Antonella Anedda

Di Roma registro la  bellezza. Vedo gli archi e le colonne e le basiliche pagane e improvvisamente cristiane, ma proprio questo fulgore che si addensa immobilizzato da un luce di lungo pomeriggio, mi  confonde. Ogni volta è come rileggere Orazio alla luce di Daisy Miller, Ovidio costretto a  partire per Tomi vira verso la scienza degli addii di Osip Mandel’štam. Percorro questa città, dove sono nata, con cautela. So che non  sarò scacciata ma neppure accolta. Il senso di estraneità, quando ero piccola era il dolore di separarmi dalle isole: Sardegna e Corsica. Vengo da un luogo dove si buttavano le carogne, in cui come dice Cicerone “anche il miele è fiele”. Appena la nave arrivava a Civitavecchia il cielo perdeva peso e azzurro. Annusavamo l’aria ma l’odore del mirto e del lentisco, erano spariti. Non c’era vento. Appena il traghetto arrivava in porto lo spazio cominciava a restringersi, la vista a sbarrarsi. Roma coincideva con molte prigionie. Conoscevamo e frequentavamo poche persone. Io e mio fratello eravamo timidissimi. Ancora oggi parlare con gli sconosciuti ci causa ansia e preferiamo stare soli. Io scrivo e mio fratello si occupa di morti, fa il notaio.

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Una Risposta a A occidente dell’impero 1

  1. likeagipsy ha detto:

    carattere antico e per nulla domo, con tanti difetti non omologabili

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