unica entità mobile che vedo è la nebbia dei lacrimogeni che scende a valle, pare inseguirci. Le altre persone sembrano essere scomparse.

L’assessore si ferma e tira fuori il suo kit da fotografo d’assalto. È stato anche a Genova e lui sa come va in questi casi. Il suo arsenale consiste in due limoni. Ne morde uno da un lato per farci un buco, ci infila il dito e prende a strofinarsi il succo di limone sotto il naso e sotto gli occhi. Ci passa l’agrume e ci assicura che funziona. Agli ordini! Lacrimogeni a base di peperoncino e chissà quale altra schifezza chimica contro semplici limoni. Sono agghiaccianti le notizie che si trovano nella rete riguardo questi lacrimogeni usati dalla Polizia: vietati dalla Convenzione di Ginevra perché i suoi effetti sulle persone non sarebbero ancora del tutto chiari, usati in Italia da oltre vent’anni ogni qual volta la situazione diventi irrimediabilmente violenta e, non da ultimo, si producono a Carsoli, in provincia dell’Aquila. Ironico, no?

Tentando di trattenere il respiro, piangendo lacrime troppo amare e colando muco dal naso come nel peggiore raffreddore infantile, arriviamo in piazza Pace, dove troviamo a riunione i vari comitati cittadini che si occupano della vicenda discarica. Lì troviamo anche il nostro amico Janos, impegnato nella sua nuova missione sociale e fotografica. Le panchine di granito sono quel che ci vuole.

Sostiamo in quello spazio di vita cittadina come avvolti da una bolla opaca e nebulosa. La stanchezza è diventata parte integrante della giornata. Ci ritroviamo sospesi tra il desiderio di voler vedere cosa stia succedendo qualche centinaio di metri più in là, alla rotonda, nel mezzo di botti infiniti, la paura che ci consiglia di restare al sicuro in attesa di notizie e la stanchezza che quasi ci impone di andar via. Ma via dove, che l’auto si trova aldilà del campo di battaglia?

La luce al neon slavato dei lampioni colora gli edifici tutto intorno di un verdino nauseante. I ragazzi dei comitati sembrano nervosi, anche loro non sanno bene cosa fare. Questa sospensione a tempo indeterminato effettivamente non giova a nessuno. Iniziamo a parlare con alcuni di loro, ma le storie che vengono fuori sono del tutto somiglianti a quelle che abbiamo ascoltato per tutta la giornata. Magari un panino, mangio un panino. Ne faccio per me e per gli altri, pancarré e salame. Una voce tra le tante dice che si sta attendendo che il sindaco di Boscoreale faccia ritorno da Napoli dopo l’incontro con Bertolaso e Caldoro, presidente della regione Campania.

Sarà passata un’ora e le esplosioni non accennano a fermarsi. Guerra civile, scontri, strategie militari, feriti, accerchiamenti, assalti frontali, immagino di tutto, dietro la coltre di fumo che non permette neanche più la vista della fine di via Giovanni XXIII. Una sorta di nebbia densa ha invaso tutte le strade che scendono dalla rotonda a piazza Pace, alta quanto i palazzi. Incute timore. Ma la gente che vive là dentro? È una nube mobile ed infetta che si espande a discrezione del vento. Gli occhi cominciano a bruciare, la gola perde il suo smalto, il naso diventa una fontana. I lacrimogeni hanno raggiunto la piazza, noi e i comitati. I ragazzi dicono che non è mai successo in precedenza, che questa notte stanno sparando più del normale. Il nostro Ministro dell’Interno l’aveva detto:

«O fine della rappresaglia violenta o inizieremo ad usare la mano pesante.»

Come se ce ne fosse ancora bisogno. Ho stampata in testa la foto della donna incinta malmenata qualche giorno prima. Usare la mano pesante più di così significa sparare ad altezza uomo, significa lasciare a terra dei morti. Ma in fondo Maroni che ne sa, mica è venuto da questa parti a rendersi conto. Ci diamo al limone. Sembra di aver morso cento peperoncini calabresi tutti insieme, la respirazione è decisamente difficoltosa, questa merda di fumo denso gratta tutta la gola. Non oso immaginare che come possa essere stare nell’epicentro degli scontri.

Macchinone nero e lungo, movimento dalle panchine verso il centro della piazza. È arrivato il signor Gennaro Langella, del centrodestra, sindaco in carica dal 2008. Pare una persona distinta, barba, occhiali, sereno, nonostante tutto. Si dimostra subito aperto al dialogo con i cittadini e giornalisti freelance che lo accerchiano armati di telecamere e fotocamere. Mi avvicino anche io senza spingermi troppo nel mucchio. Non ascolto le parole del sindaco, o almeno non le ascolto tutte. Sono comunque parole politiche, parole, come si può dire, addolcite, ammaestrate, ecco sì, ammaestrate. In fondo la politica è questo al giorno d’oggi. L’ammaestramento delle folle tramite il sapiente uso della parola. Di fare qualcosa di utile non se ne parla proprio.

Le facce degli ascoltatori sono stanche, si vede nei loro occhi una fiammella tenue, vicina a spegnersi ma anche pronta ad esplodere infiammando tutti gli angeli del paradiso.

