Serena Orazi

Il testo che state leggendo ha due obiettivi: il primo (e principale) è quello di portare a conoscenza di quante più persone possibili gli irricevibili contenuti della proposta di legge Tarzia per la riforma dei consultori della regione Lazio, il secondo (e conseguente) è quello di avviare una riflessione sullo stato attuale della «politica delle donne», sulle pratiche adottate e sulla loro efficacia, sulle dinamiche di relazione intergenerazionale, sul merito del dibattito teorico-politico, sul rapporto con la politica della rappresentanza. Tutto ciò a partire da una posizione situata che non fa mistero di essere dalla parte delle «giovani», anche se non più giovanissime, in quanto ad analisi sulla legge, scelta delle pratiche, riferimenti teorico-politici, orizzonte simbolico.

Punto primo. Olimpia Tarzia, fondatrice ed esponente di primo piano del Movimento per la vita italiano, nonché vicepresidente, dal 2005, della Confederazione italiana consultori familiari di ispirazione cristiana – oltre 200 centri sparsi sul territorio nazionale –, nel marzo scorso viene eletta al Consiglio regionale del Lazio nella lista per Renata Polverini presidente. Dopo nemmeno due mesi presenta la sua proposta di legge «per la riforma e riqualificazione dei consultori familiari», firmata da trentanove consiglieri, per la maggior parte uomini, di cui quattro addirittura del Pd. Olimpia Tarzia, è bene ricordarlo, c’aveva già provato sette anni fa, quando era nella squadra di Storace, a riformare i consultori del Lazio, ma la proposta di legge non ebbe il tempo necessario a concludere l’iter. Una vera e propria missione la sua, una donna che da sempre si batte per la tutela e i diritti della famiglia, quella famiglia «società naturale fondata sul matrimonio», come esplicita l’articolo 7 dello Statuto regionale che ha personalmente provveduto a riformare, quella famiglia di cui lei stessa è, in qualche modo, testimonial. Sposata, madre di tre figli, docente di Bioetica presso alcune università private, membro di numerosissimi comitati e associazioni pro life, cantautrice prodotta dalle Edizioni Paoline e, soprattutto, ideatrice del Manifesto del nuovo femminismo (marzo 2003) – sostenuto peraltro da Karol Wojtyla – il cui obiettivo politico è quello di «restituire alla donna il suo specifico ruolo nell’accoglienza alla vita», Olimpia Tarzia ha un curriculum che fa concorrenza a quello di Sarah Palin, tanto per ribadire la centralità del legame tra «personale» e «politico».

Ecco, non è esagerato definire «integralista» la proposta di legge che porta il suo nome e che enuncia sin dalla premessa uno degli assunti ideologici che permeano l’intero testo: il riconoscimento giuridico dell’embrione, nominato infatti «figlio concepito» e considerato membro della famiglia a tutti gli effetti. Conseguentemente l’azione dei consultori deve essere orientata alla tutela della vita e, più in generale, alla promozione della famiglia e dei valori etici di cui essa è portatrice: unità e fecondità. In quest’ottica dunque i consultori, definiti nel testo «strutture asettiche», non debbono più limitarsi a fornire servizi sanitari o parasanitari alle donne che vi si rivolgono ma, piuttosto, devono svolgere un’azione di vigilanza – testuale – sulla famiglia, addirittura prevedendo e prevenendo situazioni di disagio, crisi e rottura. L’attività poliziesca di vigilanza sarebbe attuata attraverso un approccio multidisciplinare che prevede l’erogazione di consulenze sul piano educativo, psicologico, giuridico, sanitario e socio-assistenziale. Se una donna dovesse decidere di abortire, dunque, si troverebbe obbligata a dover sostenere una prima serie di colloqui in cui esplicitare le ragioni della propria scelta e, in seconda battuta, a dover ascoltare le argomentazioni contrarie e, infine, le soluzioni proposte dalle diverse figure professionali che operano all’interno del consultorio, proprio in virtù dell’interdisciplinarità della struttura. La firma del dissenso informato per accedere alla procedura di interruzione volontaria della gravidanza, assume così i contorni di un vero e proprio calvario poiché l’ingerenza dell’Istituzione nella vita privata delle donne è legittimata e moltiplicata all’ennesima potenza. A tale attività di dissuasione viene affiancata inoltre una vera e propria schedatura delle donne che decidono di praticare l’Ivg, i cui dati confluirebbero in un archivio centrale istituito appositamente nella sede della regione Lazio. Ma ciò che fa veramente indignare è la demagogia che permea l’intero testo di legge. Tra le misure economiche previste a sostegno della maternità c’è infatti la corresponsione di un assegno mensile – il cui importo non è chiaramente specificato – rinnovabile ogni anno, fino al quinto anno di età del bambino, per le donne sole il cui reddito risulta essere al di sotto della soglia di povertà. Ma non sarà troppo? Logica conseguenza di questo impianto è l’istituzione, il riconoscimento e il finanziamento delle strutture private, di matrice cattolica, in modo da favorire l’integrazione delle forze, delle risorse e delle competenze tra privato sociale e pubblico, in perfetta assonanza con quanto sta già avvenendo nei settori della Sanità, dell’Istruzione e del Sociale in generale, sia a livello territoriale che centrale. Questo secondo e insopportabile affondo costituisce in realtà la quadratura del cerchio. La presenza degli obiettori di coscienza all’interno dei consultori e delle strutture ospedaliere pubbliche, praticata da anni in un’ottica militante a tutti gli effetti, ha dato alla fine i suoi risultati. Come nel IV secolo d.C. quando, prima dell’istituzione a religione di Stato, il cristianesimo seppe dotarsi di strutture materiali e risorse private per governare il territorio fino a giungere, qualche tempo dopo, ad appropriarsi del patrimonio pubblico, in una fase, certo, di profonda disgregazione e vacanza delle Istituzioni e sostituendosi a esse. Analogie inquietanti. Di fronte al ribaltamento dell’idea originaria che aveva portato all’istituzione dei Consultori come spazi e servizi delle per le donne, risultato concreto delle battaglie per l’autodeterminazione condotte da soggettività forti che facevano della differenza di genere, inutile negarlo o girarci attorno, la leva di un agire politico che ha realmente permeato la società, finalmente qualcosa si è risvegliato.

