a cura di Erica Lese

Giansandro Merli: Direi di iniziare cercando di capire come mai questa protesta è nata in un mese abbastanza inusuale: giugno. Quali sono stati i motivi che hanno portato a considerare opportuno e necessario il blocco degli esami, e quali quelli per cui si è deciso di ridefinire in chiave simbolica (blocco solo temporaneo degli esami, svolgimento di questi di notte o all’esterno della facoltà) questa proposta iniziale? Cosa succederà a settembre?

Giulio Ferroni: Cosa succederà a settembre non lo sappiamo. La protesta è nata da una situazione che si protrae da tanti mesi, direi addirittura da anni e che, nell’ultimo periodo, ha avuto esiti detonanti dovuti anche alla minaccia rivolta all’aspetto economico; credo sia questo il tassello che ha dato origine a una protesta generale. In rapporto all’orizzonte economico tutti si sono resi conto di come venisse danneggiata dal decreto in discussione l’università pubblica nel suo complesso, danneggiata sia nei singoli soggetti, che nello sviluppo delle discipline e nelle strutture fisiche e materiali.

Secondo il mio punto di vista la cosa più grave è quella che sta alla base della riforma: il taglio dei fondi; è un aspetto gravissimo perché non riguarda solo il funzionamento quotidiano dell’università ma anche il sistema del turn over: nel giro di un paio di anni tutta una generazione di professori (generazione alla quale appartengo anch’io) andrà al pensionamento e, date le disponibilità economiche, non potrà essere rimpiazzata quasi per niente. Questa è una situazione di cui si soffre da anni e che ora arriva al punto capitale, finale.

È chiaro che tutto questo si collega anche ai meccanismi strutturali della riforma, meccanismi che incidono pure sull’intero sistema organizzativo, sulle mansioni, sul reclutamento.

Come ha detto lei, la distruzione dell’università pubblica va avanti da anni: una serie di provvedimenti, diventati poi riforme, scandiscono i passaggi della storia di questa fine annunciata. Adesso, dopo la legge 133 e 168, ne abbiamo di fronte altri due. Il primo è la manovra finanziaria, il provvedimento che ha innescato questa protesta: è una manovra che prevede tagli per 400 milioni all’università e che impedirà probabilmente l’inizio del prossimo anno accademico. Oltre che dai tagli, l’anno accademico è messo a rischio dalla protesta dei ricercatori che si sono detti indisponibili a continuare a fare attività didattica aggiuntiva non retribuita. Tutto questo preannuncia, evidentemente, un altro pericolo di medio termine: le facoltà di Scienze umanistiche e di Lettere non avranno più la possibilità di essere aperte a tutti ,dovendo prima o poi introdurre il numero chiuso per contenere il numero di iscritti. Inoltre avranno un’offerta didattica sempre più scadente e dequalificata. Questo è l’aspetto economico, sicuramente fondamentale.

L’altro aspetto riguarda la governance, ovvero la riorganizzazione dell’assetto e del funzionamento dell’università che viene affrontata nel Ddl Gelmini, il secondo dei provvedimenti di cui parlavo, che il governo tenta di approvare da due anni. Speriamo che anche questo sia terreno di battaglia perché si tratta di un progetto di legge che contiene una serie di disposizioni che danneggiano ulteriormente l’università pubblica: istituzionalizzazione della figura del ricercatore precario; abbassamento del livello di democrazia nell’università, attraverso la riduzione del numero di rappresentanti del corpo studentesco nel Senato accademico e l’esclusione da quest’organo di tutte quelle figure che lavorano nell’università ma che non rientrano tra i docenti ordinari; introduzione del già fallimentare sistema del debito studentesco; attribuzione al consiglio di amministrazione, al rettore e al direttore generale di decisioni in merito alla didattica.

Questi provvedimenti avranno delle ricadute pesanti su tutti noi che viviamo l’università ogni giorno: come pensiamo di portare avanti delle battaglie capaci di strappare vittorie? Chi vogliamo decida dell’università: il corpo vivo, coloro che mandano avanti l’università, gli studenti (che non sono e non possono essere considerati semplici utenti di un servizio), i professori, i ricercatori o il consiglio di amministrazione, il rettore e il ministro Gelmini?

