Antonella Anedda

Roma è angusta e monumentale. Il barocco è uno stile faticoso. Secoli e secoli, premuti sotto le pietre che fioriscono nel marmo. Preferisco il Foro: bianco-latte e le catacombe: inghiottono nero, a volte come in una catacomba non aperta al pubblico in via Poerio sale sul muro l’ombra bizantina di un Pantokrator .

Lavoro spesso fuori. Vedo il Colosseo ogni volta che prendo l’autobus per andare alla stazione, vedo l’Arco di Costantino ogni volta che torno. Li vedo davvero? E cosa vedo oltre la loro bellezza? Ogni volta affilo lo sguardo per cercare e cercare.  Ogni volta trovo dettagli. Sono loro a salvarmi dal terrore. Certi tetti di ferro sulle edicole, certi giardinetti al piano terra con le finestre sbarrate e la tovaglia di plastica sul tavolo con le ortensie. Tra i dettagli ci sono i visi delle persone, i frammenti dei loro discorsi, alla posta, sugli autobus. Mi piace osservarli, ascoltarli. Sono cittadini di un impero il cui paesaggio umano è vertiginosamente cambiato. Ci sono i Daci e i Sarmati, ci sono gli schiavi anche se non sono prigionieri di guerra e stranieri che hanno i giorni contati. Un testo della poetessa canadese che sto traducendo: Ann Carson, si intitola La caduta di Roma. Parla dell’essere stranieri a Roma e dell’incubo dell’essere in una città straniera. Racconta di chi ha diritto e di chi è scacciato:

“ A Roma c’è una prodigiosa abbondanza di parole.

Passeggio tra di loro/ cammino a zig zag, le separo come un pettine

le sento dondolare.

… Lo straniero è qualcuno che corre di notte

nelle strade dove correva Alarico. Lo straniero è povero, vorace,violento.

….

Cosa fa la salvezza dell’impero?

Riconoscere il crollo.

Tutto crolla.

Case, corpi

E nemici

Crollano

Quando il ritmo

Viene turbato.”

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