Eppure

Silvia Ballestra

Eppure qualcosa si muove. Meno di cinque anni fa, accanto alle desolanti cifre sulla rappresentanza politica delle donne in Parlamento che ci vedeva in fondo alle classifiche mondiali, si notava l’assenza di donne anche nei ruoli chiave dell’economia e dell’informazione. Ora abbiamo un capo della Confindustria donna, una donna al vertice del maggiore sindacato italiano, una donna alla guida di un telegiornale della televisione pubblica, donne direttori di quotidiani. Cose mai viste. Però non s’erano nemmeno viste le donne usate come tangenti, sorta di benefit in aggiunta alle bustarelle, le candidature politiche elargite in cambio dei favori sessuali, le truppe di ragazzotte in transumanza su pulmini coi vetri oscurati dalle parti dei palazzi del potere o reclutate en masse per onorare al meglio un dittatore in viaggio d’affari. Mentre i primi risultati sono stati raggiunti dopo anni di paziente lavorio, spostamenti millimetrici della sensibilità, i secondi sono il prodotto di anni di massiccio bombardamento mediatico sparso a piene mani nell’etere delle tv commerciali (poi tracimato sui canali Rai alla rincorsa del peggio). Ma anche sui muri delle città zeppi di pubblicità ammiccanti dove per rendere un prodotto sexy e desiderabile la scorciatoia di copy a corto d’idee è lastricata, da sempre, da un paio di labbra tumide e schiuse, una scollatura bombastica, un lato B più o meno scoperto e possibilmente alla brasiliana e, chi più ne ha più ne metta, con trucchi e Photoshop che rendono i corpi femminili sempre più concavi e convessi.

Parlare dell’immagine della donna in Italia, oggi, è abbastanza facile. Basta entrare in una scuola superiore e ci si accorgerà che, mentre delle discriminazioni più gravi e macroscopiche (lavoro, politica, potere, crisi economica che colpisce per prime le donne, appunto) non si ha contezza, della violenza dei messaggi sessisti contenuti nella nostra televisione e in tanta pubblicità le ragazze, e i ragazzi, si accorgono eccome. Perché è per sua stessa natura manifesta, diretta, esplicita, sotto gli occhi di tutti da troppo tempo. E allora sarà facile ragionare, discutere e persino comprendere l’ambiguità e la seduzione che certi modelli della società dello spettacolo esercitano su tutti. Chi non vuole essere carina/o, desiderabile, giovane, visibile, in onda, famoso da subito? E ancora, facile dire, fino a una certa età, che non c’è differenza fra maschi e femmine in termini di opportunità, diritto allo studio, accesso ai servizi: i problemi per le donne sorgono con l’ingresso nel mondo del lavoro e si aggravano in caso di maternità. In una società dove sia un salario sia un figlio diventano sempre più un miraggio spostato in avanti, si capisce come sia più difficile prendere coscienza del disastro prima di una certa età. Eppure è lì, nel lavoro, nel posto delle donne nella società, nella conseguente indipendenza economica, che si nasconde l’insidia più grande.

Inquieta allora la fotografia della condizione femminile nei campi che più dovrebbero essere progrediti e sensibili: quelli artistici, culturali, della produzione di saperi. Cosa succede alle donne italiane che lavorano in teatro, nel campo dell’arte, nel cinema? Prima ancora di porsi il problema del famoso (e talvolta micidiale) «specifico femminile», bisogna forse capire quali effetti produce l’assenza delle donne nei ruoli decisionali della produzione: poche donne governano le politiche culturali, poche donne sono committenti, maneggiano soldi, presiedono istituzioni di peso, poche le impresarie, poche direttrici di festival, quasi del tutto assenti dai gruppi autoriali che firmano i programmi televisivi, poche perfino nelle giurie dei premi! E impressiona il confronto con la situazione europea, come spiega bene la compositrice Lucia Ronchetti a Guido Barbieri: nel nostro paese i pregiudizi verso le donne si intrecciano con l’ignoranza di base nei confronti della musica contemporanea, con la sottovalutazione del talento in generale, producendo l’inevitabile fuga di cervelli che si riscontra in tutti i campi. Guardando all’architettura, invece, la situazione si internazionalizza con il fenomeno delle coppie di architetti dove a prevalere è sempre l’uomo: interessante la carrellata fatta da Lucia Tozzi (situazione singolare la definisce, in un settore dove l’unica archistar donna in circolazione è Zaha Hadid) di un sistema in cui alle esigenze dello star system si accompagna, materialmente, un mondo molto maschile. Il problema dello star system salta fuori persino in un campo fino a poco tempo fa immune da esigenze di fotogenia e cioè la scrittura, come rileva giustamente Gilda Policastro riguardo alle ultime apparizioni nel mondo delle narratrici e al trattamento a esse riservato. La situazione è complessa e spesso drammatica, come ci racconta Francesca Barzini, autrice di una bellissima inchiesta televisiva dal titolo Senzadonne, ma non se ne esce se si continua a pensarli come danni e problemi individuali e non, invece, di tutte. O meglio, di tutti.

Share →

Una Risposta a Editoriale n° 5

  1. Vito Bianco ha detto:

    La discriminazione delle donne è solo uno degli effetti della generale arretratezza sociale e culturale, oltreché politica. Il mancato ricambio generazionale è un altro di questi effetti, che possiamo anche definire “gerontocrazia” e che coinvolge pressoché tutte le professioni, compresa la politica. Fa impressione costatare che il Paese è meno vitale e conformista di venti-trent’anni fa, e anche con meno speranza nel futuro, più rassegnato e con meno libertà. Dato che, nello stato stato di incertezza economica e lavorativa, non può esserci libertà, se non quella inconsulta e cieca di spaccare qualche vetrina.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi