Alberto Leiss

“Qu’ une bàtarde de catin / a la cour se voie avancée, /que dans l’amour et dans le vin/ Louis cherche une gloire aisée, / ah! Le voilà, ah! Le voici / celui qui n’en a nul souci”.

La canzoncina parla di una  “bastarda di sgualdrina” favorita a corte, e di un Luigi XV che cercava gloria nel sesso e nel vino, e non si preoccupava d’altro.  A Parigi, nei decenni che precedono la Rivoluzione, c’è una vera esplosione di canzonette, libelli, cartigli, pettegolezzi orali che si diffondono grazie a un capillare sistema mediatico e che prendono di mira i costumi dissoluti della corte. Protagoniste alcune favorite del re, come la Pompadour e la contessa du Barry, la cui origine sociale oggi potrebbe agevolmente rientrare nella categoria “escort”.

Secondo lo storico americano Robert Darnton la moltiplicazione di questi “gossip mediatici” – da lui ricostruiti soprattutto grazie agli archivi della polizia (le intercettazioni dell’epoca) – ha contribuito al crollo della monarchia non meno delle rivendicazioni politiche e economiche del “terzo stato” (Robert Darnton, L’età dell’informazione. Una guida non convenzionale al Settecento, Adelphi 2007).

E’ stato osservato – forse da Massimo Cacciari – che gli scandali “privati” a sfondo erotico accompagnano le crisi politiche fin dai tempi degli Assiro-Babilonesi. Ciò non toglie che queste fenomenologie vadano “studiate” nelle loro specificità storiche.

E’ opportuno che gli scandali avvengano.

Ci parlano delle modalità secondo le quali una certa autorità viene meno. Quando Veronica Lario denunciò il “ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere”, Ida Dominijanni sul “manifesto” azzardò l’ipotesi che per Berlusconi fosse l’inizio della fine. Persino Vittorio Feltri (intervista al “Fatto Quotidiano” dell’11 novembre 2010) lo ha riconosciuto a posteriori: “…gli ha distrutto la carriera politica. Nel senso che tutto è iniziato da quella lettera”.

Quando questo pezzo sarà pubblicato sapremo qualcosa di più sul destino politico del premier e del suo governo. Se davvero siamo al suo tramonto, sarà comunque importante non rimuovere subito che cosa ci ha detto il “berlusconismo”: molti “intellettuali” di sinistra continuano a essere abbagliati dalla potenza del suo linguaggio mediatico, ritenuto responsabile di un generale inebetimento del popolo, e non vedono né le “verità” che quel linguaggio annuncia, né le origini del vuoto enorme che ha riempito dopo l’89.

Una di queste verità è che se la “Gloria” di cui il “Regno” si veste è rappresentata dalle coorti di fanciulle che transitano dagli spettacoli televisivi alle feste in villa, siamo di fronte a un precipizio dell’autorevolezza maschile. Una faccenda che riguarda tutti, non solo il Cavaliere. Lui ha il merito di averla messa in scena.

E’ una sorta di straordinaria e contraddittoria “narrazione” (troppo di moda questa parola, bisognerà rifletterci) alla rovescio, in cui il “buon cuore” per la povera marocchina si accompagna alla criminalizzazione dei clandestini, l’omaggio alla bellezza e alle capacità femminili al mercato del sesso di fronte alla “claque”.

Molti lo invidiano? Molti (e molte) si girano dall’altra parte.

E’ vero che siamo tutti “clienti” o potenziali tali: nel paese del “bunga bunga” una ridefinizione del desiderio maschile e delle sue valenze simboliche sembra ormai essere una sorta di emergenza e di priorità politica e civile. Anche se il Cavaliere alla fine dovesse appartarsi.

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