Isabella Pinto, Tania Rispoli

In Italia il discorso sul merito nel settore della formazione e dell’amministrazione si è svolto su due direttrici fondamentali: critica di un sistema pubblico corrotto e inefficiente, contrapposizione a esso di una gerarchizzazione differenziale degli elementi eccedenti uno standard definito, il merito appunto. Nel caso della formazione l’operazione governativa si è sviluppata in due tempi: prima pesanti tagli economici alla scuola e all’università, poi razionalizzazione in nome del merito di questi stessi definanziamenti attraverso disposizioni che, prima ancora di essere perfezionate nella legge di «riforma», stanno prendendo corpo attraverso circolari ministeriali e procedure demandate ai singoli atenei.

Nel frattempo è intervenuta un’interruzione prodotta da un grande movimento di opposizione sociale ai tagli e insieme di critica dell’università esistente, l’Onda, in cui tanti studenti, ricercatori e precari hanno trovato forme comuni di resistenza attiva e di costruzione di una cooperazione autonoma. In una certa misura il dispositivo-merito ha costituito una risposta alle lotte. Esso agisce su un crinale scivoloso, soddisfacendo per paradosso anche le sensibilità e le aspettative di una parte della composizione dell’Onda. Strumento versatile, sembra infatti offrire un’alternativa neutrale alla richiesta di fuoriuscita dalle condizioni presenti dell’università, viene incontro a una richiesta diffusa di trasformazione istituzionalizzando dei parametri trasparenti che dovrebbero garantire una maggiore equità, bloccando corruzione e clientelismo imperversanti nel settore pubblico, soprattutto dentro gli atenei. Il merito, a prima vista, risponde alla richiesta di una maggiore giustizia sociale. Ma su che tipo di passioni fa leva? Quale tipo di soggettività viene così determinata? C’è anche un volto crudele. Stabilire la fisionomia del meritevole significa anche condannare alla fissità di uno status negativo chi meritevole non è. La meritocrazia è un’economia complessa di premi e di punizioni, di selezione e di sanzioni, queste ultime rivolte a una maggioranza crescente, stando agli stessi rapporti 2008 e 2009 del Cnvsu.

Come già aveva visto Nietzsche nella Genealogia della morale, ogni richiesta di giustizia che parifichi il valore soggettivo con le prestazioni avviene non solo a danno di qualcun altro, ma soprattutto in una relazione di pericolosa dipendenza con un soggetto sovrano detentore di un potere. Reattività, risentimento e vendetta formano un intrico dialetticamente perverso. Il diniego si rivolge a un’istanza superiore e sussiste solo in rapporto a ciò cui si oppone. Il giustizialismo di soggetti impotenti si esplica nella formazione di una modalità valutativa opposta a quella dei signori e padroni, una morale del risentimento, una donazione di senso difensiva che sconta l’incapacità reale di azione. Una morale reattiva non rende migliori gli schiavi neppure se quella dei signori si riduce al più squallido nepotismo baronale.

Meglio sarebbe opporre al giustizialismo un’analitica praticata delle lotte, uscendo dalla tautologia per la quale è meritevole quanto è stabilito come tale. Il problema è l’individuazione di un soggetto che decide i parametri: merito per chi? Secondo chi? A vantaggio di chi? Quale tipo di soggetto ne risulta, quale natura dello studente, del ricercatore? Per comprendere cosa avviene dal lato della produzione di soggettività occorre indagare ulteriormente le tecniche valutative, come si attribuisce merito a un soggetto: studente, ricercatore, docente o addirittura dipartimento o ateneo.

Il tempo è sempre associato alla misurazione del valore, con tutte le difficoltà di calcolo per attività non immediatamente frazionabili. Nel Bologna Process esso ha assunto un ruolo decisivo per definire la qualità del sapere acquisito e trasmesso. La meritocrazia vigente spinge all’eccesso tale principio, serrando i vincoli tra tempo di studio, ponderazione del sapere e ranking degli atenei. Primo criterio: lo studente investe una determinata quantità di tempo-preparazione pesata in crediti formativi, secondo una tabella di corrispondenza tra un modulo di conoscenza e un’unità di tempo per lo più risolta in numero di pagine lette. Il rispetto dei ritmi di studio e di laurea diventa a sua volta un indice che definisce la quantità complessiva di laureati «per tempo» all’interno di un ateneo e permette di qualificare quest’ultimo come istituzione virtuosa, passibile di un premio aggiuntivo, in pratica di una restituzione minimale delle risorse economiche prima drammaticamente decurtate. La procedura valutativa seleziona temporalmente per parificare dal punto di vista qualitativo. Determina uno standard in cui diventano indistinte le differenziazioni tra saperi critici e non, innovazione e riproduzione. L’impact factor, come attestato nel n. 3 di «alfabeta2», ritualizza i processi produttivi di ricerca piuttosto che promuoverne la qualità, favorendo comportamenti opportunistici quali pratiche di plagio o di citazione strategica o incrociata.

