Enrico Piscitelli

Di libri, di editoria, scrivono tutti, grandi e piccini. Spesso si scrivono cose imprecise, o mezze verità. Ogni tanto qualcuno esce allo scoperto, e ci mostra cos'è, realmente, il sottobosco editoriale. E questo accade quando si è ormai al limite del penale. All'esterno sembra tutto bello e puro. L'esordiente è un tizio qualunque che, seguendo alla lettera il mito americano – quello secondo il quale “ognuno può diventare Presidente”, mito rinnovato ogni cinquant'anni negli States – riesce, dal nulla, a pubblicare con una major, vendendo un mucchio di libri, e vivendo felice della propria scrittura. Questo mito dell'esordiente è falso. Quelli che conosco io, che hanno pubblicato con Mondadori, Einaudi, Rizzoli, hanno alle spalle anni di gavetta, di lavoro nei service editoriali – traduzioni, correzioni di bozze, revisioni di libri di altri – e altri libri già pubblicati dei quali viene taciuta l'esistenza. Non hanno mandato un manoscritto, ma hanno lavorato al loro libro per tre, quattro, cinque anni, affiancati da editor della casa editrice per la quale “esordiranno”. Duro lavoro, insomma. Che spesso non dà i frutti desiderati. Non basta pubblicare con una major, insomma. Spesso anche i libri di Mondadori o Einaudi – che poi, come sappiamo, sono la stessa cosa – restano invenduti, sono dei flop.

Un'altra cosa che pochi dicono è questa: la cosiddetta piccola-media editoria indipendente, si lamenta dello strapotere dei quattro grandi gruppi editoriali. Ma ne segue, spesso, le logiche. Imita, insomma, le strategie delle major. Non innova, non tenta strade nuove, non rimescola le carte. E non investe, perché non ha fondi da investire. I piccoli editori cominciano la loro attività con niente, con un pc o un Mac, e tanta buona volontà. Spesso non hanno esperienza diretta, sul campo. Provano a vendere i libri senza promotori o distributori, o con il distributore sbagliato. Dopo uno, due anni, si rendono conto che i libri che hanno stampato sono tutti nei cartoni, e non hanno più spazio in casa, per i cartoni. E allora cominciano a pubblicare a pagamento – ovvero: a chiedere dei soldi agli autori, in cambio di un certo numero di copie. A volte lo fanno davvero per poter continuare a produrre dei bei libri. Altre perché hanno, semplicemente, pochi scrupoli.

Gli editori a pagamento sfruttano proprio la leva del mito dell'esordiente. Il discorso è: pubblica con noi, e un grosso editore si interesserà a te; pubblicherai con il grosso editore e il tuo investimento iniziale – si parla di cifre che vanno dai due ai tre zeri – sarà ampiamente ripagato. Non dicono però che, se anche tutto questo fosse vero, è quasi impossibile vivere di scrittura. Non dicono che gli autori che pubblicano con Einaudi, Mondadori, Rizzoli ecc. sono decine e decine e decine, e che quasi tutti hanno un lavoro, vero. Sono insegnanti, bibliotecari, redattori, ingegneri, giornalisti.

Nessuno dice la verità. O meglio: nessuno la scrive.

La verità è questa: la narrativa italiana ha un riscontro bassissimo. Al momento, il più basso degli ultimi anni. I librai prenotano pochissime copie dei libri di narrativa. Non si fidano. Sanno, o qualcuno ha detto loro, che venderanno solo un piccolissimo numero di romanzi italiani, e solo di alcuni autori. Qui stiamo parlando di numeri così bassi, che cinquecento copie vendute di un libro di una piccola casa editrice, sono un successo clamoroso, roba da brindare col prosecco (lo champagne costa troppo). Ci sono ottimi libri che vendono quaranta, cinquanta copie, e poi diventano remainders e poi, ancora, carta da macero.

Hai voglia a pubblicare libri di qualità. Hai voglia a lavorare per anni a un libro, perché sia quanto di meglio il pacchetto autore-editore possa sfornare. Tutto il lavoro che c'è dietro a un libro non è minimamente premiato. E questo da subito, dal momento delle prenotazioni in libreria.

I librai non si fidano, appunto. Prenotano solo una manciata di libri italiani, ovvero la narrativa proposta dalle major – soprattutto perché i grandi gruppi investono, per esempio pagando per gli spazi espositivi: quanti sanno che le vetrine delle librerie Feltrinelli sono a pagamento? – e qualche saggio semplificato o georiferito, cose tipo La storia dei laghi di Monticchio, ma solo nelle librerie della provincia di Potenza.

