Franco Berardi Bifo

Il progetto europeo sta attraversando la sua crisi più profonda. La causa di questa crisi è il collasso finanziario iniziato nel settembre del 2008, ma la tragedia che ne è seguita in Europa sembra inarrestabile. Dichiarata l’emergenza dopo la crisi greca di primavera, si è costituito di fatto un direttorio politico-finanziario che si ispira rigidamente ai princìpi del monetarismo neoliberista – i princìpi che hanno portato all’esplodere della crisi attuale. Il direttorio Trichet-Sarkozy-Merkel sta imponendo ai governi nazionali politiche di riduzione della spesa pubblica e del costo del lavoro il cui effetto imminente sembra essere la deflazione e una recessione di lungo periodo.

Per salvare il sistema finanziario le risorse vengono dirottate dalle strutture sociali verso il sistema bancario, e questo comporta il taglio della spesa sociale, la riduzione dei salari, la precarizzazione del lavoro. La competizione con i paesi di nuovo sviluppo, si dice, richiede l’abrogazione di fatto dell’eredità su cui riposa la modernità europea: la tradizione umanistica, illuminista, socialista e democratica che fino a pochi anni fa costituiva l’orizzonte insostituibile del discorso ufficiale europeo.

In nome di una nuova necessità, inevitabile come un evento della natura, si impongono regole il cui effetto non può che essere la devastazione della civiltà sociale europea. Chi non accetta le regole della nuova necessità sarà fuori del gioco, mentre coloro che vogliono rimanere nel gioco devono accettare ogni punizione, ogni rinuncia ogni sofferenza che la nuova necessità richiede. Ma cos’è la nuova necessità, e perché mai dovremmo subirla?

Inquietante è il silenzio con cui assistono a questo processo l’opinione pubblica e l’intellettualità europea – ammesso che esistano ancora. Intellettuali come Habermas, Derrida e molti altri, negli anni scorsi affermavano la necessità di un’unità politica del continente, perché l’unione non fosse unicamente una potenza finanziaria. Quel loro auspicio sembra oggi realizzato, ma in maniera amaramente paradossale. L’unità politica è finalmente realizzata, ma la sua funzione è unicamente affermare il primato assoluto del finanziario, il dominio degli interessi delle banche e delle corporazioni sulla democrazia, sul Parlamento europeo e sui Parlamenti nazionali.

In un’intervista a Massimo Giannini, uscita sulla «Repubblica» di qualche settimana fa, il ministro Tremonti aveva dichiarato che è inutile accalorarsi tanto su quello che accade a Roma, dal momento che le decisioni essenziali ormai non si prendono più lì, ma in sedi europee totalmente sottratte alla discussione parlamentare. In Italia ci si appassiona (si fa per dire) alla crisi terminale del regime berlusconiano. Ma è davvero Berlusconi il problema? O la devastazione della civiltà sociale è iscritta nelle regole imposte dall’interesse della classe finanziaria globale che ha fatto dell’Unione europea il suo strumento più rigido e distruttivo?

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3 Risposte a Cominciamo a parlare del collasso europeo

  1. […] di REDAZIONE il 18 DICEMBRE 2010 · NESSUN COMMENTO […]

  2. Buongiorno,
    voglio provare a rispondere alle sue domande.

    Per quanto riguarda Berlusconi, lui non è “il” problema, ma è “un” problema.
    E’ indubbio che sotto il suo regime le coscienze delle masse già intorpidite (degli e dagli anni ’80) siano drammaticamente sprofondate nel baratro della sottocultura spettacolare così violentemente imposta dai (di lui) mass media.
    Il consumismo totalizzante e l’assetto (poi prototipo e modello) mediatico han portato da una parte (le masse operaie ed incolte) ad una disinformazione crescente e ad una repulsione ingiustificata verso quella idea di un mondo migliore “che fino a pochi anni fa costituiva l’orizzonte insostituibile del discorso ufficiale europeo”, e dall’altra parte (gli studenti e i ceti medi sempre più precarizzati) alla crescita dell’individualismo ed alla totale perdita di fiducia verso un’alternativa al capitalismo.

    La sua crescita politica non ha fatto dunque che affermare e solidificare questo modello sottoculturale (ben raccontato nel libro da voi recensito di Massimo Panarari, qui: https://www.alfabeta2.it/2010/08/24/lideologia-berlusconiana-e-il-flop-del-centrosinistra/), dal momento che tutte le azioni in ambito mediatico-sociale del centrodestra degli ultimi 15 anni sono state rivolte allo sviluppo dell’egoismo sociale e alla banalizzazione dell’alternativa di coscienza di classe, di impegno e di scambio sociale.
    Berlusconi è inoltre co-fautore di un altro problema, quello che riguarda l’altro versante politico. C’è stata infatti un’incapacità di aggrapparsi ai valori della sinistra storica, abbandonati progressivamente dal centrosinistra nel momento in cui s’è messo a rincorrere quel modello di pseudo-politica neoliberista (anche in ambito economico, per riallacciarsi al suo discorso) di cui appunto Berlusconi s’è fatto incosciente rappresentante.

    In tutto ciò, e rispondo al secondo quesito, chi detiene realmente le redini della società spadroneggia, calpestando un’opposizione (sociale più che politica) debole ed inefficace, sfiancata dalle azioni dei governi e dalla crescente precarizzazione. Difatti, come scrive Michele Prospero oggi sul Manifesto, Marchionne potrebbe imporre dei dictat così violenti se non trovasse da un lato complicità politica praticamente bipartisan, sindacati morenti ed infine (ma causa dei primi 2 mali) il quasi totale disinteresse della società civile e delle masse?

  3. Graziano Fois scrive:

    Era ora che qualcuno (a parte la rivista ‘Indipendenza’, che lo fa da anni, inascoltata) cominciasse a parlare del collasso europeo. Un collasso che in realtà è dalla nascita, che colpisce da nove anni e in progressione sempre più veloce le fasce deboli e meno deboli. La classe cosiddetta media sta sparendo, ovvero sta diventando fascia debole; chi studia si ritrova nella condizione di Lumpenproletariat intellettuale. Tutto ciò è solo stato accelerato da Berlusconi, ma non si deve dimenticare che uno dei fautori più accesi del mostro-Maastricht è stato Prodi (e insieme a lui Ciampi). L’argomento euro è sempre stato un tabù nell’intellettualità italiana (ovvero in quasi tutta). Era ora che un sassolino, per il momento piccolo, sia stato gettato nella palude delle menti.

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