Non è una questione facile, anche perché credo che le cose siano un po’ più complicate di come le ha presentate lei. Sulla questione dei tagli sono perfettamente d’accordo. Sulla questione della governance, invece, credo che le cose siano più articolate perché le colpe sono anche nostre; la strada dell’indebolimento dell’università pubblica si è aperta nel giro di parecchi anni: prima con riforme che sembravano addirittura favorirla e, invece, nel concreto l’hanno danneggiata, poi con provvedimenti che la danneggiano direttamente. Ci sono stati dei meccanismi di riforma che si sono ripetuti identici dalla riforma Berlinguer in poi: da una parte l’abbassamento del livello generale degli studi, da un’altra la proliferazione scriteriata di corsi a volte senza capo né coda e, da parte dei docenti, un approfittare di questa situazione come modo di allargamento delle possibilità. Una possibilità di allargamento, evidentemente, completamente illusoria: per mancanza di fondi non era chiaramente possibile assumere docenti che tenessero i nuovi corsi; sono stati, così, arruolate a contratto persone spesso degnissime che venivano, però, pagate quasi niente; anche ora molti corsi sono tenuti in piedi da contratti pagati duecento euro l’anno o gratis. C’è da dire, quindi, che di alcune riforme precedenti ci si è approfittati in maniera molto pericolosa e, d’altronde, nell’ambiente universitario io non ho sentito, salvo alcuni sussulti, l’avanzare di un coscienza politico-culturale forte che mettesse in discussione questi meccanismi. C’è una corsa corporativa: quando si parla della possibilità di un posto a disposizione per un frammento di budget tutti corrono all’assalto.

Ecco, io partecipo alla protesta ma non ne sono entusiasta proprio per questo motivo: ho verificato per fatti recentissimi che la classe universitaria è accecata da questa dimensione corporativa, ognuno difende il proprio campicello. Un’altra cosa pazzesca, da tenere in considerazione, è la proliferazione delle sedi universitarie: con la pressione di gruppi clientelari nei luoghi più diversi sono state create piccole università succursali. Ecco, l’illusione della proliferazione che era in diretta contraddizione col venir meno della risorse economiche: tanto è vero che qualcuno parlava di riforme «con i fichi secchi».

C’è ancora un altro aspetto, più generale, che credo non sia stato considerato quanto dovrebbe: in tutti questi anni l’università ha perduto una tensione politico-culturale in genere: in parte negli studenti (dove i gruppi che si sono interessati sono stati sempre molto limitati numericamente) ma anche, e in maniera ancora più grave, nella classe docente; indipendentemente dalla collocazione politica è venuta meno quella cosa che, anche in periodi che non erano positivi per niente, c’era: la presenza culturale dell’università che dava un giudizio su dove andasse il mondo.

L’avvento di Berlusconi con tutto quello che ha significato ha creato, certo, malumori e scontentezze in quasi tutti, ma non è poi stato interrogato socialmente e collettivamente dall’ambiente universitario come un evento che veniva da una modificazione grave dell’orizzonte politico-culturale e sociale nazionale. Si è lasciato correre tutto: secondo me le risposte politico-culturali alla situazione non ci sono state fin dal periodo di Tangentopoli. A quei tempi dicevo: deve scoppiare anche una tangentopoli dell’università: non è scoppiata.

Questa situazione di blocco sociale, anche dei desideri e delle aspettative di miglioramento della propria condizione di vita, forse dipende anche dal fenomeno che lei ha descritto come «perdita della tensione politico-morale dell’università» e che si traduce nella spoliticizzazione di una parte ampia dei giovani.