Ci sarebbe da scrivere anche dei “dibattiti culturali”, ridotti quasi sempre a mezze risse nei commenti dei blog letterari, delle piccole inutili rivalità fra addetti ai lavori, del precariato spinto dei lavoratori dell'editoria – e qui con piena parità fra grandi e piccoli editori – e della scarsa, scarsissima attenzione che quotidiani e riviste dedicano ai bei libri di narrativa editi dai piccoli editori – al massimo dei lunghi elenchi magmatici, nei supplementi culturali, ma nessuna traccia di approfondimento.

Queste, però, sono solo poche righe. Ma so di ottimi autori che ne stanno scrivendo, ora, in questo stesso momento. E diverranno libri, queste cose che stanno scrivendo sull'editoria. E, sì, speriamo che quei libri vendano bene. Che siano letti. Può essere, tanto: non sarà narrativa.

* Enrico Piscitelli cura la collana Novevolt, per Zona editrice. Ha curato anche due antologie di narrativa: Rien ne va plus, e Clandestina. Ha pubblicato una raccolta di racconti, La minima importanza.

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27 Risposte a Una piccola nota sull’attuale situazione della narrativa in Italia

  1. Precisa riflessione, Enrì. Ora, chiaramente, speriamo da queste poche righe si possa aprire un dibattito sano e costruttivo.
    Secondo me, e lo ripeto spesso, il problema principale dei nostri tempi è il disamore per la lettura. Se non ci s’inventa (e abbastanza in fretta, pure) qualcosa per appassionare il non-lettore, abbiamo perduto. Tutti.
    E, i libri, li continueremo a leggere sempre in pochi, sempre di meno.
    Bisogna portare la lettura laddove questa non c’è. Ed educare coloro che lettori non sono.

  2. enrico scrive:

    Sì, Gianluca. però l’ammalata grave è la narrativa italiana, contemporanea, non “esordientesca” e di major. è lì che bisognerebbe intervenire urgentemente, prima che il malato muoia.
    e-

  3. Alessandro Boni scrive:

    Alla riflessione manca il tassello, non marginale, della smania dello scrittore, spesso solo pseudo, nel voler vedere a tutti i costi pubblicato il suo libro. E quando dico costi mi riferisco a quelle cifre che vanno dai due ai tre zeri di cui parli sopra.
    I grossi editori non investono nel buio, vogliono aver la certezza della qualità dell’autore e spesso non esitano a propinare al lettore, che ha messo in stand-by la tv, lo stesso pappone che la televisione gli propina… e, cito il buon Liguori, speriamo che si “possa aprire un dibattito sano e costruttivo”.

  4. marco montanaro scrive:

    ecco la soluzione: apriamo una nuova casa editrice, che sperimenti, che punti sulla qualità, che… poi realizzeremo che non si arriva a fine mese e finirà lì. il punto è che l’editoria italiana è un settore in cui non c’è imprenditoria vera. come in altri settori. e non capisco perché la quantità debba esser sinonimo di qualità. molti editori si vantano di far uscire 15-20 libri all’anno. perché?

    ho trovato molto pregevole il passaggio sulla piccola e media editoria che finisce col replicare i meccanismi delle major.
    philip roth dice che i libri — la narrativa, i romanzi — diventeranno come la poesia. li leggeranno in due o tre persone. il libro non può competere con lo schermo, dice roth. ha perso col cinema e perderà col kindle. il tipo di concentrazione che richiede muterà in altri tipi di concentrazione. io credo che in questi tipi di evoluzione non ci sia da esprimere un giudizio di valore, diciamo così. accadono. i bei tempi appaiono sempre così luccicanti. ma non è vero.
    io non lo so, tra l’altro, se quello che dice roth è vero. sono d’accordo comunque che bisogna portare i libri nei luoghi insoliti. in posti in cui non si legge. aggiungo: in luoghi in cui c’è necessità, fame di lettura, se ce ne sono. ma non condivido l’atteggiamento “evangelizzatore”, diciamo così, che con una forzatura (mia) rintraccio nel commento di gianluca. bisogna andare nei luoghi insoliti perché è più divertente. via, le presentazioni davanti a un pubblico annoiato — perché abituato — le abbiamo fatte tutti. sono la morte del libro. quanto a me.
    io ho imparato tardi e da solo a leggere. adesso leggo tanto e lo farò anche quando deciderò di non scrivere più. ogni tentativo di portarmi a leggere da parte di lettori forti (esempio: i miei genitori, che hanno davvero tentato di corrompermi pur di portarmi a leggere) ha miseramente fallito. io nella lettura ho trovato un’esperienza diversa, che esprime un tempo diverso, rispetto ad altre cose (videogiochi, internet, film).

