Ilan Pappé

Il sionismo ha avuto origine da due spinte sinergiche logiche e giustificate. La prima è stata il desiderio di trovare un porto sicuro per gli ebrei dell’Europa orientale e centrale, dopo decenni di persecuzioni antisemite – e verosimilmente anche il presentimento che il peggio dovesse ancora venire. La seconda spinta è stata la ridefinizione della religione ebraica come movimento nazionale, sotto l’influenza della «Primavera dei popoli» alla metà del XIX secolo.

Quando i leader del movimento decisero, per ragioni che qui non si possono spiegare nel dettaglio, che l’unico territorio in cui queste due spinte potevano trovare risposta era la Palestina – dove viveva già quasi un milione di persone – quel movimento si trasformò in un progetto coloniale.

Questo progetto si definì dopo la Prima guerra mondiale. Nonostante avesse ricevuto una larga protezione da parte dell’impero inglese – nella forma del mandato britannico – come progetto coloniale non fu un successo. I coloni riuscirono a conquistare un magro 6% della madrepatria palestinese, e a costituire solo un terzo della popolazione del paese.

La tragedia della popolazione palestinese indigena è stata non solo il fatto di essere vittima di un movimento coloniale – ma nello specifico di essere vittima di un movimento coloniale che cercava di dar vita a un progetto di stampo democratico. Di fronte alla chiara predominanza demografica palestinese, nel marzo del 1948 undici leader del sionismo non esitarono a ricorrere alla pulizia etnica, come strumento migliore – considerati i fallimenti del colonialismo sionista – per creare una democrazia ebraica etnicamente pura nella maggior parte del territorio della Palestina.

A meno di un anno di distanza da quella decisione epocale, la pulizia etnica fu messa in atto – cosa che al giorno d’oggi la comunità internazionale non avrebbe esitato a definire un crimine contro l’umanità. Le forze ebraiche passarono sistematicamente di villaggio in villaggio e di città in città ed epurarono il paese dalla popolazione indigena. Si lasciarono alle spalle una scia di distruzione e rovina: più di cinquecento villaggi e undici città devastati. Metà delle città e dei villaggi della Palestina furono sgomberati a forza e metà della popolazione del paese (l’80% della popolazione del futuro stato ebraico) fu strappata alle proprie abitazioni, ai campi e alle proprie occupazioni. Questo comportamento criminale è stato accettato ex post dalla comunità internazionale ed è rimasto uno strumento legittimato nelle mani dello stato ebraico, allora come ora, per garantire l’esistenza di una democrazia ebraica nel paese. Il conseguimento e il mantenimento di una maggioranza demografica sono diventati un obiettivo sacrosanto, nonché il fondamento per la soluzione dei due stati. La comunità internazionale, così come l’ala pacifista israeliana, hanno cercato di circoscrivere il territorio in cui la pulizia etnica e la purezza ebraica avrebbero prevalso. Il minotauro sionista ha chiesto – e ottenuto, con la forza – l’80% netto della Palestina. Ma questo non è bastato: nel 1967, quando si è presentata l’occasione propizia per soddisfare non solo la fame di espansione demografica ma anche l’avidità territoriale, ha inghiottito per intero la terra di Palestina.

A ogni modo, anche dopo aver inghiottito l’intero paese, il governo israeliano ha tentato di preservare ugualmente l’idea di una democrazia sionista. È così che sono nate formule come: «Territori in cambio di pace» e «Due stati per due popoli». Queste non erano ricette di pace o giustizia per i due popoli, ma tentativi di arginare un movimento espansionistico che cercava di ottenere più territori a prescindere dalla popolazione araba che li abitava.

C’è chi, dal 1967 e ancora adesso, continua a credere che sia possibile soddisfare questa smania di colonizzare e creare insediamenti, di espropriare e governare e restare democratici con la creazione di uno stato palestinese nel 20% del territorio. Per un breve momento storico, nei primi anni dell’occupazione, forse sarebbe stato possibile. Ma già negli anni Settanta, la situazione è diventata più complessa e sono sorti di fatto insediamenti ebraici che non hanno reso praticabile il contenimento auspicato.