Eppure abbiamo visto che quando si ha l’impressione di poter effettivamente cambiare le cose, di stare facendo qualcosa di importante e utile, i giovani e gli studenti non si lasciano trovare impreparati. Per esempio, durante l’Onda, centinaia di migliaia di studenti universitari e delle scuole hanno vissuto una straordinaria esperienza di soggettivazione politica. In quei momenti, inoltre, i gruppi che fanno politica quotidianamente hanno dimostrato di avere, nonostante i limiti numerici cui lei accennava, dei livelli di discorso e di proposta politica che sono condivisi da molti giovani e hanno una vocazione maggioritaria.

Non credo proprio, non è maggioritaria affatto.

Comunque le questioni che riguardano la vita di giovani e studenti e che sono state messe al centro del dibattito pubblico solo grazie all’Onda hanno incontrato un consenso diffuso tanto tra chi ha fatto il movimento che tra chi lo ha seguito solo passivamente o dall’esterno.

È durato pochissimo. C’è stato senz’altro un momento di effervescenza, di assemblee partecipatissime, di confronto tra professori e studenti; tuttavia, da un parte c’è stata una tendenza radicale di alcuni gruppi che hanno pensato di portare tutto sulla loro linea, che era una linea assolutamente perdente, dall’altra un’indifferenza della maggior parte della massa che, a un certo punto, non si è riconosciuta più nel movimento e ha ricominciato a fare le stesse cose; questo è un dato che riguarda l’intera politica italiana oggi.

Credo che occorra inventare dei modi di intervento politico completamente nuovi, che non sono e non possono essere più quelli del passato: si continua a fare la politica come se si fosse dopo il ’68, ma la composizione del paese, i modelli culturali dominanti (per questo ha vinto Berlusconi) e l’orizzonte mondiale, che è particolarmente agghiacciante e pericoloso, impongono dei modi di critica alla situazione globale e di intervento sulla situazione che nessuna ha.

Insomma, ci vuole una capacità di invenzione politica che nessuno ha: non posso certo averla io che non mi occupo direttamente di politica.

Invece credo che l’Onda abbia avuto la capacità di reinventare discorsi e pratiche politiche nuove ed efficaci: penso alle lezioni in piazza o ai ripetuti blocchi stradali, intesi come interruzione dei flussi metropolitani di merci e persone, come agli slogan «Noi la crisi non la paghiamo» o «Se ci bloccano il futuro noi blocchiamo la città».

A un certo punto, però, è finita l’attenzione mediatica, anche perché c’era una convenienza di alcuni settori della sinistra a isolare il movimento studentesco, e tutto è stato più difficile. È vero: molti studenti si sono fermati relativamente presto, ma bisogna riconoscere che l’Onda è stata comunque un grande momento di discussione, di presa di parola pubblica e di protagonismo di giovani e studenti. Molti hanno iniziato a fare politica proprio durante quel movimento e hanno poi continuato anche dopo: la vita di tanti ragazzi, e anche la mia, è cambiata radicalmente perché ci siamo resi conto che organizzandosi e stando uniti si possono ottenere delle cose. Abbiamo insomma riscoperto la possibilità e la voglia di fare politica: se l’Onda non ha vinto, non ha neppure perso.

…nessuno ha vinto…

Anche perché se la sconfitta fosse dovuta solo al fatto di non essere riusciti a bloccare la legge 133, sarebbe una sconfitta di tutti coloro che credono che la cultura sia un bene sociale fondamentale e non solo un capitolo di spesa. Noi almeno abbiamo provato a fare qualcosa, ma non possiamo dimenticare che ci siamo trovati in un contesto di isolamento sociale e sindacale che ha certamente pesato…

Le responsabilità dei sindacati sono certamente immense: i sindacati hanno fatto sempre una politica corporativa, sono legati a gruppetti di potere…

Una delle cose forse più belle dell’Onda è stato il tentativo di rompere il corporativismo, tentativo che ha portato a sfilare insieme docenti, ricercatori, studenti, a discutere e pensare concretamente un nuovo modello di università intesa come bene comune e non come funzione di piccole lobby o di piccoli gruppi.