Ultimo anello del dispositivo-merito è la spendibilità o l’efficienza rispetto al mercato. Sono meritevoli gli studenti, le invenzioni e i saperi che portano avanti un processo di adattamento alle modalità e alle compatibilità bio-economiche del mercato del lavoro. Un invito alla riproduzione dell’esistente. Che poi la crisi abbia stravolto tali aspettative è una nemesi maligna.

Al di là di tali tecniche, il motore generale del dispositivo è una moltiplicazione dei momenti di valutazione all’interno del percorso formativo, il primo tratto di un perverso labirinto di Lifelong Learning che legittima, mediante proliferazione di soglie selettive, un incessante declassamento del lavoro intellettuale. Quali «professionisti» produrrà un’università di questo tipo? Accanto alla promozione del modello competitivo aziendale, che nega alcuni presupposti necessari per riformare l’istituzione accademica (dal lavoro collettivo all’uscita dall’autoreferenzialità dei saperi trasmessi), si incoraggiano di fatto superficialità, deresponsabilizzazione, opportunismo, generando figure senza professionalità creativa e per di più variamente ricattabili in misura della loro origine sociale. La riforma Gelmini (art. 6) ratifica, contro ogni pratica cooperativa, il riconoscimento su base strettamente individuale, «responsabilizzando» cioè colpevolizzando il singolo in base a competizione e successo, scaricandogli il rischio del fallimento. Un effetto ideologico prezioso proprio quando la crisi getta tutti sul lastrico, «meritevoli» e non, e il livello della disoccupazione giovanile rende risibile qualsiasi aspettativa di lavoro decentemente retribuito per non parlare di promozione sociale!

Nella vulgata corrente la valorizzazione del merito dovrebbe garantire l’uso più efficiente delle «risorse produttive». Ma proprio le competenze linguistiche, la capacità di utilizzare le tecnologie per risolvere problemi, l’attitudine a comunicare e cooperare sono sistematicamente sacrificate da parametri astrattamente ispirati al «mercato», che ha bisogno di un sapere codificato e formalizzato, non di quello critico o semplicemente autonomo. La valorizzazione del merito si concretizza invece attraverso una serie di costrittive banalità, come l’obbligo di frequenza o il numero delle pagine da portare all’esame. Standard che escludono, il più delle volte, i desideri e le spinte singolari nelle scelta didattiche o nelle direttrici di ricerca. Standard per di più spesso irraggiungibili, per carenza di infrastrutture, spazi e offerta didattica. La meritocrazia del neoliberismo fa del mercato un dispositivo neutro e astratto, un regolatore che eliminerebbe lo spreco delle risorse, allocandole nel modo più efficiente e selezionando i migliori. Nonché correggendo un presunto scarto fra corruzione del mondo accademico e sanità del mondo imprenditoriale. In realtà i mercati sono sistemi costruiti socialmente e politicamente, con una continua rimodulazione dei propri parametri e una visione distorta di egualitarismo ingenuo. La stessa teoria liberista non nega infatti che i soggetti in competizione partano da dotazioni sociali diverse ovvero che, a parità di impegno individuale, difficilmente potranno raggiungere gli stessi risultati partendo da livelli disomogenei di reddito. Sembra al contrario che questo governo immagini ciascun soggetto separato dal resto della società: che equità sarebbe somministrare test d’ingresso uniformi a giovani che hanno trascorso i primi vent’anni anni della propria vita in un luogo piuttosto che in un altro? Sulla base di una scala gerarchica che non tiene conto della disparità delle condizioni di partenza e di welfare, in assenza di sostegno diretto allo studente, la mistificazione agisce delegando al singolo ogni responsabilità. Il disinvestimento nel settore della pubblica istruzione rafforza le pratiche clientelari, blocca la mobilità sociale e suggerisce espedienti ancor peggiori, quali il debito d’onore che nel mondo anglosassone ha contribuito, insieme alla bolla immobiliare e delle carte di credito, allo scatenamento della crisi finanziaria. Debito e colpa, a proposito!

Merito e debito servono strategicamente a governare un’eccedenza mediante gerarchizzazione e inclusione differenziale: quale l’alternativa possibile? Immaginiamo sistemi di valutazione costruiti collettivamente dentro a esperimenti di autoformazione, creando percorsi comuni di invenzione del sapere, che si sottraggano alle logiche autoritarie e cooptative dei poteri baronali e/o aziendalistici, inflazionando il merito stesso, ribadendo che siamo tutti meritevoli. Si tratta di non separare mai tali esigenze dalla dimensione della prassi: porre valori partendo da sé significa infatti dispiegare un intero campo di azione, che produce qualcosa di radicalmente altro, intessuto con le passioni e la ragione, con quanto è singolare e insieme comune. Qualità cooperativa contro merito iperindividuale. Un’opzione politica e un indicatore di meccanismi alternativi di valutazione.

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2 Risposte a Chi valuta chi? Merito e innovazione cooperativa

  1. Mario Gamba ha detto:

    articolo semplicemente straordinario.

  2. […] This post was mentioned on Twitter by Federico Gobbo, quintadicopertina. quintadicopertina said: Del merito, innovazione, formazione e amministrazione: da Alfabeta2 http://tinyurl.com/38r2737 […]

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