Luigi Di Ruscio

Il Palmiro, il mio romanzo pubblicato dalla Baldini&Castoldi, ho iniziato a scriverlo verso il 1954, avevo preso nella sezione del partito comunista di Fermo manifestini non distribuiti e scaduti. Scrissi un centinaio di fogli, nel 1957 migro in Norvegia e verso i primi anni degli anni sessanta ritornato a Fermo per le ferie ritrovo la prima stesura del Palmiro e la porto con me ad Oslo, mi misi a riscrivere tutto e ci fu una specie di catarsi, il tono piagnucoloso crepuscolare della prima stesura si trasformo i una scrittura allegra, scrivevo e ridevo continuamente tanto che mia moglie credeva che fossi diventato matto. Una confessione, tutti i personaggi del Palmiro sono stati scritti pensando a persone reali. Non potevo più vivere a Fermo, la piazza del popolo di Fermo era proprio quella vagina dentata. Riuscivo a svegliarmi pieno di sudore, anche il materasso pieno di sudore. Rimanere intrappolato in questa piazza senza nessuna possibilità di disintrappolarmi e il Martelliti per quelle poche poesie che avevo pubblicato mi scrisse addosso che io ero destinato alla disperazione e alla morte il Martelliti laureato all'università d'Urbino con poesie con prefazione del solito Carlo Bo era evidentemente destinato alla gioia e alla vita eterna ed si dicono leopardiani pubblicando poesie in una rivista chiamata IL LEOPARDI e il direttore del LEOPARDI alla fine divenne direttore dell'OSSERVATORE ROMANO che non ha capito che fatalità di essere nati ci fa tutti uguali e tutti di un medesimo destino, pero i credenti in una maniera o nell'altra credono ad un proprio destino speciale capace da trapassare felicemente nell'immortalità e nell'eterno e potranno così ammirare un padreterno tutto aureolato ed incoronato.

Scrivevo velocemente come se mi venissero dietro per prendermi e improvvisamente mi alzavo per andare ad orinare e mi lavavo bene le mani e mi rimettevo ad iscrivere le poesie nostre e quando mi facevo la barba non potevo fare a meno di riguardarmi e vedendomi oltremodo spiritato mi dicevo che si nasce continuamente ed e una morte continua. Emigro con uno scatolone di cartone bene legata incordata con corde di diversa dimensioni era tutta piena di aranci che saziano e dissetano nello stesso tempo. Frutto molto adatto anche per i viaggi interplanetari, se avessi messo nella scatola di cartone uova il tutto si sarebbe ben presto trasformato in una frittata ed e per questo che molti viaggiatori danarosi invece di arance portano con se scatoloni di uova lesse, io sognavo uno zaino per i miei viaggi, il sogna sarà realizzato pero solo quando non ne avrò più bisogno rimanendo qui incastrato per sempre.

Vibrava la scritta CIRIO maestosamente. Con tutti questi aranci sono capace di fare il giro del mondo, la polpa rossastra gocciolava tra i diti, acqua, Dio, l'acqua. Ecco lo spazzolino e il dentifricio e via, divina commedia e via, antologia dei giovani poeti antologizzati a branchi da Falqui. La divina commedia è libro perpetuo, finito di leggere si ricomincia da stella a stella. Io mi apprestava a sostener la guerra mi diceva con orgoglio poetico. Ero poeta e non facevano che rompermi i coglioni con le punteggiature, commisi anche un peccato terrificante, un peccato di cui non c'è perdono, ebbi il coraggio di iscrivere l'aradio. Scrive l'aradio e vuole fare il poeta, certi mi dicevano: poeta ero ti provo dimmi chi è nata prima la gallina o l'uovo. Ero diventato una figura comica e non c'era in imbecille che non prova a portarmi per culo.

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3 Risposte a Scrivevo il Palmiro

  1. carmelo ha detto:

    mi fai venire in mente i tempi dell’università, ad ancona erano tanti gli amici di fermo. è vero le migrazioni sono la prova certa e inconfutabile che un po’ si muore e un po’ si rinasce. e le tue poesie invece che fine hanno fatto?

  2. luigi di ruscio ha detto:

    All’inizio c’è una data sbagliata non nel 1964, ma nel 1954 ho inizito a scrivere il Palmiro.

  3. viola ha detto:

    le poesie di Luigi son vertiginosamente esondate, come una piena di fiume, per nostra piena fortuna e soddisfazione..-);

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