Abbiamo cercato di ricomporre tutto il corpo vivo dell’università per rivendicare un sapere di qualità e anche e soprattutto per rivendicare fondi: è vero, infatti, che si tratta di un battaglia politico- culturale, come ha detto lei in precedenza, ma è anche una battaglia che non può prescindere dal rivendicare un finanziamento adeguato all’università pubblica. Senza soldi non si può andare avanti: le condizioni materiali in cui ci troviamo a vivere l’università condizionano la qualità del sapere prodotto. Molte delle nostre rivendicazioni toccano anche questo aspetto economico imprescindibile. Se nel Ddl Gelmini la parola che ricorre più spesso è «meritocrazia», la frase più usata è «senza oneri aggiuntivi per le finanze dello Stato»: le riforme a costo zero non portano da nessuna parte. Meritocrazia senza oneri aggiuntivi significa distruggere quello che c’era e lasciare quel poco che rimane a pochi privilegiati…

Anche l’intervento dei privati è un aspetto importante: si sta verificando una strisciante privatizzazione; abbiamo seguito il discorso sulle università come fondazioni, la presenza nel Cda di un numero consistente di rappresentanti dell’imprenditoria eccetera. Tutto ciò è chiaro, le cose che dice lei sono sacrosante ma il problema riguarda i modi di lotta e d’intervento che devono saper penetrare davvero nella continuità della vita quotidiana e nella coscienza concreta culturale della gente. Quello che è difficile è proprio questo perché lo studente che sente il disagio della situazione e, quindi, condivide in un primo momento la protesta è immerso in modelli culturali quotidiani che lo portano subito da un’altra parte.       Questo discorso riguarda purtroppo la maggioranza degli studenti. Tra l’altro c’è tutta la vicenda della scuola: l’umiliazione della scuola, la caduta di dignità culturale della scuola per cui il professore viene considerato socialmente irrilevante, addirittura un poveraccio; tutto ciò è molto grave e fa sì che l’istituzione scolastica sia stanca di se stessa. Molti professori, in realtà, lavorano molto seriamente, ma il livello scende sempre più, gli studenti sono indifferenti; arrivano qui, all’università, che sono pieni di modelli imposti dalla tv: la vera educatrice dei nostri tempi è Maria De Filippi. Se non cerchiamo di intervenire su queste cose, tutto ciò che si fa non serve a niente. Bisogna cercare di intervenire attraverso un’articolazione degli studi e attraverso uno sviluppo della coscienza degli stessi docenti, un confronto concreto con la cultura diffusa, cosa che non c’è perché si tende spesso a favorire lo specialismo. Le lotte interne al mondo accademico sono tutte legate alla difesa dei diversi specialismi, alla difesa degli spazi corporativi. Non dimenticate che questa università ha fatto una delle cose più vergognose che siano mai state fatte: ha diviso la facoltà di Lettere in quattro per proseguire gli interessi corporativi diversi e nella frantumazione ci troviamo in confusione; si va ora verso una riunificazione, da un certo punto di vista positiva… I docenti vanno presi di petto anche su questo: non vanno solo invocati come alleati per una possibile ridefinizione di un’università da un volto umano, di un’università giusta. Diventa una cosa campata in aria se non ci si lega all’esperienza quotidiana, alla chiamata in causa degli stessi modelli culturali su cui si basa l’insegnamento. Dal punto di vista teorico ci vorrebbe un nuovo ’68; ma in realtà la situazione è quella che è, dobbiamo scontrarci con questo mondo… A questo che ha detto giustamente lei, ovvero l’attacco all’università pubblica, si collega all’attacco alla cultura in genere: la riduzione dei fondi alle istituzioni culturali.

È indicativo che sul blog della «Repubblica» a proposito di queste nostre iniziative, del blocco degli esami, degli esami all’aperto ci sono stati moltissimi interventi di lettori che, nella teoria, dovrebbero essere progressisti e che danno addosso ai professori universitari, alla facoltà di Lettere come facoltà che non deve ricercare il nulla: cosa ricerca Lettere?

