Roberta De Monticelli

“Preso atto dell’insussistenza di rapporti di parentela o affinità fino al IV grado tra i commissari e i candidati, o i commissari medesimi, la Commissione procede…”. Un attimo di smarrimento può attenuare la tua residua lucidità, mentre firmi anche quella pagina del poderoso verbale che sta per essere consegnato agli uffici competenti. Cosa si intenderà per affinità di quarto grado? L’interdetto misterioso che potrebbe, come il fulmine di Giove, piombare sulla fittissima trama di scambi, negoziati, accordi, ricordi, ripicche e ricatti che da anni si intreccia intorno a questa Procedura di Valutazione  Comparativa (che vuol dire concorso a posti di ruolo nell’Università italiana), e confondere in una gioiosa deflagrazione vincitori e vinti, “cordate” e corde, presidenti e segretari? Il fuoco purificatore che brucerà le novanta pagine di convergenze parallele  su cui si fonderanno la cattedra di Tizio e il destino precario e ramingo di Caio e Sempronio? La maestà della Legge si profila per un attimo, misteriosa e sublime, sopra le bassure afose dell’associazione di stampo accademico.  Breve sogno. Il plico è chiuso. La procedura di svalutazione comparativa di tutti i valori, consumata. I cellulari ricominciano a trillare festosi.

La cosa che colpisce di più in questo genere di circostanze è la raffinatezza della Legge, il suo occhio di lince che scruta ogni più lontana possibilità di nefandezze e ce ne preserva, l’acuto della grida  (manzoniana) che trafigge il nostro cuore impuro. Le affinità, ancorché di quarto grado: eh no perbacco, in nome della Legge!

Ma gli scambi e gli accordi, quelli sì. I voti negoziati ad uno ad uno dai gruppi di pressione che hanno abbastanza potere per promettere posti, ipotecando concorsi futuri, quelli sì. I risultati invariabilmente noti prima, quelli pure – e ci mancherebbe, son cose che ci vogliono anni a preparare: non vorrai lasciar fare al caso, no? Ci sono in ballo i propri allievi, mica noccioline. E se uno è bravo, bisogna pure che ci sia una cordata a sostenerlo (anni di telefonate, negoziati, accordi, scambi), non vuoi mica che perda, no? E allora uno che è bravo ma è solo un individuo, non ha che la sua mente, i suoi lavori, le sue scoperte, e nessuno che lo “porti”? Cambi paese, o mestiere. E poi chi lo dice che è bravo? Se non c’è neppure  uno straccio di telefonata che lo raccomandi, come lo valutiamo? Non vorremo mica ridurci a leggere i suoi lavori? Del resto, come diceva un famoso barone, a mettere in cattedra uno bravo son capaci tutti: il tuo potere si vede da quanti cretini sei riuscito a metterci. E poi cosa pretendi: è quell’università lì che paga il posto, non vorrai mica affossare il candidato locale? Fai anche tu del bene, piuttosto: in cambio del voto al tizio per cui hanno chiesto il posto, fatti votare il tuo che è bravo, no? Non vorrai sacrificarlo a un principio astratto di purezza?

Cari colleghi, è vero che bisogna difendere l’università dai tagli, ma è questa l’università che vogliamo? O non sarebbe piuttosto un’università dove nessuno può avere un posto né fare carriera là dove ha studiato, essere promosso e reclutato dal professore che lo ha laureato e addottorato, come nei paesi dove ricerca e merito valgono qualcosa? Dove la dignità anche morale dell’insegnamento viene associata all’eccellenza disinteressata e non al potere delle cordate (cioè mafie), anche di quelle che si credono virtuose? Dove l’idea stessa di fare e ricevere telefonate per raccogliere voti per i propri allievi sia, come è nei paesi in cui l’etica esiste, ragione di vergogna e disonore, e non di paradossale orgoglio?

La cosa più triste e irreparabile è che né le personalità autentiche né le vere comunità scientifiche possono allignare in questo brodo. Perché le prime non tollerano le consegne di scuderia e le seconde le logiche locali. E se l’università non serve a produrre né le prime né le seconde, a cosa serve allora? Che maestri saremo stati, che maestri usciranno da tutte le nostre svalutazioni comparative della libertà, del disinteresse e dell’etica?

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