Silvia Ballestra

Sporcarsi le mani è necessario. Stupisce leggere alcune opinioni nei dibattiti in rete, sui blog letterari, rivolte a quei critici che osino attardarsi nella recensione di «opere basse». Si osserva: è già tanto lo spazio dedicato dall’editoria, dalla tv, dal mass market, a questi libri di discutibile profilo ma dalle vendite solide che non occorre anche l’attenzione della critica, fosse anche per una stroncatura, un appunto, una piccola osservazione che potrebbero comunque suonare come una legittimazione. Si indirizzi il lavoro del critico, invece, a quei libri di valore che non riescono ad avere un’adeguata esposizione nei media né promozione da parte dell’editore.

Ci si occupi, insomma, senza tante storie di letteratura. Posizione condivisibile, considerato inoltre il fatto che gli stessi recensori, al cospetto di tanta mediocrità, soffrono. Soffrono per il tempo perduto, per la frequentazione della bruttezza, per il dover rispiegare daccapo meccanismi già stranoti, per l’umiliazione di distribuire facili colpi bassi. Ma l’editoria è ormai talmente prolifica nello sfornare a getto continuo libri e libercoli alla continua ricerca del «terno al lotto» in grado di garantire fatturati e posizioni, che bisogna pur affrontare, almeno ogni tanto, l’ultimo successo, bestseller, fenomeno, caso, trovata commerciale eccetera.

Tanto più che lasciando terreno ad altre forme di promozione – tv, giornali femminili, circoletti di amici potenti – il fenomeno del momento crescerà indisturbato, anzi verrà acclamato, sostenuto, alimentato a scapito di libri (ma il discorso vale anche per il cinema) sfortunatamente apparsi a ridosso di quell’uscita dopata. Il palato del lettore si abituerà dunque a una scrittura sempre più rassicurante, a dialoghi che riconosce familiari perché derivati dalla fiction tv, a scenari e location e canovacci «a tema» che diano di che parlare ai giornali.

Ebbene, ogni tanto il critico deve sporcarsi le mani. Deve prendere in mano uno di questi libri che campeggiano in classifica e leggerselo. Deve tracciare mappe e accendere fari su certe manovre che sembrano molto chiare ma in verità sono note solo agli addetti ai lavori. Deve porre paletti, cercare di dire che oltre questa linea di decenza non si può andare altrimenti, lasciando troppo correre, la volta dopo il risultato sarà ancora più devastante.

È chiaro che spesso si è concentrati sull’accademia, sulla pagina ben lavorata che dà più soddisfazione (anche quella, ahimè, di bastonare ogni ambizione: trattamento riservato, pare, solo ai più meritevoli visto che per gli altri si preferisce il silenzioso disinteresse), ma in questo momento lo scenario è talmente asfissiante da non poter non intervenire: editori in crisi mimetica che si fanno la guerra rincorrendosi sui terreni peggiori, spettacolarizzazione suprema di autori come rockstar, conformismo totalizzante di produzione e fruizione, bulimiche vendite monstre capaci di annientare la biodiversità per anni a venire… Una recensione indipendente e onesta sarà pure una piccola cosa, ma ogni tanto anche i meccanismi più complessi si inceppano o rallentano per un granello di sabbia.

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12 Risposte a Sporcarsi le mani

  1. Domenico ha detto:

    Se sporcarsi le mani per dare rilievo alla sostanza piuttosto che alla apparenza non servisse a nulla? Non credete che tutto quello che si vende in larga misura è quello che la maggior parte della gente chiede? Fra un libro che ti scava dentro e un Moccialibro, secondo voi chi vince su scala nazionale? Salvo una vera rivolta netta dello stato attuale delle cose, credete che si possa davvero dare spazio a tutte quello cose di spessore piuttosto che alla spazzatura che vaga nell’aria?

  2. fabio teti ha detto:

    L’articolo mi trova in sincero accordo. “Fra un libro che ti scava dentro, e un Moccialibro”, come dice qui Domenico, c’è comunque una amplissima casistica di spazzatura più o meno industriale che vende assai bene, che alle volte viene spacciata per spazzatura di qualità, e che forse l’intervento continuo di qualche aristarco scannabue potrebbe depotenziare sul piano della predatorietà capillare degli spazi. Si dirà: come, fornendo ulteriore spazio? Risponderei che: c’è differenza tra la polemica pubblicitaria o ghiandolo-mammaria vespiana ed una stroncatura che sia un “mettersi di fronte a un libro con l’amore di un cannibale che si cucina un lattante” (Benjamin). Si chiedono in continuazione, agli scrittori, atti di resistenza. Non sarebbe male se anche i critici e i recensori dessero – in questo – una mano.