Mi ridestano dall’interesse per i visi e dal torpore solo alcune affermazioni. Quelle del sindaco:

«Il tentativo da parte del governo è palese ed è quello di calmare un po’ le acque, di placare un po’ gli animi. Mi hanno chiesto che volete?»

E dopo pochi mugugni:

«Io faccio tutto quello che volete, ma non posso fare lo zimbello da solo.»

La seguente risposta è venuta dopo una semplice domanda:

«Signor sindaco, domani lei viene con noi a manifestare? Viene a mettersi davanti ai camion con la fascia tricolore?»

Comoda la politica, quella fascia verde, bianca e rossa che portano certi signori non è mai così stretta da non poter contenere l’alto spessore morale dell’uomo. Troppo spesso non trova resistenza e scivola giù fino ai piedi, come le forze dei cittadini sempre troppo civili.

Scoraggiati dalla performance istituzionale decidiamo di darci una mossa. Tornare a vedere che succede su alla rotonda o almeno avvicinarci e capire. Gli scoppi a ritmi altalenanti continuano. La coltre di fumo creata dai lacrimogeni è sempre lì di fronte a noi, lungo la via, che ci impedisce di vederne la fine. Ci copriamo bocca e naso come meglio possiamo. Io mi rendo conto di aver dimenticato in auto, o forse di aver perso, la mia sciarpa nera, così non mi resta che tirarmi su il maglione fino agli occhi. Ci spalmiamo di limone da per tutto, sopra sotto e dentro gli occhi, tanto che gli occhiali mi si sono appiccicati alla faccia e la faccia alla maglia e la maglia alla barba. Iniziamo la salita, seguiti dal un paio di ragazzi dei comitati. I discorsi con loro sono più o meno gli stessi, l’immondizia e la stanchezza gli argomenti centrali.

Mi comincia a piangere prima l’occhio destro, mentre la narice sinistra rilascia muco come se all’improvviso le si fossero rotte le acque. Nonostante il maglione sulla bocca, la gola mi brucia. Il respiro gratta sulle pareti infiammate. Inizia a piangere anche l’altro occhio, sebbene ormai li tenga chiusi. Facciamo un’altra sosta limone. Ci rispalmiamo tutti di succo da capo a piedi. Riprendiamo il cammino. Tre quattro metri e siamo punto e a capo. Il naso cola e gli occhi piangono. Il fuoco del cratere del Vesuvio sta per eruttare dalla mia gola. Un altro misero metro. Ci fermiamo e ci voltiamo indietro. Piazza Pace si vede offuscata ma non abbiamo percorso più di 60-70 metri. Ne mancano ancora centinaia da percorrere. Non può che peggiorare. Ci guardiamo in quel che resta scoperto dei nostri visi e decidiamo di tornare sui nostri passi. E restare alla rotonda come sarebbe stato? Lascio alla singola immaginazione e al poter salvifico di Youtube.

Appena tornati in piazza Pace, un gruppo di uomini ci si avvicina. La telecamera di Francesco è una sorta di calamita. Pare che questi signori siano stati a Napoli per seguire l’incontro tra i sindaci, la Protezione Civile ed il Governo.

«Ma qualcuno si vuole assumere la responsabilità delle dichiarazioni rilasciate?» – domanda uno dei signori.

Lucidamente ci racconta qual è stata l’escalation delle tensioni negli ultimi giorni. Prima sono stati resi pubblici di dati dell’Asia sulla condizione delle falde acquifere, analisi compiute il 22 luglio e pubblicate solo il 13 Ottobre, che dimostrano come nel terreno e nelle falde acquifere vicine alla discarica ci sia un significativo aumento di elementi tossici. Stiamo parlando di ferro, manganese, nichel, zinco, cadmio, ma in principal modo di Pcb, policlorobifenili, ossia di sostanze dalla tossicità simile alla diossina, estremamente cancerogene. A questi dati hanno fatto seguito le prime manifestazioni pacifiche, le prime cariche della Polizia, ingiustificate secondo la cittadinanza, i primi feriti, i primi scontri e la guerriglia notturna. A gettare benzina sul fuoco, sono arrivate le forti dichiarazioni di Bertolaso e Berlusconi, rimpallati da Caldoro, sulla ferma volontà di aprire la seconda discarica per risolvere l’emergenza rifiuti. Parrebbe giusto, no?

