Giannino Malossi

Da una decina d’anni non passa giorno che la stampa economica più o meno trendy non ci ricordi l’alto valore della conoscenza e della creatività per le economie dei paesi avanzati. Alcune imprese (poche, per la verità) fanno a gara tra loro nell’esporsi all’ammirazione pubblica sponsorizzando eventi culturali e mostre d’arte e vengono puntualmente indicate come esempi di virtù e imprenditoriale chiaroveggenza. Eppure chi lavora nei settori industriali dove la cultura è decisiva per la creazione di valore aggiunto (moda, design, comunicazione, media, informatica eccetera) sa molto bene che le imprese, chissà perché, in genere non sono in grado di sviluppare una relazione lineare con la cultura e il lavoro intellettuale. Quando dalle dichiarazioni formali si passa ai fatti, la cultura è intesa come un accessorio di lusso, un ornamento decorativo e, sempre più spesso, una commodity da pagare al prezzo più basso possibile.

Così ci si trova nella paradossale situazione in cui in un sistema economico che si descrive volentieri nelle mission come «basato sulla innovazione e la conoscenza», nei fatti deprime e sottovaluta come mai prima proprio il lavoro intellettuale e creativo, sistematicamente escluso dagli investimenti strategici al punto tale che i bilanci aziendali neanche ne parlano. Di conseguenza, la reale integrazione dei lavoratori intellettuali e creativi nelle imprese è fortemente limitato e condizionato. Alla cultura restano le briciole di un mecenatismo peloso e, quando va bene, un posto in vetrina. Alle competenze conoscitive incorporate nei processi di produzione, ancora meno. Davvero le imprese fanno fatica a capire che la cultura, l’informazione, la competenza sono risorse indispensabili per lo sviluppo economico? C’è qualcosa che non va nel profondo delle relazioni tra economia a cultura? Forse nelle imprese si intuisce che il lavoro intellettuale è una risorsa e, semplicemente, si vuole pagarla sempre meno? Sono almeno trent’anni che tutta l’industria di beni di consumo produce merci il cui valore economico è determinato dal loro contenuto immateriale di simboli, segni, emozioni e linguaggi. L’antica definizione di industria culturale è ormai superata. L’industria che produce merci materiali, tangibili, il cui valore economico è determinato da fattori immateriali, intangibili cioè culturali, simbolici, linguistici in esse incorporati si può ormai definire industria culturale ibrida. Tuttavia senza una chiara visione delle reali condizioni di lavoro e dei rapporti di produzione nelle industrie culturali ibride, non si andrà molto avanti nel superamento di questa bizzarra situazione.

Una ricerca partecipativa sviluppata a Milano nella primavera-estate del 2009 da un gruppo di accademici, attivisti, professionisti creativi e studenti dell’Università degli Studi di Milano ha cercato di investigare le reali condizioni di lavoro della creatività nell’industria milanese della moda.

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7 Risposte a Industria culturale ibrida

  1. alcor ha detto:

    ma qui, solo per sapere, dal concetto di “cultura e conoscenza” si escludono la cultura e la conoscenza tecnica e scientifica? perché sembrerebbe, ma forse ho letto male, che l’apporto delle imprese starebbe principalmente nell’erogazione esterna, nel mecenatismo.

    • Jan Reister ha detto:

      La ricerca a cui si accenna alla fine dell’articolo è pubblicata qui:
      https://www.alfabeta2.it/2010/09/07/approfondimenti-a-lavoro-che-passione/

      L’osservazione di alcor è calzante, perché Malossi, pur citando di striscio l’industria informatica, si concentra sulle industrie del “terziario dell’immagine”: moda, pubblicità, eventi. Io credo che nel settore informatico le condizioni di lavoro aderiscano al modello di spossessamento e sottopagamento descritte (basta pensare alle catene di subappalto, al body rental). Tuttavia c’è uno spazio che non è presidiato, non è visto o percepito, ed è quello che alcor ha colto, quello del sapere scientifico e tecnico che “crea valore” nelle aziende a fronte di organizzazione, investimenti eccetera.

