Giorgio Mascitelli

Il quarantacinquesimo dei Cantos di Pound, laddove il poeta si occupa dell’usura, è uno dei più affascinanti per me perché unisce in maniera fertile una verità estetica, ed etica, a un macroscopico errore storico. Dice il poeta tra le altre cose “Pietro Lombardo/ came not by usura/ Duccio came not by usura/ nor Pier della Francesca; Zuan Bellin’ not by usura/ nor was “La calunnia” painted” ( Pietro Lombardo/ non si fe’con usura/ Duccio non si fe’ con usura/ né Piero della Francesca o Zuan Bellini/ né fu “La Calunnia” dipinta con usura vv.27-31). La bellezza di questi versi non può sottrarsi alla constatazione che in essi viene contraddetta un’elementare verità storica per cui gli artisti citati sono il prodotto di una società in cui l’usura, ovvero il prestito di denaro nell’accezione medievale del termine, era non solo praticata con larghezza, ma rendeva possibile le committenze date a quegli stessi pittori. D’altra parte se Pound proietta qui il suo atteggiamento modernista sui capolavori del passato, è altrettanto vero che molta dell’arte rinascimentale, analogamente a quella moderna, è improntata a uno spirito aristocratico e disinteressato che ovviamente confligge con l’usura e con le pratiche mercantili.

Questa contraddizione non può essere derubricata come una forma di falsa coscienza o di mancata autocomprensione dell’artista come produttore, se non in una visione molto meccanica della storia; in realtà l’arte, appartenendo a quella sfera dell’immaginario che, come ha mostrato Castoriadis, è altrettanto costituiva della società quanto i rapporti di produzione e la sfera economica, non può vivere che all’interno di questa contraddizione. O almeno così è stato storicamente, diciamo dai tempi di Duccio a quelli di Ezra. Oggi, invece assistiamo a un fenomeno nuovo che è quello tipicamente postmoderno della giustificazione del valore estetico attraverso il successo di mercato: un mercato dell’arte è sempre esistito, merci artistiche sono sempre circolate, ma per la prima volta nella storia è la capacità di generare profitto di un’opera che ne determina il suo valore estetico per la società. Naturalmente questo cambiamento implica un’ostilità nei confronti di quello spirito aristocratico e disinteressato dell’artista in nome del quale Pound scrive il canto sull’usura e una conseguente perdita di prestigio di quegli atteggiamenti sociali e culturali che erano animati da questo spirito.

La novità della cosiddetta fase postmoderna è proprio in questa assunzione del profitto come norma estetica: solo così si può intendere l’argomentazione di Jameson che una modernizzazione completa ( intesa come sviluppo pieno delle istanze razionalizzatici e produttive del capitalismo) produce postmodernismo e non modernismo. E in questa prospettiva non solo l’arte avrebbe perduto l’aura, ma addirittura acquisterebbe lo scontrino con l’elevata deperibilità tipica delle merci di oggi. La perdita di significato dell’esperienza, caratteristica del mondo attuale ( Castoriadis parla di ascesa dell’insignificanza e Jameson di collasso della catena significante, due espressioni molto simili), deriva anche da questa crisi degli strumenti culturali ed estetici che possono creare l’immaginario di una società e che invece sono stati ridotti a oggetti di consumo dalla vita brevissima. Alla luce di queste considerazioni si può rileggere allora il canto di Pound in relazione non ai Piero della Francesca del passato ma a quelli del futuro, così esso acquisterebbe il significato della descrizione di una società in cui la catena significante è collassata.

Infondo si potrebbe dire che un’arte in cui il valore estetico coincide con quello di scambio perde ogni altra funzione simbolica perché ciò che rappresenta è unicamente il proprio successo ovvero il proprio convincente margine di profitto. L’unica poetica in grado di sopravvivere a questo processo trionfale del denaro che si riproduce, sarebbe paradossalmente una indifferente alla propria giustificazione sociale, che trovasse magari nelle forme di autorganizzazione e gratuità della rete uno spazio esistenziale residuale, perché solo un’arte asociale può conservare la propria specificità estetica in una società che giustifica ogni relazione esclusivamente in quanto portatrice di profitto, dunque feticizzandola. Quest’arte sarebbe anche l’unico modo per prefigurare altre forme di relazione sociale, che fungano da orientamento estetico ed etico perché una delle conseguenze del processo a cui ho provato ad accennare sopra sarà una confusione generalizzata del valore e del significato delle esperienze estetiche. Non mi sembra azzardato affermare che l’arrivo dei barbari e il rimescolamento di cultura alta e bassa di cui si parla con frequenza oggi non siano altro che il sintomo di questa crisi della funzione simbolica dell’arte. Del resto come dice ancora il poeta “with usura the line grows thick/ with usura is no clear demarcation” ( usura appesantisce i tratti,/ falsa i confini vv.17-18).