C’è un eccesso di rifiuti non differenziati e quindi non smaltibili facilmente, c’è un problema di inquinamento, c’è una discarica dove si scarica senza cautela ogni tipo di rifiuto tossico e non, c’è la Camorra che, poverina, deve pur fatturare, ci sono gli amici della Protezione Civile massimi esperti di emergenza, ma soprattutto in “sistemi d’emergenza”, c’è un’economia disastrata a causa della discarica aperta solo due anni prima, c’è una popolazione che sta morendo pian piano, a colpi di tosse, c’è l’immondizia che torna ad accumularsi nelle vie di Napoli dove la raccolta differenziata pare inesistente, c’è un Parco Nazionale protetto, c’è Pompei e il patrimonio dell’umanità, c’è la promessa fatta ai sindaci del PDL, del centrodestra, per garantire che non si aprirà mai un’altra discarica, promessa su cui questi sindaci hanno a loro volta vinto le recenti elezioni, e che fanno i politici? Cosa dicono che faranno? “Apriremo la seconda discarica, cava Vitello, la discarica più grande di tutta Europa, un esempio per il mondo, risolveremo un problema sistemico e storico in soli 10 giorni, faremo un miracolo alla San Gennaro”. Non c’è dubbio, anche questa volta il Governo si è superato. Da qui all’aumento delle tensioni, ai manganelli e la gente disperata, ai camion bruciati e le sassate, alla guerra civile, ai lacrimogeni e, non ultime, alle cazzate che leggiamo sui giornali, il passo è davvero breve.

«Solo la Chiesa può abbassare i toni, come si fa a calmare la gente altrimenti?» – afferma un altro uomo con l’impermeabile.

La fede non muore mai da queste parti, la Chiesa cattolica riveste ancora un ruolo decisivo. Le persone ascoltano i messaggi dei preti, dei sacerdoti e dei vescovi. Mezzo cuore mi sorride, l’altra parte resta seppellita sotto la montagna di dubbi sugli affari che la Curia porta avanti all’Aquila, ma, come si dice in questi casi, attendiamo l’esito delle indagini della Magistratura.

Alla fine, stremati, ci infiliamo dentro l’auto di un ragazzo che abbiamo gentilmente costretto a portarci all’albergo dove avrebbe pernottato la Bufalini. Decidiamo di prendere una stanza anche noi tre e riposare. Sarebbe stato assurdo aspettare l’alba e poi ripartire per L’Aquila. Prima di ritirarci nelle nostre coperte, la giornalista ci offre un whisky che produce una sorta di effetto collasso tra il lobo frontale ed i nervi ottici. Dopo cinque minuti, noi tre siamo in coma profondo tra odori non proprio da campi in fiore estivi. Immagino che anche Jolanda stia già dormendo.

La mattina dopo, molto svogliati, ci alziamo, facciamo colazione e ci rimettiamo in moto, direzione “realtà”. Jolanda ha già lasciato l’albergo ed è andata a fare il suo mestiere. La strada è tornata alla vita, i negozi sono aperti e le auto fanno zig zag tra l’immondizia e i camion bruciati. Un giornalista del Mattino si offre di darci un passaggio alla rotonda, è il momento di tirare le somme, è tempo di vedere cosa è successo la notte precedente durante gli scontri.

Ci lascia lungo via Panoramica e facciamo gli ultimi metri a piedi tra contenitori di fuochi d’artificio esplosi, bossoli di lacrimogeni, cartelli stradali divelti e l’immancabile immondizia disseminata un po’ dappertutto.

Giunti sullo slargo di battaglia, troviamo un’altra tipologia di manifestanti, gli studenti delle scuole superiori. L’aria, seppur rarefatta, sembra tranquilla. Ci sparpagliamo tra la folla ognuno con il suo obiettivo, interviste e fotografie. Due notizie restano da registrare: l’apertura della discarica Vitello per ora è sospesa; ieri notte è stato ferito un cameraman, ma la notizia non pare del tutto confermata.

È ora di andare via, è mezzogiorno, abbiamo fatto il nostro lavoro, non bene, non del tutto, non soddisfacentemente, ma l’abbiamo fatto. Un poco di verità rimane impressa nel nastro della videocamera, nella memoria delle macchinette fotografiche, sul mio taccuino, nelle nostre menti, nei nostri cuori e nelle nostre narici. Un sunto breve? L’Italia, col suo fare provinciale e mafioso, mi disgusta.

Ripercorriamo per l’ennesima volta via Zabatta, arriviamo all’alimentari, salutiamo cordialmente, promettiamo col cuore in mano di tornare quando la situazione sarà migliorata. Il vesuviano ci ha conquistati, così come la sua gente. Saltiamo in macchina e partiamo per L’Aquila. Ognuno ha le sue guerre da combattere. Andiamo via, ma non prima di esserci fermati all’incrocio con la mulattiera, via Vicinale Mauro Bordè. Sono sicuro che la sciarpa deve essermi caduta lì nella foga del giorno prima. La ritrovo su un cumulo di immondizia, nera e ancora pulita. Me la rimetto al collo incurante di ogni possibile contaminazione e mi avvio verso l’auto di Francesco. Tutto quello che si perde o che si scarica in queste zone, a dispetto di quel che si pensa, non finisce per forza tra la mani di qualche ladro o seppellito sotto metri e metri di terra ed omertà. Prima o poi, invece, risalta fuori, prima o poi, tornerà prepotentemente a galla. La gente lo sta imparando sulla propria pelle.

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2 Risposte a Lacrime di poveri Christi. Cronaca di una giornata a Terzigno (3)

  1. Chiappanuvoli ha detto:

    Grazie infinite per aver pubblicato il racconto. Confido in tal modo che la voce del popolo vesuviano giunga a più italiani possibili.

  2. jan ha detto:

    Un racconto/reportage valido e bello, bravi!

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