Punto due. «Risveglio» è il termine adatto per definire cosa si è messo in moto per contrastare l’approvazione di questa proposta di legge, pericolosa peraltro perché estendibile in futuro ad altre regioni d’Italia. La battaglia in difesa dei consultori pubblici è diventata in qualche modo terreno ricompositivo per molte donne provenienti da percorsi ed esperienze politiche molto distanti tra loro, a partire dalla dimensione temporale che in questo caso diventa generazionale. Non senza difficoltà, ovviamente. La prima è stata proprio quella di intendersi sull’analisi e sulla portata della proposta di legge stessa. A una lettura per lo più orientata sulla mera difesa dell’esistente, che in qualche modo rivendica la maternità e il diritto di esistenza dei consultori, come diritto acquisito per le donne, si è opposta l’esperienza di quante sono giunte alla maturità sessuale senza passare per quelle stesse strutture. I consultori, di fatto, non sono stati per noi – donne di età compresa tra i 20 e i 35 anni – luoghi irrinunciabili per la tutela della salute riproduttiva né, tantomeno, spazi di formazione politica e questo non solo e non tanto per il definanziamento e il depotenziamento cui negli anni sono stati sottoposti, ma piuttosto per l’esodo della politica delle donne dai luoghi che essa stessa aveva contribuito a creare. L’attacco, piuttosto, va letto in termini generali come l’ennesimo tentativo di erodere la libertà di scelta delle donne, nello stesso quadro e con le stesse modalità in cui rientrano, ad esempio, la legge 40 in materia di procreazione medicalmente assistita e le linee guida che di fatto rendono inaccessibile per la maggior parte delle strutture ospedaliere l’impiego della pillola ru486. Inserire questo episodio in un quadro più ampio ci aiuta infatti ad afferrare meglio quale sia la vera posta in gioco e conseguentemente a decidere quali strategie e quali pratiche adottare. Tutti questi provvedimenti di legge e il dibattito che attorno a essi si è animato, hanno in comune una cosa: l’assenza imbarazzante della soggettività femminile. Su questo, va detto, alcune donne hanno provato ad interrogarsi e ad aprire interlocuzioni con altre ma senza grandi risultati, mi sembra. La legge 40 è stata approvata e il referendum non ha neppure raggiunto il quorum, la ru486 di fatto è accessibile solo in Emilia Romagna e i consultori sono minati ovunque dagli obiettori di coscienza. Viene spontaneo chiedersi dove siano le donne in questo paese. Il controcanto non può essere solo quello di registrare il dato e puntare il dito sul divenire vittima della donna in una società a capitalismo avanzato, bianca ed occidentale, scandalizzandosi per altro dell’imbarbarimento dei costumi sessuali della classe dirigente, perché questo significa regalare terreno ad un ordine simbolico che ci è nemico. D’altro canto, lasciare libera la rappresentanza politica femminile, seppure di sinistra e con le calze a righe colorate, di esprimere il proprio personalissimo parere nei talk show di prima serata può risultare, molto spesso, altrettanto controproducente. Non si tratta dunque di riprendere da dove si era lasciato tanto tempo fa o di ritenere inviolabile ciò che si è conquistato in passato, ma di aprirsi alla produzione di pensiero e stili di vita che sappiano agire lo scenario attuale. La Fiom ha dovuto aprirsi alla tematica del reddito per rilanciare la battaglia in difesa del contratto nazionale. Nessuna di noi è in possesso di un contratto, figuriamoci di uno nazionale.

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Una Risposta a Consultateci! Note sulla campagna contro la legge Tarzia

  1. Brunella S ha detto:

    Scusa Serena ma dove lo vedi l’integralismo? offrire ubna diversificazione di assistenza affiancando ai consultori laici dei consultori cattolici è integralismo? Non ti sembra di fare retorica aggrappandoti a schemi stantii, dove la donna viene soggiogata dalla chiesa x essere resa shiava? beh, guarda il sessantotto è finito e le donne di oggi (grazie alle lotte di quegli anni) sono altra cosa. Consapoveli e non suggestionabili. Secondo me la legge Tarzia non è da buttare via… d’à maggiori possibilità di scelta e da la possibilità di aggiungere strutture nuove e auspicabilmente funzionanti ai consultori che , purtroppo, non funzionano. E’ un passo avanti quindi, nulla di retrogrado.

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