  2. Luigi B. ha detto:

    GRazie a Jan che, con il link, ha risposto alla mia prima domanda – che non mi accingo a porre, ovviamente.

    Ricollegandomi un po’ a ciò che dice Alcor: la questione non riguarda esclusivamente il “prodotto” culturale o intellettuale appartenente al mondo delle arti. La questione ha raggiunto i bassifondi della periferia in cui già si bazzicava, intaccando anche il semplice “saper fare”, la “competenza”, le “capacità” di ogni lavoratore. Il sistema economico sempre più globorace (globale&vorace) ha cambiato non solo la natura delle imprese, ma anche quella degli imprenditori. Una impresa per definizione è un entità economica che per vivere ha bisogno costantemente di crescere ad un ritmo incalzante. Quando ciò non avviene è già morta sulla carta. Gli impresari che pensavano di costruire qualcosa, di apportare un valore aggiunto alla loro vita, al loro paese etc., insomma quegli imprenditori che ci credevano sono estinti come i dodo. Ora tutto è impostato sull’utile: si mette in piedi una impresa, la si fa ingrassare come i polli e poi la si vende (lavoratori inclusi nel prezzo) per arraffare soldi e dirigersi verso altre forme di investimento. Questo è quanto. Questo è ciò che avviene (lavoro in un ambito che mi pemette di avere prove dirette di quanto dico). Le imprese che si ritrovano a comprare si ingrandiscono enormemente: si chiamano multinazionali. L’obiettivo non cambia: il profitto. Per economicizzare la gestione di mostri presenti in 10, 15, 20 paesi nel mondo si applica il sistema fordista ai vari dipartimenti. I lavoratori dei vari dipartimenti diventano improvvisamente numeri assolutamente prescindibili, le file si gonfiano. Ognuno passa la palla all’altro con la classica frase “questo non mi compete” e se ne sbatte altamente le palle: lassismo totale. I pochi che ancora ci credono cercano di farsi valere accumulando il lavoro proprio e quello altrui e dedicandosi ad una impresa che forse si accorgerpà di loro forse no e probabilmente li licenzierà quando si sposterà a shangai o gli stravolgerà la vita dicendo loro “sei un ottimo capitale umano (!), se vuoi ti mando a shangai, altrimenti te ne vai a casa”. Etc. etc.
    In una situazione del genere, dove tutto ha un costo e quasi nulla ha più valore, non ci si può aspettare molto. Almeno secondo me. Che poi l’Enel sponsorizzi la mostra di Caravaggio a Roma in un palazzo che il vaticano aveva promesso di ristrutturare chiedendo soldi all’italia (!) senza farlo, mi pare non si possa chiamare nemmeno mecenatismo. Magari ci fosse ancora!

    Luigi B.

    • alcor ha detto:

      questo che dice Luigi B.: «Ora tutto è impostato sull’utile: si mette in piedi una impresa, la si fa ingrassare come i polli e poi la si vende (lavoratori inclusi nel prezzo) per arraffare soldi e dirigersi verso altre forme di investimento.»
      mi sembra un po’ generico.

      che l’impresa sia impostata sull’utile non ci piove, ma se dietro non c’è anche un’idea e un know how farla ingrassare è impossibile, basta guardare il numero di quelle che falliscono o chiudono ogni anno.
      E poi bisognerebbe distinguere tra grandi e piccole e medie imprese, e tra imprenditori e puri finanziatori, cioè gente che effettivamente cerca imprese già nate sulle quali investire per mere ragioni di profitto, pronto a spostare gli investimenti altrove appena butta male.
      E ancora prima, sapere di quali imprese si parla, tutto è impresa, dall’agroalimentare all’edilizia, dall’editoria alla farmaceutica e all’informatica di cui parla Jan, che senza sapere e creatività non va da nessuna parte.