Ci troviamo di fronte a un governo, quello di Berlusconi, che ormai da molti anni propone e impone un modello di società a cui, a questo punto, dobbiamo avere la capacità di rispondere: dire ogni anno ci vorrebbe un nuovo ’68 è inutile e dannoso. I discorsi che si fanno hanno un valore performativo: la riproposizione sistematica del mito del ’68 e l’attesa escatologica che «i bei tempi andati» ritornino inibiscono soltanto la possibilità di creare un grande dibattito intorno alla questione della conoscenza nel nostro paese e di dare vita a nuovo grande movimento nel presente.

Sono d’accordo sul fatto che il grande educatore del nostro tempo sia la televisione e che ciò rappresenti un problema da cui non si può prescindere: però mi interessa anche e soprattutto chiedermi: come pensiamo di comportarci rispetto a questo? Vogliamo provare a ripartire? Il modello di società che tentano di imporci lo abbiamo capito, ora sta a noi attaccarlo o arrendersi definitivamente… Non abbiamo i mezzi di Berlusconi, ma possiamo fare tanto.

In questi giorni è tornata al centro dell’attenzione mediatica la Grecia: la situazione di crisi sociale è spaventosa ma qualcosa di positivo sta sicuramente emergendo…

Secondo me non è così: in Grecia c’è l’illusione movimentista, che è un’altra cosa; secondo me qui dobbiamo partire da una critica radicale della situazione e dei modi di lotta che sono stati elaborati dalla sinistra del Novecento e che oggi sono assolutamente inadatti.

La cosa che io guardo positivamente della situazione greca è che la popolazione si mobilita collettivamente e in maniera unitaria per provare a proporre un nuovo modello di spesa pubblica e di gestione della crisi, che non è il modello dell’austerity imposta dalle banche e dai governi. Se noi non riusciamo a indicare un’alternativa (opposta a quella dei tagli all’istruzione e in generale alla spesa pubblica) non riusciremo a risolvere i problemi della produzione culturale e non riusciremo a vincere la battaglia alle intelligenze che viene portata avanti in questo paese.

Le condizioni sono queste, la composizione sociale è questa: cosa vogliamo fare per scardinare questi meccanismi? Si può provare a fare qualcosa di importante: si può provare a ripartire dalle nostre facoltà per sostenere un’idea di università intesa come bene comune e collettivo; occorre scommettere su una produzione culturale che sia in grado di mantenere un’autonomia che non è, certamente, quella sbandierata dai governi.

Bisogna prestare attenzione al problema dell’autonomia universitaria: prima, quando uno andava in pensione, il posto era dell’organico dello Stato e veniva sostituito subito da un altro. Ora, con l’autonomia, ogni volta che c’è un budget si litiga per decidere a chi assegnarlo. L’autonomia è una pseudodemocrazia. Quella attuale, peggiorata ancora dal Ddl Gelmini, non è una vera democrazia.

Si tratta anche di provare a reinventare l’università, di rivendicare nuovi saperi che siano in grado di rispondere a quelle che sono le esigenze dello studente nei suoi percorsi politici e di vita: anche l’università ha una colpa, quella di aver contribuito alla spoliticizzazione dei giovani.

Questo è vero…

 

Basti pensare alla separazione tra politica e cultura che viene presentata come un dato di fatto da tanti docenti, soprattutto in questa facoltà. Come se la cultura fosse un valore superiore e trascendente, e non invece una produzione simbolica che si determina dentro meccanismi economici e di potere ben precisi: questo è un tranello che inibisce la capacità dei giovani di produrre dei cambiamenti e di riuscire a inserirsi in quelli che si verificano al di là di loro per provare a determinarli e indirizzarli.

Purtroppo dobbiamo tener presente pure l’orizzonte economico e la crisi: non possiamo negarla. Bisogna trovare anche delle risposte di tipo economico alla crisi: bisogna fare in modo che la crisi la paghi chi deve pagarla, quelli che non la stanno pagando oggi. In questo periodo sono stato a Los Angeles, nell’Università della California, dove hanno tagliato il budget in modo equo, almeno così sembra: una volta superata la crisi si riporteranno le cose in equilibrio. La questione economica è una questione grossa: si collega al modello di sviluppo a cui siamo legati noi e tutto l’Occidente; tuttavia, è una questione che l’università e tutta la cultura che abbiamo intorno non mette in nessun modo in causa: si parla solo di sviluppo, siamo in un orizzonte in cui l’economia si lega all’ecologia.