Un decennio più tardi, negli anni Ottanta, il mantra dei due stati ha subìto anch’esso una metamorfosi dinnanzi al mutamento della realtà. L’ala pacifista sionista ha cercato di aumentare il numero di sostenitori dell’idea del contenimento e contemporaneamente di assimilare gli insediamenti che di fatto erano sorti, e dunque ha deliberatamente ridotto il territorio dello stato destinato ai palestinesi. Più il territorio si restringeva, più andava scomparendo il nesso tra la formula dei due stati e l’idea di una soluzione equa, piena e sostenibile del conflitto. Nel secolo attuale, più la soluzione dei due stati è diventata una moneta di scambio comune e il numero dei suoi sostenitori è aumentato – fino a comprendere anche Ariel Sharon, Benjamin Netanyahu, George W. Bush e altri – più il contenimento si è trasformato in occupazione. Quando l’intera comunità internazionale ha adottato la soluzione dei due stati il sistema dell’occupazione ha ricavato dalla nuova realtà un doppio vantaggio.

Per un verso, sotto lo scudo del «processo di pace» l’insediamento si è accresciuto e intensificato, la tirannia e l’oppressione si sono acuite – senza alcuna critica o sanzione internazionale. Per l’altro, la creazione di «insediamenti di fatto» ha ulteriormente rimpicciolito il territorio che si considerava escluso dalla fame del minotauro sionista. Con l’idea dei due stati come formula diplomatica internazionale, è diventata opinione condivisa che la fame sionista per almeno metà della Cisgiordania dovesse essere soddisfatta. Più tardi, col sostegno di tutta l’ala pacifista israeliana, inevitabilmente la formula dei due stati ha condotto la comunità internazionale ad avallare la riduzione dell’intera striscia di Gaza a un moderno campo di concentramento.

Lo status di esclusività attribuito alla formula dei due stati, dentro e fuori del paese, da un lato ha reso possibile per Israele trasformare una forma di occupazione in un’altra per zittire le possibili critiche sui suoi crimini di guerra – e dall’altro, ha reso possibile per il sistema di occupazione israeliano creare dati di fatto che hanno trasformato l’idea di uno stato palestinese in un’utopia.

Guardatela dall’angolazione che preferite. Se la giustizia è il principio in base al quale suddividere il paese, non esiste formula più cinica di quella dei due stati: per l’occupante e invasore l’ottanta percento; per l’espropriato il venti percento nel migliore e più utopistico dei casi, ma più verosimilmente un dieci percento, di territori divisi e isolati. Inoltre: dove avverrà il ritorno dei rifugiati, se sarà attuato? In nome della giustizia, i rifugiati hanno diritto a decidere se possono ritornare, e hanno diritto a partecipare alla definizione del futuro dell’intero paese, non solo del venti percento.

D’altra parte, se il pragmatismo e la realpolitik sono i princìpi guida, e tutto ciò che si desidera è soddisfare la fame di terra e preponderanza demografica dello stato sionista, allora trasferiamo Wadi Ara in Cisgiordania e Hebron in Israele, affidiamoci all’equilibrio regionale e globale delle forze e concediamo ai palestinesi non più di un minuscolo pezzetto di terra, chiusa ermeticamente con steccati, muri e barriere.

Sì, a Nazareth e Ramallah ci sono palestinesi disposti ad accettare persino questo, e meritano di avere voce in capitolo. Ma ciò non basta, non possiamo zittire le voci della maggioranza palestinese nei campi profughi, tra i dispersi e gli esiliati, tra gli sfollati e nei Territori Occupati, che vogliono essere parte del futuro del paese che un tempo gli apparteneva. Non ci sarà alcuna riconciliazione, né giustizia qui, se questi palestinesi non parteciperanno alla definizione della sovranità, dell’identità e del futuro dell’intero paese. La riconciliazione sarà estesa riconoscendo anche agli ebrei che si sono insediati qui con la forza il diritto di partecipare ugualmente alla definizione del futuro.

Diamo ai rifugiati la loro parte e rispettiamo le loro aspirazioni a essere parte insieme a noi di un unico stato. Verifichiamo la praticabilità di questa idea e del percorso per la sua realizzazione – perché abbiamo già sperimentato per sessant’anni l’idea dei due stati e il risultato è chiaro: perpetuazione dell’esilio, dell’occupazione, della discriminazione e dell’espropriazione.

