Daniela Panosetti

L’innovazione lessicale è il motore della lingua, la sua riserva vitale. Ma quando la deformazione è fine a se stessa, eccessiva e ostentata, alla lunga può farsi storpiatura, sconfinando nell’incomprensibilità e nella maniera. Tanto più se sospinta (e spesso consacrata) dall’amplificatore implacabile dei media. Di qui, un piccolo prontuario semiserio, per fare il punto su alcuni vezzi linguistici dilaganti nell’Italia (anche giornalistica) degli ultimi anni. Il tutto mentre avanza, su binari paralleli, il cosiddetto «analfabetismo di ritorno».

La lingua è mobile, si sa. E per fortuna, altrimenti immobile e stagnante sarebbe anche il pensiero che la sostanzia. Una lingua statica è inevitabilmente una lingua morta, mentre vivo e vitale è il sistema che si concede le proprie fratture: distillati semantici, ibridi espressivi, chimere lessicali. Una chimica incessante del senso. Esaltata dal paroliberismo, praticata dall’Oulipo, teorizzata dal post-strutturalismo, dalle mot-valises in poi.

Eppure, anche a voler esser persone di mondo, è dura non provare un moto di fastidio di fronte a certi eccessi di zelo: neologismi un po’ troppo fantasiosi, costruzioni un po’ troppo ardite, tecnicismi un po’ troppo pretenziosi. Come il mefitico piuttosto che, sparso a piene mani come una spezia indigesta. O l’allegra illogicità del gergo modaiolo, per cui una scarpa suona meglio di due e si va dall’hairstylist a rifarsi il capello e non l’intera chioma… E perché si lavora in Telecom e si va a studio? Che è successo alle preposizioni quando ci si vede settimana prossima e si richiama in tre minuti?

Ecco, quando la plasticità di un linguaggio sconfina con la deformazione, magari anche gratuita e ostentata, un accenno di reazione sarà pur concesso.

Intendiamoci: i tradimenti linguistici sono il sale del discorso, «riserve di innovazione», direbbe Lotman. Piccole isole di trasgressione dove l’errore diviene lecito e persino incoraggiato, quale nota di colore, segno distintivo, ornamento tutto sommato innocuo. Ma una cosa è il guizzo spontaneo di innovazione, un’altra il vezzo fine a se stesso. Peccati tutto sommato veniali, per carità, se non fossero profusi impunemente e senza criterio, proprio mentre l’Italia conosce un crescente «analfabetismo di ritorno».

Si riconoscono subito i cultori del vezzo linguistico: in treno, al bar, in televisione. Ma cosa accade quando anche i giornalisti, presunti custodi della giustezza linguistica, cadono in tentazione? Per tutti coloro che non sanno dove iniziare, ecco un pratico prontuario: errori e orrori scelti per il giornalista à la page.

Ma buongiorno, gentili telespettatori!

Prima notizia: celebrazioni nazionali. Ancora incerto il luogo, ma sarà senz’altro una città del Nord: Milano piuttosto che Torino piuttosto che Genova. Già ampiamente opzionati invece i partecipanti, provenienti da tutta Eurolandia.

Politica: le ultime dichiarazioni del premier hanno fatto problema in tutto lo schieramento. «Bisogna fare rete di fronte a questo killeraggio mediatico», ha tuonato il capogruppo alla Camera.

Continua lo sciopero degli operai di Canicattì. «Impossibile lavorare in Acme a queste condizioni», dichiarano compatti. Resistere, dunque. Senza se e senza ma.

Economia: «Urge implementare una exit strategy», ripete da giorni l’Ad della Dacme, spinto dal timore di trovarsi col cerino in mano. E aggiunge: «Responsabilità nella crisi, io? Lo nego. Assolutamente».

Cronaca: delitto al tribunale. L’imputato, un avvocato di Montecatini, nega ogni accusa. «A quell’ora – ha detto alle telecamere – ero a studio, come al solito».

Ma il Pm ha comunque ritenut… Scusate, chiamano dalla regia.

[…]

Ci sono problemi tecnici, interrompiamo per qualche istante, ma restate con noi, torneremo in tre minuti

[…]

Rieccoci a noi, per parlare di moda e costume. Quest’anno le tendenze del pret-à-porter sono imperative: tacco alto e capello stirato per tutte.

E per questa edizione è davvero tutto. Linea indiretta vi saluta.