Sì, ma ogni volta che c’è una crisi non si possono tagliare i soldi alla scuola, all’università e alla cultura… il fatto che i soldi vengono sottratti alle università e non alle lobby o alle banche o ad altri settori forti della società, è una questione di rapporti di forza. Questi rapporti di forza vanno ridefiniti: lo si può fare solo attraverso delle mobilitazioni radicali ed efficaci.

In realtà ci vuole una critica dell’economia, ma questa è certo una questione che ci porta troppo lontano.

Per quanto riguarda il blocco degli esami; oggi ci sono gli esami all’aperto… Per il blocco degli esami io avevo votato contro: avrebbe danneggiato gli studenti e comunque secondo me il mero blocco non fa altro che rappresentare la continuità di vecchi metodi di lotta, metodi passati che, tra l’altro, per l’università pagano meno che per altri reparti produttivi.

Il blocco prolungato dell’intero anno accademico sarebbe certo una presa di posizione importante che creerebbe dei problemi seri al governo, sia in termini di immagine che di conflittualità sociale.

Però dovrebbe essere un blocco vero, e io non ci credo: purtroppo, dato l’atteggiamento della classe docente, le frantumazioni, i diversi punti di vista, il blocco completo dell’università finisce per essere utopia.

Altro aspetto fondamentale è quello della continuità. Una protesta estemporanea come questa non porta da nessuna parte. L’unanimità, la generalità assoluta non esistono: fare politica è, secondo me, avere la consapevolezza che bisogna prendere parte. Di conseguenza si avranno amici e nemici, compagni di battaglie e gente che rema contro. Aspettare che ci sia un blocco generale è aspettare Godot… Per esempio il blocco degli esami è stata una presa di posizione solo di una facoltà, però qualcosa ha prodotto, è riuscita a creare attenzione e confronto: ci sono state assemblee oceaniche e riflessioni collettive… e gli studenti oltre a venire all’università per andare a lezione e collezionare crediti si sono forse interrogati sul significato che ha l’università e su quelli che potrebbe avere. Queste proteste non cadono mai nel nulla, adesso, però, per ottenere degli effetti pratici, visibili e importanti c’è bisogno di una mobilitazione continuativa che abbia anche la capacità di riappropriarsi direttamente delle cose che rivendica. Nel gruppo con cui, a partire dall’Onda, ho iniziato a fare politica, oltre a rivendicare una didattica di qualità, ce ne riappropriamo direttamente attraverso la pratica dell’«autoformazione». Questo dispositivo ci permette di scegliere cosa vogliamo studiare e come farlo, anche in rapporto alle urgenze politiche che si profilano. Crediamo che l’autonomia dei percorsi e dei tempi di studio sia un aspetto fondamentale della vita degli studenti che spesso viene trascurato. Inoltre siamo convinti che il sapere che produciamo all’interno delle università debba avere un valore sociale immediatamente spendibile, nel senso che deve essere in grado di produrre dei cambiamenti, di leggere la realtà che ci circonda per trasformarla. L’«autoformazione» soddisfa queste aspettative.

Io non sono d’accordo.

 

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2 Risposte a Cosa accadrà? Dialogo tra Giulio Ferroni e Giansandro Merli

  1. paola ha detto:

    Sono perfettamente d’accordo con Giulio Ferroni: giudizi equilibrati, concreti, niente velletarismi, in armonia, si fa per dire armonia, con il disastro attuale non solo dell’Università…
    Quando si sente che il ministro Tremonti, persona a mio parere non idiota, afferma: Noi mangiamo cappelletti non leggiamo libri!!! cosa si può sperare?
    Paola Frandini

  2. GRAHAM ha detto:

    non potreste interrogare su questi temi delicati qualcuno che si intenda di trasformazioni culturali e che non si limiti a classificare lerci romanzetti italiani del passato e del presente? questo tipo di critico è defunto insieme alla letteratura che ha studiato

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