  3. fabio teti ha detto:

    del resto, tenendo a mente la serialità e proliferazione di tutta una genìa di operazioni librarie, immunizzare dalla matrice potrebbe voler dire immunizzare (se non addirittura segare sul nascere) tutto il vario stuolo della detta proliferazione.

  4. fabio teti ha detto:

    del resto, tenendo a mente la serialità e autoproliferazione di tutta una genìa di operazioni librarie, immunizzare dalla matrice potrebbe voler dire immunizzare dal (se non addirittura segare sul nascere il ) vario stuolo della detta proliferazione.

  5. andrea inglese ha detto:

    Silvia Ballestra tocca una questione difficile, da cui si dipartono parecchi fili.

    Il primo potrebbe essere quello della funzione igienica del critico. In un contesto come quello attuale, il critico dovrebbe avere il compito di denunciare le valutazioni eccessivamente sballate: alzare i giustamente sottovalutati, abbassare gli ingiustamente sopravvalutati. Il pericolo peggiore per la sopravvivenza dei talenti forti, scomodi, importanti, non è ovviamente l’esistenza dei Moccia o dei Faletti o della Tamaro. Il peggio non è il libro popolare, di scarsa rilevanza letteraria, che però piace molto, si vende bene, è di moda. Il peggio è il libro falsamente interessante, falsamente nuovo, falsamente fresco, falsamente profondo. Il libro che ha pretese letterarie, ma è debole e stereotipato. Qui c’è tutto un grosso lavoro da fare, anche perché più ci s’inoltra criticamente nella zona percepita come “alta”, di qualità, più le trappole si moltiplicano.

    Dopodiché bisogna aprire il capitolo: valutare i sottovalutati. Ma direi addirittura: parlare della gran quantità di ottimi libri – che come Silvia dice in un punto – non destano alcun interesse, passano sotto silenzio, sono praticamente clandestini.
    Io tra le due possibilità, ho praticamente sempre scelto la seconda. Ho sognato grandi stroncature, stroncature di ingiustamente acclamati (agli occhi miei), ma poi mi sono dedicato a scrivere sugli ingiustamente ignorati (o sottovalutati), per il semplice fatto che ciò mi dava più piacere, e il piacere è un molla critica importante.

    Da un po’ di tempo sogno di realizzare per il sito alfabeta2 una rubrica dedicata alle recensioni. Ma questa rubrica, nelle miei ambizioni, dovrebbe riuscire a riportare in auge una vera e propria arte della recensione. Qualcosa che pochi sono stati in grado di realizzare davvero fino in fondo. Avete presente tutte le recensioni raccolte in “Descrizioni di descrizioni” di Pasolini?

    L’arte della recensione come la penso io credo però sia ancora altra cosa da quanto auspicato da Silvia Ballestra. Intanto, è una critica che non pretende di essere “giusta”. E’ una critica infatti in cui il recensore espone anche se stesso, ma non nei termini di un ingenuo impressionismo, ma in quelli di un uso astuto e impietoso delle proprie idiosincrasie.

    Per ora non ho trovato migliore espressione di quest’arte della critica che queste parole di Gombrowicz tratte dai “Diari”:

    “Respingi con rabbia e fierezza tutti i vantaggi artificiali offerti dalla tua posizione. La critica letteraria non consiste nel giudizio di un uomo su un altro (chi te ne ha dato il diritto?), ma nel confronto paritario tra due personalità. Quindi non giudicare. Limitati a descrivere le tue reazioni. Non parlare mai dell’autore o dell’opera, ma solo di te stesso in rapporto all’opera o all’autore. Di te sei libero di parlare. Ma, parlando di te, fallo in modo che la tua persona acquisti peso, significato e vita e che diventi il tuo argomento decisivo. Esprimiti da artista, non in modo pseudoscientifico. La critica deve essere tesa e vibrante come la materia che tocca, altrimenti diventa lo sfiato gassoso di un pallone, una macellazione fatta con un coltello non affilato, una disintegrazione, un’anatomia, una tomba” (vol. I, 1954, VIII, p. 109)”