Ci rivediamo settimana prossima.

Laboratorio alfabeta Bologna

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18 Risposte a Il vezzo linguistico: orrori ed errori di una lingua mutante

  1. Chiappanuvoli ha detto:

    Non si può che essere d’accordo con l’articolo, ma non lo si può essere, a mio modesto avviso, del tutto.
    Il linguaggio televisivo non è lo stesso di quello della carta stampata, della narrativa, della poesia o colloquiale. Ha sue logiche e per questo sue deformazioni.
    Da un lato è giusto che segua delle perversioni tutte sue, per questioni di tempo, di impatto anche, ma dall’altro fortunatamente articoli di tale taglio ci permettono di capire, osservare queste derive e di porre rimedio ove necessario o di accettarle e condividerle quando se ne riconosce la logica.

    • daniela panosetti ha detto:

      vero! infatti la mia era (usando proprio una di quelle espressioni abusate) “una provocazione”.
      detto ciò, dio ci scampi da ogni pensiero purista (non solo nella lingua) e dallo spirito di conservazione fine a se stesso, pericoloso almeno quanto la spinta alla deformazione fine a se stessa.
      il fatto è che a spingere entrambi i principi all’estremo poi finisce per muoversi come su un anello di moebius: ti ritrovi dall’altro lato senza neppure accorgertene, dall’efficacia all’opacità, dalla ricchezza di senso all’insignificanza, dalla cura formale al fastidio.
      insomma, come vuole il buon vecchio senso comune, ci vuole misura sia nel conservare che nel sovvertire. anche se a volte, lo concedo, la “giusta misura” è esattamente quella eccessiva. ma questa è un’altra storia…

  2. Maria Antonietta Conti ha detto:

    Brava Daniela
    penso che ormai non c’è più niente da fare, soprattutto per il “piuttosto che”, che ritengo mutazione più deviante e quindi gli auguri che sto inviando ai miei amici sono questi:

    ti auguro Buon Natale piuttosto che Buon Anno!

  3. Tarcisio Panosetti ha detto:

    Brava Daniela, era ora che qualcuno prendesse posizione.
    Continua così, c’è ancora tanto da dire (e da fare).

  4. Mario Valente ha detto:

    Pienamente d’accordo su tutto.
    Leggendo l’articolo mi è venuto in mente un altro vezzo: il “no?” detto a mezza frase (in genere con un tono più acuto, quasi in falsetto).
    Complimenti alla Panosetti per il suo stile! La vedo bene nei salotti televisivi ad arginare la deriva linguistica!

  5. marco ha detto:

    noto solo che molti dei vezzi sono calchi di costruzioni inglesi:
    see you next week
    we will arrive in two minutes
    e anche l’assenza dell’articolo prima del nome della compagnia

    ciò ci dice qualcosa?

  6. ed0ardo ha detto:

    penso che ormai non “ci sia” più niente da fare. Ridiamo se possiamo davanti alle scritte delle botteghe: “just for women”, “merry XMas (decima MAS?”), Xchè,eccetera,
    e mi parlate di corretto italiano, col presidente che parla di Romolo e Remolo?

  7. […] This post was mentioned on Twitter by Nicodemo, Silvia P.. Silvia P. said: Il vezzo linguistico: orrori ed errori di una lingua mutante (alfabeta2, 21 dicembre) http://bit.ly/glwrja […]

  8. stefanella ha detto:

    Sono allergica al lattosio quindi:
    Desidero il caffè piuttosto che il latte.
    Più chiaro di così!

  9. la Volpe ha detto:

    Cara Daniela,

    il problema mi pare proprio questo: il giustificare qualsiasi errore e orrore con il fatto che le lingue siano cosa viva e mobile. Una interpretazione fallimentare del concetto stesso, analoga a quella che vorrebbe interpretare il concetto hegeliano di “storia che giustifica se stessa” come un’autorizzazione a compiere le peggiori nefandezze. L’immobilismo non serve a nessuno, ma a volte vorrei che l’italiano avesse un’accademia normativa a tutelarci dalla degenerazione, rivendicata e difesa, magari ingenuamente, anche da tanti linguisti.

  10. Mix ha detto:

    Bell’articolo.
    Mi permetto un appunto. Secondo me, soprattutto per quel che riguarda il contesto televisivo, molte deformazioni linguistiche sono strumentali, nel senso che vengono appositamente utilizzate per deformare la realtà al fine di adattarla al messaggio che si vuole trasmettere, magari rendendola innocua (quando invece è rischiosa, per il potere) o renderla pericolosa (quando invece è innocua, per i cittadini).
    Mi pare che negli ultimi anni in Italia questo linguaggio deforme stia costruendo una realtà fasulla, di comodo.

  11. edgardo ha detto:

    E che dire della gelmini, sentita ora al tg: non fatevi male per l’approvazione della legge! Il punto è che è deficitaria la costruzione mentale. I tempi radiotelevisivi sono stretti, ma in assenza di una ratio che guida il discorso, facilmente si cade. In verità penso che non ci sia nè ratio nè preparazione. Si va via di pancia e di baci alle scarpe. Questo è il merito apprezzato di più.

  12. Domenico ha detto:

    Tutto è nato da quando il modello: <>, ha assunto una posizione predominante nella nostra società.

    Il problema è che ciò che pensano, sono soltanto un mucchio di stronzate.
    Io, ho messo i tappi alle orecchie.

    At salut!!!!!

  13. Domenico ha detto:

    Tutto è nato da quando il modello: , ha assunto una posizione predominante nella nostra società.

    Il problema è che ciò che pensano, sono soltanto un mucchio di stronzate.
    Io, ho messo i tappi alle orecchie.

    At salut!!!!!

  14. saverio santamaita ha detto:

    Gentile Daniela, condivido lo spirito e la lettera dell’intervento, mi permetto qualche segnalazione supplementare, scelta a caso in un catalogo infinito di scempiaggini: l’orribile “info”, dal quale nascono nomi composti, e bastardi, quali “infografica” e “infomobilità” (sarebbero le notizie sul traffico); “la capigruppo”; l’uso dell’aggettivo dimostrativo “questo” in funzione di articolo determinativo o indeterminativo (ho visto questo film), il ricorso alluvionale all’avverbio “proprio” a rinforzo di concetti troppo esangui per reggersi da soli; le costruzioni demenziali del tipo “Una distanza che diventa un abisso, fra il gruppo delle Regioni del Nord […] e il Mezzogiorno” (apertura di un articolo di Gianni Trovati su “Il sole 24 ore” del 18 Agosto 2008). Infine due orrori: l’annunciatrice televisiva informa che il concerto è stato eseguito dalla Berliner Phisarmonicher, mentre il giornalista di Gr Parlamento trova la frase “voce dal sen fuggita” e legge “voce dal senator fuggita”. Auguri
    Saverio Santamaita

  15. MAC ha detto:

    Aggiungo una considerazione: l’uso di nuovi termini nasce spesso da necessità di semplificare o agevolare un’espressione, dalla opportunità offerta dal ricco lessico tecnologico o da altro, il “piuttosto che”, invece, nasce semplicemente dall’ ignoranza (si tratta di un avverbio comparativo e non di un congiuntivo!) è questa la differenza e non mi sembra poco.

  16. Gino Bertone ha detto:

    Credo, sapendo di non essere originale, che la distorsione del linguaggio sia funzionale alla costruzione di una realtà fittizia ma non per questo meno potente.Il linguaggio comune ed il linguaggio televisivo si ricorrono e si copiano in un circolo perverso che ha come caratteristiche il disprezzo per il popolo bue ed il disprezzo per tutto quello che è in odore di cultura ( il culturame di scelbiana memoria).
    L’0pposizione non può che essere, a mio avviso, rivolta a tutto il sistema del quale la lingua è specchio

  17. daniela ha detto:

    grazie a tutti per i commenti, che mi hanno ricordato tra il serio e il faceto quanto vasta è la casistica in materia e quante altrie distorsioni potevano essere inserite… (una tra tante, colpevolmente dimenticata, il micidiale “quant’altro”, per non parlare del sempre più diffuso “farne/dirne/sentirne di ogni” e del verbo “spalmare” usato al posto di “distribuire”).
    in cambio, segnalo a tutti i cacciatori di vezzi un libro ad hoc, appena pubblicato e personalmente scoperto, ahimé, solo qualche giorno fa: “Non se ne può più” di Stefano Bartezzaghi, un divertentissimo e documentatissimo catalogo di tutti i tormentoni, geniali o agghiaccianti, motivati o immotivati, degli ultimi anni…

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