    detto questo, il mito dell’esordiente è un mito passeggero. è vero. così come il mito dello scrittore-per-lavoro. quest’estate ho assistito a una presentazione di g-decataldo che spiegava, più o meno fiero, di come lavorasse con tanto dolore alle sceneggiature di fiction televisive. la gente rideva, perché a raccontare era g-decataldo. di fatto “il giudice mastrangelo” è una cacata mostruosa, no? però ai miei genitori (i corruttori) piace. chi son io per giudicare? ma passerà anche g-decataldo (cioè, “il giudice mastrangelo”…). così com’è passato cornell woolrich, sceneggiatore di hitchcock e truffaut, che scriveva deliberatamente per lavoro e infatti i suoi scritti, oggi, appaiono davvero datati, ben più di quelli di melville, per dire. sulla questione scrivere-per-lavoro suggerisco “la voce del torrente” di sherwood anderson.

    comunque, cosa voglio dire. la scrittura, come lavoro, non ha mercato. me ne rendo conto quando faccio un confronto coi miei amici grafici con cui ogni tanto collaboro. per ogni lavoretto che fanno loro c’è un prezzo. quello che faccio io, invece, non ha prezzo, perché il meccanismo domanda-offerta è andato a farsi benedire. che faccio, piango? no. non m’interessa. uno scrive perché vuol farlo. non è detto che sia un lavoro, tanto più quando, storicamente, lo scrivere ha rappresentato un’attività remunerativa solo per un brevissimo lasso di tempo.

    concludo. enrico scrive, appunto, che la verità bisognerebbe incominciare a scriverla. comincio io.
    ho 28 anni, ho pubblicato un libro di racconti che per alcuni è dimenticabilissimo e per altri lettori non-forti ha rappresentato un’esperienza piacevole. ovviamente non ha venduto un cazzo. pubblico racconti dove capita. non ho la minima intenzione di fare della scrittura un lavoro, proprio perché so che mi porterebbe a confrontarmi solo con gente del settore, a farmi vivere nel mondo parallelo che è quello delle lettere, quando è un mondo parallelo già lo scrivere; e poi non ho alcuna voglia di dover barattare la pubblicazione col lavoro, che è quanto accade a tutti i conoscenti che ho nel mondo dell’editoria. non credo che aprire nuove case editrici risolva il problema. non credo che ci sia un problema. se il libro, intendo il supporto cartaceo, tornerà a essere un’opera d’arte unica (be’, più o meno), con maggior cura dei dettagli (quanti libri odierni fanno davvero schifo dal punto di vista tipografico? e perché? ma perché mica ci son soldi per investire in quel senso!), ne sarò contento. immaginate: un libro ogni dieci, quindici anni, ma fatto* benissimo, la summa, magari, di ciò che uno ha scritto, negli anni, in rete, per esempio, e che davvero sia in grado a sfuggire alle sabbie del tempo.

    perdonate la confusione, ho scritto tanto e neppure tutto quel che avevo da dire. perdonate anche la prosa sciatta, ma questo è un commento, non un libro.

    *per “fatto” intendo proprio “confezionato”, dunque mi riferisco anche ai fattori (tipo)grafici, all’illustrazione di copertina, agli spazi bianchi, alle font, ecc.

  5. enrico scrive:

    Marco, la questione della cura tipografica è importante. ma è importante per chi fa i libri, però, perché rappresenta – come la qualità di ciò che è scritto, dentro – la cura, l’amore che uno ci mette, nel farli.
    al “mercato”, a chi acquista i libri, gliene importa poco, del font di stampa. bestseller stravenduti sono pieni di refusi, sono tascabili stampati su carta cesso ecc.
    perché la narrativa – non “i libri”, ma proprio la narrativa – vende così poco, in Italia?
    possiamo ipotizzare un sacco di concause.
    per esempio: troppi libri. questa è una delle “cause” più gettonate. forse è vero. difficile fare dei numeri precisi, però. quando provo a barcamenarmi fra i dati AIE, l’aggregato “narrativa” è sempre impreciso – raccoglie anche i libri tradotti, per esempio.
    bisogna affidarsi a quello che si vede e si sente.
    e, in effetti, noi, che siamo aggiornati su tutte le uscite, sappiamo che i libri di narrativa italiana son davvero tanti.
    altra causa possibile: prendi chi gira intorno alle riviste underground, quelle del BIRRA, o di Wimble.doc… ecco: spesso mi tocca sentire da chi ci scrive, o le fa, le riviste, che non legge narrativa italiana contemporanea. questa cosa è eclatante.
    però, allo stesso tempo, la capisco.
    capire cosa leggere, nel caos delle uscite, è quasi un lavoro.
    distinguere fra gli input, fra “promozione” e “informazione” è complicato. per cui uno si legge i classici, novecento incluso. e non sbaglia. e i classici sono classici perché qualcuno – critici, studiosi, altri autori ecc. – ha scelto quei libri, li hanno indicati a chi sarebbe venuto dopo.

    insomma: se il mondo editoriale/informativo/critico mi indica certi libri, e io vado in libreria e spendo 16, 18, 20 euro, e mi ritrovo a leggere l’ennesimo libro, niente di che, insomma, niente di “potente”, ci sta che la volta non mi fidi. ci sta che mi “accontenti” di leggere Calvino, o Bianciardi, o Volponi. o contemporanei tradotti, perché m’immagino che se un libro ha varcato i confini, quel libro sia “potente” o importante.

    tante cose, insieme, dunque.
    [questa è una sintesi estrema, e insufficiente. bisognerebbe parlare degli editori, anche. per esempio]

    @Alessandro:
    sì, la smania dello scrittore. l’esser pubblicati a ogni costo.
    vero. ma la smania è una delle causa della crisi?
    se tutti quelli che smaniano per vedere il loro libro pubblicato, avessero dei riferimenti corretti, dei buoni consigli di lettura, non avremmo dei lettori in più?

    e-

  6. marco montanaro scrive:

    sul non-leggere i contemporanei, credo sia un peccato. nel senso: spesso non si leggono per superficialità. è dura pensare che un tuo contemporaneo sia più bravo di te, e allora tanto vale bollare tutto come merdaccia commerciale (o peggio, “furbata”).
    invece vanno letti. così come vanno letti i classici. ma questo non migliorerà la situazione. perché non c’è una situazione da migliorare. a meno che non vogliamo parlare di una situazione più generale. e allora sì, c’è un mucchio di roba inutile in giro. è il capitalismo, no?

    però qua nessuno ha cominciato (ancora) a dire/scrivere la verità. non voglio ridurre la questione a un incontro di AA, però. sulla smania di pubblicare, ad esempio, c’entra appunto il mito dello scrittore. quella postura sempre curva e un po’ maledetta, una figura romantica che si fatica ad abbandonare. insomma, pubblicare per scopare di più. con l’illusione di guadagnare. ehi, questo è un comportamento umanissimo. per questo adoro l’editoria a pagamento. e non capisco le campagne militanti contro di essa. si facessero fottere pure, quelli che pubblicano a pagamento. soprattutto perché non conoscono le potenzialità di internet.

    il punto (un punto) è che finiamo sempre a parlare di noi a noi stessi. la robbbba, la “letteratura”, non esce mai da questi luoghi. e puntualmente, la colpa è degli ultimi quindici anni di politica. la verità è che ce la facciamo sotto. ce la facciamo sotto a rendere pubbliche le nostre più segrete ambizioni. si passa il tempo a giudicare quelle altrui (fateci caso: l’aggettivo più abusato in questo tipo di dibattiti è “legittima”, in riferimento all’ambizione). stanotte ho recuperato un pezzo di tiziano scarpa su nazione indiana. era una magnifica provocazione nei confronti dei blogger. in soldoni, diceva: “io sono l’Autorità! mi sono fatto un mazzo così per diventarlo, e voi che fate? vi aprite un blog e infilate due cazzatine e vi credete scrittori?”, e poi rilanciava, chiedendo ai blogger di scrivere davvero, di affrontarsi, dato lo spazio di libertà e bla bla bla.
    la cosa interessante di questo intervento di scarpa è che risale al 2003. me ne sono accorto solo a fine lettura. la questione però è attuale. qui stiamo parlando di Autorità. solo che quando c’è, l’Autorità è roba fascista, va distrutta, almeno prima di pubblicare, poi cominci a pubblicare romanzi e te ne dimentichi, se ti capita vai pure ai dibattiti sulla retetre. se invece l’Autorità non c’è, ne senti la nostalgia.
    ho citato il pezzo di scarpa per un motivo. anche quella discussione era una roba da nazione indiana, appunto. da riserva. scarpa (non) ignora che in giro per la rete c’erano e ci sono, per dire, i live space e i myspace e i blog di gente comunissima che scrive davvero delle cazzate. che se ne fotte di lui di me di piscitelli e quant’altro, e che va bene così. si dirà: ma scarpa si rivolge ai blogger con ambizioni letterarie. appunto. che noia. si guardano le cose solo dal proprio punto di vista. in rete ci sta tutto, e noi vorremmo limitarlo. proprio per quella nostalgia dell’Autorità.

    ahi!

  7. Gianluca Didino scrive:

    La mia impressione è che nella narrativa italiana regni un gran caos: nell’editoria, sì, ma anche nel discorso critico, per esempio, nella maniera in cui il prodotto editoriale viene promosso e vissuto da parte dei lettori, spesso anche da parte dei lettori forti. Ti faccio un esempio molto concreto: domenica sono andato in Feltrinelli (che, come dici giustamente, è un mondo a parte, con le sue vetrine a pagamento e il turnover pazzesco dei libri sugli scaffali) proprio perché volevo aggiornarmi un po’ sulle nuove uscite di narrativa italiana. Ora, io negli utlimi anni ho seguito molto poco gli scrittori italiani (ho letto altro, semplicemente) e ti assicuro che pur essendo mediamente informato, leggendo cioè blog e riviste quotidianamente, non sapevo da che parte partire: ho letto almeno 50 incipit di libri diversi, e a parte qualche nome conosciuto mi sono ritrovato a sprofondare in un magma indifferenziato di scritture e di edizioni che mi ha messo l’ansia. Tanto che alla fine mi sono comprato un libro di Paul Watzlawick, e morta lì.

    Quello che voglio dire è che ci sono un sacco di domande che, per me come credo per molti altri, restano senza risposta. L’offerta sterminata e indiscriminata a me pare un problema relativo, in questo senso: che non sarebbe un problema se ci fosse un filtro, per così dire “autorevole”, da parte di un certo tipo di critica (e allora torniamo a parlare dei problemi collaterali della mentalità da web 2.0). E in questo senso il paradosso è che la critica, di fronte a questa mole di pubblicazioni, non sa come comportarsi: o si fa come Repubblica, che recensisce solo i premi Nobel, oppure si oltrepassa la sottile linea rossa e si finisce nell’entropia di blog letterari che recensiscono qualunque cosa, anche cose sinceramente trascurabili.

    Poi c’è il problema delle scelte che l’editoria italiana fa e ha fatto in passato di privilegiare certi generi trascurandone altri, spesso in situazioni limitate al contesto di questo paese e quindi completamente idiosincratiche rispetto a tutto il resto del mondo. Per esempio, fa notare Remo Ceserani in un suo libro, in Italia c’è stata una super-offerta di testi americani collegati, spesso più nella mente degli editori che nella realtà, al minimalismo, però per avere un’edizione di DeLillo si è dovuto aspettare un minuscolo editore di Napoli. Perché questa cosa? E perché in una maniera in così netta controtendenza rispetto a tutto il resto dell’Occidente?

    E poi c’è il problema del classicismo e (contrapposto ma complementare) dell’avanguardismo della tradizione letteraria italiana, che fa ancora dire ai critici, per esempio, che Gomorra è un libro mediocre perché lo stile di Saviano non è poi così tanto originale. E questo in qualche modo non può che condizionare le scelte editoriali e anche il modo in cui i prodotti letterari vengono recepiti dal pubblico. Per esempio, e questa è un’altra di quelle domande ancestrali la cui risposta è molto complessa (sul blog ne ho scritto parecchio) non capisco quale sia il problema di tante persone legato alla scrittura come mestiere (mi riferisco per esempio a ciò che diceva Marco). In Italia c’è un’enorme sproporzione tra il profitto sociale e il profitto economico a cui ti porta il fatto di aver pubblicato un libro: la gente di ammira un sacco, fin troppo, ma non guadagni una lira. Come mai? Non ovunque è così: negli Stati Uniti, per esempio, quello dello scrittore è un lavoro come tanti, come il carpentiere, per dire, e in quanto tale viene retribuito. Perché questo concetto incontra così tante resistenze in Italia? E in che modo questa cosa è connessa con le scelte degli editori, con le loro politiche commerciali, con l’interesse che certi libri riscuotono nel pubblico?