      Quando si parla, come dice sopra Malossi, di imprese che «chissà perché, in genere non sono in grado di sviluppare una relazione lineare con la cultura e il lavoro intellettuale», mi pare che si sottintenda una cultura e un lavoro intellettuale genericamente artistici e umanistici, se è così dissento fortemente, da letterata che utilizza quotidianamente oggetti che non userei senza un enorme investimento di creatività, ingegno e cultura tecnico -scientifica che non possono essere che dentro l’impresa.
      Che poi questi lavoratori creativi siano in una posizione debole, tanto più oggi, è un altro, importantissimo discorso, ma l’ «alto valore della conoscenza e della creatività per le economie dei paesi avanzati» tanto evocato dalla stampa economica che Malossi ricorda, non è solo quello artistico-umanistico. Anzi, forse è proprio un altro: innovazione e conoscenza tecnico-scientifiche.

  3. Luigi B. ha detto:

    Alcor, sono assolutamente d’accordo con te. Ma questo non “annulla” quanto da me affermato in precedenza. Poiché, se è vero che non si può fare di tutta l’erba un fascio, i fili non sono tutti uguali: ce ne sono di più lunghi e più corti. Ora, tra le piccole medie imprese che ancora considerano i lavoratori più esseri umani e risorse importanti che “capitale umano” e le grandi imprese: quali di queste ha sufficiente budget da investire nel lavoro culturale e intellettuale (inteso in tutti i sensi) ed allo stesso tempo dando alla loro azione risonanza, impatto mediatico e ripercussioni sul territorio a livello nazionale? Suppongo ingenuamente le seconde, cioè proprio quelle che se ne sbattono altamente.
    E ti assicuro che le prime, con tutta la buona volontà, sono costrette a rinunciare ai loro buoni propositi per sopravvivere. Lavoro in un campo “creativo”, “intellettuale” (volendo, ma senza esagerare) e “tecnico” – pubblicità, media e new media – e ti assicuro che il marketing e la finanza hanno la meglio su tutto il resto. L’azienda dove lavoro (HAVAS MEDIA) che è una multinazionale ha suddiviso in tanti piccoli dipartimenti ciò che prima si faceva in uno solo: ora, proprio come i metalmeccanici alla catena di montaggio, nessuno conosce il progetto finale. Le conseguenze si possono dedurre da quanto in precedenza. Ridimensionati i dipartimenti e quindi le responsabilità si è ridimensionata la figura del lavoratore all’interno dell’azienda che ha subito un taglio netto dell’identità: una autentica amputazione. Tagli che si sono verificati proporzionalmente sugli stipendi e se non ti sta bene te ne vai. Il lavoro creativo etc. etc.: tutto andato a puttane.
    Questa multinazionale è una multinazionale poiché da decenni si dedica all’acquisto di agenzie piccole e medie da aggregare al corpus magnum. Se le acquistano (e le acquistano) c’è quacuno che le vende. Questo qualcuno è il tale descritto sopra.
    Coloro che si rifiutano chiudono oppure si adattano per essere competitivi: lavoratori sottopagati e outsourcing dell’outsourcing dell’outsorcing che va a finire sempre in cina e india – i cosiddetti provider. Ma provider de che?

    Luigi B.

  4. Johnny doe ha detto:

    Ma è una pia illusione che la cultura abbia a che fare con l’impresa!
    Solo pasticcini per risparmiar sulle tasse o qualche capriccio vanitoso dell’imprenditore.Eventuali eccezioni non han valore.Altri sono i luoghi…di cultura e profitto.Un connubio sempre difficile.
    Che c’entravano Beckett o Borges,Picasso o Mondrian,Schonberg o Stockhausen con l’impresa?
    Altri tempi? No,altri uomini.
    Solo una cultura scientifica può eventualmente coesistere con l’impresa,per ovii motivi

  5. piera ghisu ha detto:

    Sarà che ho una laurea in Filosofia, ma non mi crea nessun problema concettuale (che invece appare nei commenti precedenti) capire di che cosa si intenda per conoscenza connessa alle aziende. Qualsiasi sia il frutto di un’indagine, o la sua base di partenza, ciò che conta è semplicemente l’efficacia del metodo. Munari applicava Cartesio al risotto, a mio parere giova ricordarlo; e a quanto pare se lo ricordano gli amministratori più illuminati.

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