Ghada Karmi

Viviamo in un’epoca curiosa, come recita il detto cinese. Come altro descrivereste il paradosso di un processo di pace israelo-palestinese che non porterà pace alcuna? I colloqui iniziati a Washington il 2 settembre sono l’ultimo capitolo di una lunga storia che va avanti da così tanto tempo che la maggior parte della gente ha dimenticato di cosa si tratta. Il ‘processo di pace’ è diventato parte del paesaggio politico, un tratto familiare del conflitto israelo-palestinese, perseguito come un fine in se stesso. Fino a quando le due parti «dialogavano», sebbene senza risultato, questo ha sollevato gli uomini politici dalla responsabilità di un’azione concreta. Un nuovo Presidente degli Usa, consapevole del fallimento di tutti i precedenti tentativi di raggiungere un accordo, sembra determinato a impegnarsi sulla questione.

Il «processo di pace», come viene definito, ha avuto inizio nel 1991 con la conferenza di Madrid, che ha portato, nel 1993, agli accordi di Oslo tra Israele e i palestinesi. Si pensava che si sarebbero risolti in un accordo definitivo, cinque anni più tardi. Non è mai avvenuto, e da allora una serie di piani per la pace tra occidentali e arabi è ugualmente fallita. Oggi siamo testimoni dell’ennesimo vano tentativo di affrontare questo vecchio problema.

La ragione di tali fallimenti risiede in una scorretta interpretazione del conflitto e in una soluzione altrettanto scorretta. Gli attori sono gli stessi, anche se i loro nomi cambiano: una parte israeliana forte che può dettare le condizioni, una parte palestinese debole che non può farlo, e un arbitro statunitense legato a Israele. Inoltre, e nonostante l’adesione formale accordata alla questione dei rifugiati, il conflitto è stato interpretato come se riguardasse soltanto la parte della Palestina post 1967. La risoluzione 242 dell’Onu, formulata dopo la guerra fra arabi e israeliani del 1967, ha gettato le basi per questa visione. Essa ha seppellito tutti i precedenti diritti dei palestinesi sulla loro terra originaria e ha condannato i rifugiati a quello definiva genericamente «un accordo equo». Da allora, il dibattito è stato incentrato sempre sul destino della Cisgiordania, di Gaza e di Gerusalemme Est. E la soluzione è stata mettere in piedi uno Stato palestinese in quei territori, di fianco a Israele. È questa la cosiddetta soluzione dei due Stati, che la comunità internazionale ha sposato. Come ha detto il segretario britannico per gli Affari esteri il 21 agosto, «Una soluzione a due stati è l’unica speranza per garantire una pace e una sicurezza durature». Il Presidente Obama non vede altra possibilità, e le potenze del Quartetto – Ue, Onu, Usa e Russia – lo appoggiano pienamente.

Perché la pensano così dopo più di vent’anni di tentativi falliti nell’applicare quel modello? È palesemente ingiusto, divide la terra in maniera iniqua con quello che, volendo essere ottimisti, è un 78% per Israele e un 22% per la Palestina. Nega alla maggior parte dei rifugiati palestinesi il diritto di ritornare, e legittima e perpetua un regime sionista razzista che costituisce la radice originaria del conflitto. Inoltre, non è neppure attuabile dal punto di vista logistico. Oggi le terre rivendicate dai coloni israeliani sono più del 50 percento della Cisgiordania. Soltanto il 13 percento di Gerusalemme Est è in mano ai palestinesi, mentre il resto sono colonie. Israele non rinuncerà alla Valle del Giordano, un terzo dell’area della Cisgiordania, e vuole Gerusalemme come propria, «indivisa» capitale. Manterrà in qualsiasi accordo i blocchi di insediamenti in Cisgiordania. Gaza è tagliata fuori e il suo futuro è un’incognita.

In questi ridicoli scampoli di Palestina, dov’è lo spazio per uno stato? La soluzione dei due stati in questo contesto può realizzarsi solo a spese dei palestinesi. Ciò non può che significare uno stato composto da enclave in Cisgiordania collegate da ponti e tunnel per garantire la «contiguità», dipendenti da Israele e dalla Giordania per la sopravvivenza, mentre Gaza, che non è collegata, dipenderebbe dall’Egitto. Un’intesa per cedere ai palestinesi piccole porzioni di Gerusalemme è possibile, ma non ci sarà diritto di ritorno per i rifugiati, alcuni dei quali saranno probabilmente assorbiti con difficoltà nelle enclave in Cisgiordania.

La negoziazione su questo inutile accordo è solo all’inizio e sarà interminabile. Si ricorrerà a piccole concessioni e minacce per spingere i due schieramenti a una soluzione entro questi schemi viziati, che non potrà mai realizzarsi. Eppure la soluzione appropriata è sotto gli occhi di tutti. Uno stato unitario in Israele-Palestina non richiederebbe alcuna divisione della terra, alcuna ingiusta ripartizione delle risorse, alcuno sfratto di una delle due parti dalle proprie abitazioni, e consentirebbe un ritorno dei rifugiati e dei loro discendenti. Soprattutto, significherebbe mettere fine al sionismo, un’ideologia superata basata sull’esclusivismo suprematista che ha portato profonda instabilità nel Medio Oriente e non solo.

Uno Stato laico democratico nel territorio dell’antica Palestina è l’unica soluzione equa e umana a un conflitto aspro che ha avuto origine con l’espropriazione ai danni dei palestinesi indigeni. Porvi rimedio è il solo modo per mettere fine al conflitto. L’Occidente, che ha creato Israele, non riesce ad accettare che l’esperimento sia stato un errore e lo si debba concludere. Questo rifiuto è il motivo reale per cui gli Stati occidentali, a dispetto di ogni evidenza, continuano ad appoggiare la soluzione dei due stati.

Traduzione dall’inglese di Giulia Antioco

Ghada Karmi, palestinese, è medico, scrittrice e docente universitaria.

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Una Risposta a Israele-Palestina, uno Stato unico

  1. maurizia natali bensmaia scrive:

    Approvo incondizionatamente. La soluzione che appare la piu’ difficile sarebbe invece la piu’ semplice e completa, e soprattutto la piu’ giusta. Ma ne siamo lontani. Obama sta tradendo, impotente per le lobby, anche se ci sono altre voci, anche ebree qui in US , e soprattutto l’Europa sembra ancora bloccata. Ma un solo stato e’ la sola via giusta. Spero che i palestinesi continuino a resistere, e spero che gli ebrei si accorgano che un solo stato in pace e’ la sola vera scelta etica e umana – e la sola all’altezza delle vittime della storia passate e presenti.

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