    E poi ovviamente c’è il problema della micro-editoria che, come fai notare giustamente, insospettisce un po’ a priori, e quello opposto del monopolio dei quattro grandi gruppi editoriali. Insomma, la questione è davvero complessa e tocca molti livelli diversi, dalla percezione del prodotto editoriale all’autocoscienza dello scrittore, dall’influenza di certe tradizioni culturali alle logiche di mercato, dall’autonomia reale dell’editoria italiana (altro problema: quante marchette di vario tipo si presentano sotto forma di libri sugli scaffali delle librerie? è mai possibile che Bruno Vespa intasi le classifiche una cosa come quattro o cinque volte l’anno?) alla consapevolezza del pubblico ai canali di distribuzione (visto che spesso è la distribuzione che fa il best seller più dell’editore: e penso proprio alle vetrine Feltrinelli) e promozione dei prodotti. Senza contare tutte le spinte centripete di questi ultimi tempi, positive e non, dalle autopubblicazioni (chessò: ilmiolibro) al dibattito intorno agli ebook. E ripeto, per tornare da dove sono partito: non sono così certo che in questa massa sterminata di dati e problematiche ad esse connesse la risposta da parte dell’editoria, del pubblico, della critica e a volte anche degli scrittori, sia poi molto consapevole: spesso ho l’impressione che alcuni libri vengano pubblicati un po’ a caso, vendano un sacco di copie un po’ a caso (o per una buona scelta di marketing, come per esempio Giordano), vengano eletti a idoli dalla critica un po’ a caso e sempre un po’ a caso si montino e smontino casi letterari. Magari poi non è così, ma già solo il fatto che sembri così ad una persona che, insomma, su queste cose si informa abbastanza, mi sembra già un dato da tenere in considerazione.

    Ciao,

    G.

  8. enrico scrive:

    ecco, questa cosa che scrive Gianluca, è esattamente quello che intedevo io, in uno dei commenti, dove avevo scritto:
    “distinguere fra gli input, fra “promozione” e “informazione” è complicato. per cui uno si legge i classici, novecento incluso. e non sbaglia. e i classici sono classici perché qualcuno – critici, studiosi, altri autori ecc. – ha scelto quei libri, li hanno indicati a chi sarebbe venuto dopo”.
    un potenziale “lettore ideale”, entra in libreria per sfogliare/acquistare un buon libro di narrativa – italiana – e esce dalla libreria con un – buon – saggio di Paul Watzlawick.

  9. MAX scrive:

    io ho cominciato a leggere a 19/20 anni. un po’ troppo tardi direi.
    la scuola qualche responsabilità in merito ce l’avrà. il punto è che stiamo discutendo sul prodotto finale (libri di narrativa di piccole case o comunque narrativa italiana in genere) e non sulla causa della penuria di lettori.
    ci sono stati insegnati o quantomeno promossi sin da piccoli l’amore per il calcio o la passione per le patatine fritte. Ad oggi si contano 65986593847592375 milioni di appassionati di calcio che seguono anche la serie z del campionato neozelandese e non meno di 986598546987980945u043509periodico di obesi che mangiano QUOTIDIANAMENTE al Mcdonald. La spiegazione è piuttosto semplice, mi pare. O no?…

  10. EDN scrive:

    Ciao,
    ho letto con estremo interesse l’articolo e credo che sia ampiamente condivisibile. Recentemente ho scoperto la giungla delle piccole case editrici. Io non scrivo, ma ho aperto un piccolo blog di recensioni e letture personali. Ovviamente è solo un passatempo, un hobby a cui dedico qualche ritaglio di tempo.
    A mio parere in Italia manca un grande narratore, uno che sappia raccontare davvero un aspetto del reale, un ambiente o una storia che sia tutta italiana e anche (di respiro) universale. Inutile dire che mi riferisco a Franzen. Ovviamente non mi riferisco al copiarlo o allo studiarne il segreto del successo, dato che il successo non ha una formula precisa. Molti penseranno che è troppo semplice, addirittura banale additare il miglior romanziere americano, osannato dalla critica e dai lettori.
    Per l’appunto non lo fa nessuno.