  6. carmelo ha detto:

    mi sento in perfetta sintonia e condivisione con quanto detto da andrea inglese; anzi mi copio il post e lo metto nel mio blog ( rivolto a me stesso piu’ che agl ialtri)
    vorrei solo chiedere l’editore dei diari di gombrovitch

    il percorso letterario del mio critico ideale è costellato da una serie di incontri (con i libri) inaspettati,casuali, voluti,cercati, suggeriti da altri libri e da altri autori, felici, deludenti, fertili, aridi……..
    la recensione è il racconto, la finzione autobiografica di questi incontri. Il critico parla al lettore del suo peregrinare tra i libri.
    Questo tipo di lettura di cui parla inglese l’ho riscontrata in un libro di milan kundera e in un libro di massim orizzante.
    Oppure in roberto bolano che quando scrive sembra che faccia sempre letteratura a prescindere dal genere.

    questo tipo di critica lo ritengo il piu’ produttivo per il lettore.
    io non ti giudico il libro, io ti dico che cosa mi ha portato a leggere questo libro, ti raccoonto le mie aspettative le mie reazioni e gl iinsegnamenti che ne ho tratto.

  7. Simone Ghelli ha detto:

    Un progetto del genere penso che non può non prendere in considerazioni anche i rapporti tra editori e critici, che molto spesso alimentano i casi letterari…
    Mi trovo d’accordo sul passaggio sottolineato da Andrea Inglese: è molto più produttivo trovare un’opera su cui avere qualcosa d’interessante da dire (attenzione: qui può anche saltare la dicotomia libro bello/libro brutto) piuttosto che stroncare per il gusto di stroncare…

  8. carmelo ha detto:

    è come quando vogliamo parlare di una donna (o viceversa) con cui abbiamo avuto una relazione sentimentale;
    non ha senso dire che era bella o bellissima o brutta o dolce..
    ha senso parlare del rapporto e parlando del rapporto critico-libro parliamo del libro mettendoci in gioco

    è giustissimo che una critica che si rivolge al lettore (perche’ parliamoci chiaro c’e’ anche una critica che si rivolge al consumatore) abbia come obiettivo quello di svelare smontare e denunciare i falsi
    la spazzatura lasciamola ai sociologi

  9. furlèn ha detto:

    mi piace quello che scrive silvia ballestra anche quando scrive di quello che non piace
    effeffe

  10. Marco ha detto:

    Mi trovo pienamente in accordo con Andrea Inglese è necessario “abbassare gli ingiustamente sopravvalutati”.
    E ancora condivido in pieno quando dice “Il peggio è il libro falsamente interessante, falsamente nuovo, falsamente fresco, falsamente profondo”.
    Siamo circodati da questo genere di libri che spesso vengono osannati e proposti come le scoperte più interessanti della stagione letteraria e poi si rivelano particolarmente deboli.
    È necessaria una critica sana che si occupi anche di demolire le “opere basse”.
    Bel dibattito! Mi avete dato interessanti spunti di riflessione.

  11. Nerina Fabris ha detto:

    Il Critico può e deve attardarsi nella recensione di “opere basse” purché sia onesto e sincero.

  12. Sergio Vanello ha detto:

    Silvia Ballestra tocca un nervo scoperto della società italiana: l’assuefazione al brutto, al comodo, direi all’inutile. Tra le espressioni della cultura, una delle più “soccombenti” (oltre a certa letteratura di consumo… Faletti… Ma basta! Leggetevi Simenon!…) è quella delle arti visive. E’ incredibile osservare quello che le gallerie d’arte più blasonate espongono in vetrina come prelibatezze: oggettistica varia o, nel migliore dei casi, scarabocchi (perchè di questo si tratta… Scarabocchi figli di una mal digerita avanguardia…). Ma raccontano, i galleristi :”… Ma questi vendono… E infatti costano carissimo!…”.
    E’ una deriva comprensibile alla luce della legge del mercato… Ma l’arte contemporanea (e forse la letteratura sperimentale del ‘900) non è forse l’invenzione più popolare dei mercati finanziari?
    Grazie e buon lavoro!
    Sergio Vanello

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