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6 Risposte a Il canto sull’usura

  1. ng ha detto:

    Ventura, nell’articolo sull’industria culturale, ci dice che il dominio dell’economico fa mercato della critica sino a renderla inoffensiva; Mascitelli ci dice che l’estetica coincide col profitto. Il predominio del valore di scambio rende il valore d’uso senza significato: lo azzera. Ed ecco che il valore diviene l’unico criterio di giudizio, la verità di ogni opera. Insomma, viene meno la possibilità della contraddizione. Ventura si limita a fotografare questa realtà; Mascitelli, invece, propone “un’arte asociale”, disinteressata al proprio valore economico; un’arte estranea alle ragioni del “sistema”. In astratto, tutto bene. Ma nel concreto della produzione artistica di ognuno – nel percorso personale di formalizzazione – cosa vuol dire? Certo, un’opera letteraria può anche trovare “nelle forme di autorganizzazione e gratuità della rete uno spazio esistenziale residuale”; ma l’arte si ferma alla letteratura? Pur praticando da quasi vent’anni il distacco dal “sistema”, sono consapevole della sua pervasività (e dunque dell’impossibilità di essere realmente autonomi da esso). Insisto – provo, almeno – nel tentativo di fare emergere il doppio crudele dell’opera; poi la vendo: qual è il percorso che la rende inoffensiva? E così immediato che lo diventi? Non creo uno spettacolo per venderlo, ma perché esista in quanto spettacolo sono costretto a venderlo. Certo, la presenza di quel doppio crudele – del lato cattivo – mi costringe a un percorso notevolmente più tortuoso; ma l’opera esiste. Chi accerta – e come si accerta – la prevalenza del doppio o la sua inoffensività? E poi: la “contraddizione performante” che gioca nell’illusione di essere altro è davvero negazione? Come misuro il grado di negatività? O la sua inefficacia? A parte il sesso, le categorie del possibile sono solo due: l’economia e la politica. Se l’opera è costruita politicamente può sfuggire all’astuzia del capitale?

    Sono quesiti che pongo prima di tutto a me stesso, giacché su ciò sono davvero sprovvisto di certezze.

    NeGa

  2. Luigi B. ha detto:

    A mio avviso, il problema è mal posto. Dico questo, vista la convinta (pare) soluzione della gratuità di un arte asociale in rete. Si parla di profitto, un termine che viene normalmente associato al denaro. Ma un ricavare o ritrovare piacere nel CONSUMO di una qualunque forma di arte non è ugualmente profitto? E l’essere autore di una qualsiasi forma di arte, non è anch’esso profitto? Ciò che viene indicata come la causa del collasso estetico dell’arte nella società – il profitto economico – è in realtà una conseguenza con ben altre radici. Perché se non solo chi fruisce l’arte ma anche chi la pratica e chi la critica fanno del profitto il peso e la misura, ciò vuol dire che c’è stato un cortocircuito di quegli aspetti di estetica ragionata che ci rendono un po’ tutti abitanti di un moderno medioevo.
    Luigi B.

  3. giorgio mascitelli ha detto:

    I quesiti che pone Nevio Gambula sono veramente importanti e richiederebbero ben altro che un commento per essere trattati. Mi perdonerà pertanto, se qui mi limito ad alcune precisazioni. Quando parlavo di spazi delle rete, più che a una circulazione gratuita dei testi, pensavo alla sua funzione simbolica e concreta di prefigurare una comunità che non agisce in funzione del profitto e quindi un orizzonte di senso. Quindi la gratuità a cui alludevo è quella che per esempio stiamo praticando qui, dove noi interveniamo senza lo scopo di produrre profitto. In questo scritto non mi interessavo dei problemi di produzione e distribuzione, per i quali comunque mi sembra più interessante l’ordine di riflessione che si facevano sul prezzo sorgente qualche anno fa a critical wine. Quanto al fatto che l’arte sia una merce, questo non è mai stato un problema finchè nella società convivevano spazi appunto di simbolico e logiche diverse dall’accumulazione del profitto, cioè finche l’arte era anche una merce e non esclsuivamente una merce, come accade oggi. In questi decenni noi abbiamo vissuto un salto quantitativo e dunque qualitativo, se vuoi di tipo biopolitico del capitalismo che condiziona quasi ogni sfera della nostra vita è questo il problemma dell’azzeramente estetico che ponevo attraverso i verso di Pound.
    A Luigi posso solo dire, che le trasformazioni che descrivo sono dovute a una forma di organizzazione sociale che ha come fine il profitto in qualsiasi ambito sociale e di conseguenza lo riorganizza per questo fine e non alla micragnosità o all’insipienza dei singoli.

  4. carmelo ha detto:

    se l’arte si riduce a mero bene di consumo, destinato a un mercato di consumatori è inevitabile che il suo valore coincida con il valore di scambio.
    Il problema secondo me va visto dal punto di vista dei lettori, dalla parte di chi cioè non vuole rassegnarsi a diventare un target standard destinatario di una merce standard.
    Come puo’ sottrarsi allora l’artista alla logica del valore di scambio, a mantenere l’autonomia artistica di pensiero ?
    ci son odue strade secondo me: una quella ben esemplificata da massimo rizzante che in un’intervista afferma:
    …..per vivere insegno. Non accetto gli ordini e i diktat delle case editrici……..
    Fare un’altro merstiere per vivere e dedicarsi alla produzione artitistica senza l’affanno di dover sopravvivere con essa

    la seconda strada è la ricerca di rapporto diretto con i lettori (non i consumatori, i lettori), che abbia come fondamento etico, il riconoscimento del ruolo dell’artista e della sua opera ed il riconoscimento di un giusto compenso per il suo lavoro.

    A me questa storia della gratuità non m iconvince, non mi convince proprio

  5. Mario Grella ha detto:

    La cosa che non sopporto più nella sinistra è il suo essere apocalittica…

  6. […] Giorgio Mascitelli su Alfabeta2 commenta alcuni versi del poeta americano, sul rapporto tra valore estetico e valore pratico dell’arte. “La novità della cosiddetta fase postmoderna è proprio in questa assunzione del profitto come norma estetica”. Read Also Wolfgang Goethe e la musica"A Torino ci sono più musicisti che operai"La bbella gente secondo NMELe Monde attacca Federica SciarelliIn cerca della "Third great place" Post To:Digg Facebook Yahoo! Buzz  Email This Post PREVIOUSWolfgang Goethe e la musica […]

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