  11. […] giorni fa Enrico Piscitelli ha pubblicato su Alfabeta2 un interessante articolo sulla narrativa e l’editoria italiana contemporanea. Piscitelli, per chi non lo sapesse, cura […]

  12. Giovanni scrive:

    Sì, come dice Max sono i modelli che oggi trasmettono che sono volutamente contro la cultura. Basta pensare a 10 serie di cose come Il Grande Fratello… Boiata che però milioni di persone seguono.
    Dopo aver letto questo articolo mi è passata la voglia di scrivere per pubblicare 🙂 .
    Bell’articolo comunque.

  13. […] apparso su Alfabeta2, preciamente qui. Purtroppo se le dichiarazioni e i fatti della politica ci portano a essere una delle ultime […]

  14. enrico scrive:

    @ EDN e Giovanni
    grazie, di aver letto.

    a EDN direi: siamo sicuri che non esistano grandi narratori in Italia? o, invece, esistono e non hanno la fama e i lettori che meriterebbero?

    a Giovanni: scrivere è bello anche senza pubblicare. e, per esser letti, sì, si può immaginare un blog, un ePub, un pdf ecc.

    ciao, e, di nuovo, grazie,
    e-

  15. Giovanni scrive:

    Sì, per pubblicare da sé basta un PDF, un ePub, un blog (che già ho), ma se difficilmente si lasciano commenti su un blog… C’è il rischio che qualcuno trovandosi un PDF o un ePub pensi che uno sia in pieno delirio di ognipotenza 🙂 . Certo è che è una via economica e immediata. Ci penserò.
    Ciao.

  16. […] un po’ di ritardo, leggo un intervento di Enrico Piscitelli su Alfabeta 2. […]

  17. Viviana scrive:

    Bellissimo articolo, accurata riflessione, complimenti.

    Io credo che esistano grandi autori in Italia, molti dei quali vivono nel silenzio. Quello che non esiste, e mi pare in molti concordino, e’ un’editoria alternativa e innovativa che rifugga non solo i meccanismi delle major ma anche quelli tradizionali e sorpassati delle “minor”, per crearne dei nuovi. Il mercato editoriale e’ insidioso, per molti (che sbagliano, io credo) destinato a morte certa in pochi anni, e in Italia dominato da poteri ben piu’ forti di quelli culturali, come tutti sappiamo.
    Ma esistono anche strumenti tecnologici nuovi, a basso costo, e modi nuovi di pensare l’imprenditoria editoriale. C’e’ un pubblico di nicchia ma che smania per contenuti innovativi e di qualita’ che rappresenta un grande potenziale di utenza.
    Forse c’e bisogno di una nuova editoria indipendente che non imiti le major e che rifugga gli stereotipi delle “minor”, che , con un po’ di pensiero laterale, usi i nuovi canali per applicare nuove strategie che mettano al centro il talento dello scrittore ma coinvolgano anche i lettori nella produzione, oltre la singola opera-prodotto, di un discorso culturale di qualita’ .

  18. simo scrive:

    a mio modesto avviso l’unica via è sostenere le iniziative che lo meritano quando ci sono. per fare un esempio, chi cerca e pubblica i giovani autori al di là di ogni logica editoresca e cercando di fare proprio quel lavoro che le grosse case editrici fanno e non fanno, guardando al marketing più che alla qualità dei tesi (diciamocelo, è così). a chi mi riferisco? a pochi editori di poesia, forse a una sola rivista di racconti: http://www.attimpuri.it/?p=1119
    resistere!

  19. […] “I librai prenotano pochissime copie dei libri di narrativa. Non si fidano. Sanno, o qualcuno ha detto loro, che venderanno solo un piccolissimo numero di romanzi italiani, e solo di alcuni autori” scriveva Enrico Piscitelli su Alfabeta 2. […]

  20. […] Su Alfabeta2 trovate l’articolo completo di Enrico Piscitelli: Una piccola nota sull’attuale situazione della narrativa italiana. […]

  21. […] “I librai prenotano pochissime copie dei libri di narrativa. Non si fidano. Sanno, o qualcuno ha detto loro, che venderanno solo un piccolissimo numero di romanzi italiani, e solo di alcuni autori” scriveva Enrico Piscitelli su Alfabeta 2. […]