È sbagliato proporre costituzioni democratiche per Beit Safafa ovest, per Bak’ah Al-Garbiya e per la parte est di Arabeh, e allo stesso tempo scrollarsi di dosso ogni responsabilità per Beit Safafa est, per Bak’ah Al-Sharkiya e per la parte ovest di Arabeh, e dire: resteranno lì, dietro il Muro, oppressi, senza accesso alla terra, senza diritti né risorse. Come cittadini ebrei e palestinesi in questo stato abbiamo legami di sangue, di comune destino e comune sventura che non possono essere ‘spartiti’. Una simile divisione non è né onesta né sensata.

Le nostre élite politiche sono incompetenti nella migliore delle ipotesi e corrotte nella peggiore, per tutto ciò che riguarda il conflitto in questo paese. Quelli che le sostengono nei paesi vicini e nel mondo sono altrettanto mediocri. Quando queste élite si mascherano da società civile e propongono la chimera dell’accordo di Ginevra, la situazione diventa solo peggiore e le prospettive di pace si allontanano. Proponiamo un dialogo alternativo che includa i vecchi e i nuovi insediati – anche quelli che sono arrivati il giorno prima – gli espulsi – di tutte le generazioni – e i dimenticati. Domandiamoci quale modello politico ci si addice – uno che chiami in causa e includa i principi della giustizia, della riconciliazione e della coesistenza. Offriamo loro almeno un’altro modello oltre quello che è fallito. A Bil’in abbiamo lottato fianco a fianco contro l’occupazione – possiamo anche vivere insieme. Chi preferiremmo avere come vicini, i coloni di Mattityahu Mizrah o gli abitanti del villaggio di Na’alin?

E affinché questo dialogo si avvii e cresca, ammettiamo che nonostante i nostri sforzi significativi, noi qui con le nostre sole forze non possiamo fermare la vertiginosa crescita dell’occupazione. Perché l’occupazione deriva dalla stessa impalcatura ideologica su cui è stata eretta la pulizia etnica del 1948, a causa della quale l’esercito massacrò gli abitanti di Kufr Qassem, per cui le terre della Galilea, della Cisgiordania e della striscia di Gaza furono confiscate, e nel cui nome hanno luogo ogni giorno detenzioni e uccisioni senza processo. La più micidiale manifestazione di questa ideologia si verifica oggi nei Territori. Dovrebbe e deve essere fermata al più presto. Per questo, nessun espediente che non sia già stato tentato dovrebbe essere scartato. L’appello della società civile palestinese per l’imposizione di boicottaggi e sanzioni dovrebbe essere ascoltato. Dovrebbe essere riconosciuta la sincerità della pressione morale esercitata dalle associazioni di giornalisti, accademici, e medici di tutto il mondo che chiedono di interrompere le relazioni con Israele e i suoi rappresentanti, finché i crimini continuano. Diamo la possibilità a questo percorso non violento di mettere fine all’occupazione. Dall’una e dall’altra parte, chiederemo insieme a gran voce la condanna di un governo e di uno stato che continuano a perpetrare crimini come questi, ebrei e non ebrei, saremo immuni dalla macchia dell’antisemitismo, ingiustamente attribuitaci. Da qualsiasi punto di vista – socialista, liberale, ebraico o buddista – una persona ragionevole non può non chiedere il boicottaggio di un regime e di un governo che già da quarant’anni maltrattano la popolazione civile solo perché è araba. E le persone ebree ragionevoli devono far sì che le loro voci si levino ancora più alte di quelle degli altri invitando all’azione e a uno sforzo comune.

Che sia o no l’esperienza sudafricana il modello e l’ispirazione per la soluzione di uno stato unico e per un boicottaggio internazionale giustificato e morale, è inaccettabile che questa via e questa prospettiva restino senza un approfondito esame, solo a causa della costante adesione a una formula fallimentare che è diventata da tempo la ricetta per il disastro.

Traduzione dall’inglese di Giulia Antioco

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