  22. […] tempo fa, Andrea Inglese ha pubblicato su Alfabeta2 una mia piccola nota, sulla situazione attuale della narrativa italiana – non di major. Scrivevo, in quella nota: […]

  23. […] su Nazione Indiana di oggi: Qualche tempo fa, Andrea Inglese ha pubblicato su Alfabeta2 una mia piccola nota, sulla situazione attuale della narrativa italiana – non di major. Scrivevo, in quella nota: […]

  24. […] tempo fa, Andrea Inglese ha pubblicato su Alfabeta2 una mia piccola nota, sulla situazione attuale della narrativa italiana – non di major. Scrivevo, in quella nota: […]

  25. Black Bart scrive:

    Condivido in pieno l’articolo Enrico, grazie per avermelo segnalato.

    Sembra assurda la guerra tra i poveri, i piccoli editori attaccati dagli aspiranti scrittori che li accusano di essere disonesti… I piccoli editori che attaccano gli esordienti dicendo che non si danno da fare per promuovere il loro libro. Le agenzie che chiedono soldi agli aspiranti per servizi letterari costosissimi. Gli editori che devono investire soldi in un meccanismo che ha per regola che l’editore non ci può guadagnare.

    Al limite ci guadagna il venditore, il distributore ma a lui la fetta più piccola. Per non parlare di quanto poco guadagna lo scrittore (se e forse, speriamo).

    E’ il meccanismo che non sta in piedi, non può stare in piedi.
    E’ un meccanismo chiaramente concepito da coloro che hanno il monopolio, mi sembra chiaro.
    E quindi?
    Abbandonare la nave?
    Giocare seguendo quelle regole distorte adeguandosi a tirare a campare?

    Bisognerebbe pensare di scombinare qualcosa di quel meccanismo. E’ difficile ma se qualcuno non prova a cambiare quelle regole niente cambierà mai. Come?

    Bisogna organizzarsi. Parlarne.
    Qualche idea mi frulla in testa, ne abbiamo un po’ parlato Enrico (e grazie dei consigli).
    Andare alla guerra da soli, armati di armi giocattolo e attaccare un plotone armato fino ai denti è un gioco al massacro.
    Ci vuole strategia e unire le forze.

    Black Bart
    di
    Pescepirata.it

  26. Adriano Angelini scrive:

    Caro Enrico,

    Condivido tutto ciò che hai scritto, l’articolo è decisamente stimolante. Solo una cosa vorrei aggiungere, o precisare, fai tu. Non è sempre detto che gli autori che pubblicano con Einaudi, Mondadori o Rizzoli abbiano fatto anni di gavetta qui e là. Il caso di Silvia Avallone, Paolo Giordano, Nicola La Gioia, e diversi altri “talenti” della narrativa italiana è lì a testimoniarlo. Ti è sfuggito l’altro tassello. La solita, atavica via privilegiata della raccomandazione. O, nel caso di Giordano, e ci aggiungo anche di Saviano, la via del farsi scrivere il libro dagli editor, tanto basta che uno pubblica con la grande casa e le porte si apriranno. Parlo dell’operazione a tavolino (Gomorra, la Avallone, Paolo Giordano), che non funziona sempre, ovviamente. Ma quando funziona dà i suoi frutti, crea il caso (di plastica ovviamente) e fa assurgere l’autore a nuovo dio delle belles lettres. E’ evidente che poi, a questi signori, se si chiede loro di scrivere un libro da soli, senza il valido “contributo” degli editor, verrà il panico. Leggete un articolo di Saviano su Repubblica e confrontatelo con Gomorra; sembra un analfabeta in confronto al libro. La mia è ovviamente una provocazione per dire che non è sempre la gavetta che serve. Io di anni ne ho 43, ho pubblicato 2 romanzi (con Azimut) e due marchette (con Newton), ho fatto di tutto, dall’uff stampa all’editor, oggi vivo con le traduzioni, ma la stessa Newton, nel momento in cui le ho proposto un romanzo, mi ha allegramente scaricato, adducendo cose grossolane come il fatto che la mia scrittura era troppo “alta” per loro (io, che sono uno scrittore pop?). Tu dirai, ognuno ha il suo tempo. Certo. Ma così come è un mito lo scrittore che vive della sua scrittura, è altresì un mito quello della gavetta e del lavoro duro. Non per tutti è la stessa cosa. Oggi, poi, c’è il ritorno di fiamma della narrativa “impegnata” politicamente, ovvero un altro disastro.
    Un saluto

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